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Mese: agosto, 2013

UN PO’ DEL TUO COLORE CHE SI MISCHIA CON IL MIO.

Sono al telefono, seduto a un tavolino di ferro verniciato bianco nella veranda sulla strada che finisce dove inizia la spiaggia. Il rumore delle onde  dall’orecchio sinistro mi entra dritto nel cervello, lì si mixa con le sue parole e le sue risa che mi entrano dentro dall’altra parte della testa.
Tengo stretto il telefono alla guancia come per non lasciarne andare la voce dentro, stringo e quasi non mi rendo conto che sto stritolando il cellulare e deformando il volto come al mattino fanno i segni del cuscino.
È proprio questo che non voglio, sta dicendo, lasciare che tu possa assorbire anche le cose negative di me.
Non è un problema, rispondo, in fondo sono già un pasticcio.
No! Non è vero, mi rimprovera, non lo sei!
Mi ricordo a scuola, e riprendo a spiegare, quando a fine lezione avevamo le tavolozze un’unica macchia di colori, che partiva dal legno e finiva ovunque, sulle dita e anche fin su per le braccia. Tanti colori messi insieme per farne altri. Tutti necessari al dipingere, per la composizione finale. Ho sempre odiato pulire la tavolozza, cancellare ogni macchia, perché è tutto stato utile per il lavoro appena fatto. Non dovresti cancellare il passato se ti è servito a quello che sei e per il lavoro appena fatto!
Sento che sorride quasi in silenzio, poi proseguo.
È in questo che io sono un pasticcio. La mia tavolozza è sempre stata un casino, piena di un po’ del colore di ognuno. La lascio seccare e poi ci stendo sopra i nuovi colori e così qualche pezzo secco del vecchio andrà comunque a mischiarsi col nuovo e creare un qualcos’altro. Così il tuo colore andrà a mischiarsi un po’ col mio e un po’ con quello di qualcun altro che non sai chi è. Però penso sia importante combinarsi un po’ insieme e vedere poi cosa ne esce.
Dovresti scriverla questa cosa, mi interrompe accavallandosi al mio respiro… perché, boh è bella.. risponde sorridendo alla mia domanda dubbiosa sul da farne. Scrivila! insiste ancora infilandosi tra le mie parole.            
Va bene, ok, sospiro e chiudo gli occhi distendendo le gambe in avanti sulla sedia qui di fronte. E intanto il mare già ne sparla.

ESSERE FOLLI E NON ACCORGERCENE NEMMENO

Rick rimase a fissare per parecchio tempo la civetta che sonnecchiava sul trespolo. Gli vennero in mente mille pensieri, pensieri sulla guerra, sui giorni in cui le civette erano come piovute dal cielo; si ricordò di quando durante la sua infanzia si era scoperto che una specie dopo l’altra era scomparsa e di come i giornali ne parlassero ogni giorno – le volpi un mattino, i tassi il seguente, finché la gente aveva smesso di leggere questi perpetui annunci mortuari degli animali.
Pensò, anche, al suo bisogno di un animale reale; dentro di lui si manifestò ancora una volta un vero e proprio risentimento nei confronti della pecora elettrica, che lui doveva tenere e curare come se fosse viva. La tirannia di un oggetto, pensò. Non sa neanche che io esisto. Come gli androidi, non è in grado di rendersi conto dell’esistenza di un altro.

La fortuna di essere folli e non accorgercene nemmeno.
Morirò respirando ricordi di una vita vissuta nelle emozioni e non a brucare dell’erba sintetica come una pecora elettrica. Accenno un belato sottovoce e sorrido, seduto su una sdraio qui in terrazza, fissando il mare che scroscia sbattendo a riva.
Matti, siamo tutti matti. Anche quando stiamo in silenzio.

DIMENTICA L’AMORE DEI FILM

Le domande esistenziali ci fanno male?
Ci confondono, sicuramente. Ma non parlo in negativo.
Innescano quel meccanismo di riflessione e ci fanno pensare, pensare e pensare fino a che poi non scoppia la testa. Ci portano a compiere delle scelte, per il semplice fatto, credo, che in quest’esistenza, in un modo o nell’altro, siamo portati a dare un senso alle cose che facciamo.

Ora, per quanta magia tu creda possa esserci fin qui, e non se ne può spiegare il perché, dimentica l’amore dei film, quello assurdo che distrugge interi Paesi e che scatena le guerre, quello strano, veloce, bello, bellissimo, istintivo, romantico che si consuma nel testo di una canzone. Fermati un attimo. Ritorna indietro, nella marmellata di parole, prendine una punta con un coltello senza denti e spalmala su una fetta di pane. Adesso assaggia.
Mhmmmmm … Profondo. Dolciastro. Leggero.

“Oh. Quando si ama, si può peccare, si può saltare addosso alle delizie del mondo, che quando sorridono s’improfuma l’aria di viole intorno a noi. .. E’ una quiete accesa, è una salute lucente. .. Quando si ama, si può fare quello che ci pare: perché l’amore è la mano di Dio sulla spalla dell’uomo. Quando amano, anche i cani abbaiano in rima. E non si deve amare “un po’ così, un po’ cosà”, ma continuamente: l’amore che s’accende e si spenge, si fulmina. Bisogna amare con grandezza! L’amore che vivacchia, è.. che tira a campare, muore, no? L’amore è il Nettuno del sangue. E’ il.. la.. è il lor.. è.. è quando non si sa finir la frase: quello vuol dir che si ama. ..
L’amore .. è l’unica limitazione della libertà che ci rende più liberi. E’ una cosa maravigliosa, proprio con la A.”

Roberto Benigni, Festival di Sanremo 2002.

Ho sempre pensato che Roberto abbia vinto e continui a vincere la difficoltà di spiegare, a se stesso per primo, e in un modo così musicale a tutti, cosa siano i sentimenti rispondendosi nella semplicità.
Un sentimento che si accende e si spegne, nell’esempio, è una lampadina che si fulmina. Ma rimane pur sempre una lampadina. Semplice. Anche i cani, per i quali si pensa sempre “gli manca solo la parola”, quando provano un sentimento abbaiano in rima. Abbaiare, il verso animale che, come il verso poetico, rima con il successivo… nella rima, appunto, che è tipica della parola.

Eppure amore è grande, ancora più grande di quello che suona, e ti voglio bene sembra un po’ più piccolo ma suona altrettanto grande e potente quanto amore stesso.
Inutile combattere a suon di significati. Forse le sensazioni non hanno le parole adatte. O forse non riescono a parlare. Si manifestano in silenzio e fanno più rumore. Profondo. Dolciastro. Leggero.
Io sento qualcosa per te… ma non so descriverti cosa è.
Com’è semplice “sentire” qualcosa. Com’è bello “sentire” qualcosa. Com’è importante “sentirlo” e basta, senza nessuna pretesa, come play sul giradischi e il fruscio del disco che parte, prima della musica e riempie il silenzio.

Ora, dimentica l’amore dei film, quello strampalato di Woody e Diane in Io e Annie, quello strappalacrime di Richard e Julia in Pretty Woman, quello in bianco e nero di Humphrey e Ingrid a Casablanca. Forse le sensazioni non riuscirebbero a star dentro, immobili, in un’istantanea. E’ vero, le puoi fotografare ma non credo se ne starebbero tutte quante strette in una polaroid.
Forse le sensazioni non si possono spiegare. O forse non ci riesco io.

[Estratto da Ti Stavo Cercando, Emanuele Campagnolo]

PORTRAIT

Scalza. Lurida. Bagnata dal sudore sotto il sole. Struccata, con un’esplosione di lentiggini sul naso.
La osservo seduta a un tavolo dai mille toni, portare il cibo alla bocca.
Delicato il suo di colore, un rosso tenue che si appoggia e non sporca, non macchia. Involontariamente rimango affascinato ogni volta che il mio sguardo inciampa dentro il suo.
Occhi che s’incantano alla vista del mare e si strizzano ad un complimento imbarazzante accompagnando un sorriso dalle accentuate fossette nelle guance. Labbra sottili che sussurrano parole nelle orecchie di un cane in spiaggia.
Allento la presa sul guinzaglio e le scatto una foto. Poi un’altra. E un’altra ancora.
Prende la mia mano, quando gliela porgo, questa zingara. Si lascia trascinare in un abbraccio che mi trasporta in uno spazio in cui le forme, il tempo e gli odori vanno a senso unico.
Muoio accarezzando il suo modo di vedere il mondo tatuato sul braccio destro.
Non riesco ad immaginare ancora il sapore strano di questo ultimo saluto.
Ti aspetto per fare colazione, seduto storto su una panca di legno, giocando con una treccina di cotone bianco sfilacciata.

ADESSO LO CHIEDO AI GRILLI

Sarà una mia impressione ma la luna sembra calare velocemente qui sopra i miei occhi.
Mi hanno strappato via dal branco, questa sera, rapito tra la folla e scaricato nel cortile deserto di questo hotel.
Improvvisamente me ne sto sdraiato a bordo piscina con il cappuccio della felpa sulle orecchie, una sciarpetta al collo e il naso puntato in aria.
Mi sono sempre chiesto realmente di che colore fosse il cielo la notte, che non è blu e non è nero allo stesso tempo ma una sfumatura strana di colori dalla luce spenta.   
Smetto di fissare la luna e sposto lo sguardo in mezzo ai puntini sfocati lì attorno. Sbuffo, mi giro sul fianco, mi stiracchio sul lettino e ricomincio a fissare in alto.
Alla fine non mi raggiunge nessuno.
Perdersi lo sguardo vigile di Cassiopea che guarda dalla sua sedia a dondolo tramontare le altre costellazioni, uno spettacolo da prima fila che non durerà ancora a lungo.  
Mi siedo cavalcioni sul lettino accanto all’ombrellone chiuso. Alzo ancora lo sguardo per un attimo e mi frulla una strana idea per la testa.
Ma le stelle si possono fotografare?
Adesso lo chiedo ai grilli che hanno appena smesso di fare casino.

TRAMONTI DA TOUR

Sigla. Applausi. Via tutti.
La spiaggia inizia a svuotarsi.
Mi strofino gli occhi un attimo poi mi alzo dalla sdraio piantata nella sabbia di sassolini del backstage.
Mi arrampico sul palco, corro fin dall’altra parte e salto giù atterrando addosso a una transenna. Sento il venticello arrivare sul collo mentre il caldo sta scappando via.
Inizio a guardare in silenzio una palla rossa che si tuffa nel mare.
Una lingua di roccia sbuca dal nulla e si lascia accarezzare dalle onde.
Da lontano una barca sembra quasi correre verso gli ultimi raggi rimasti staccandosi dalla silhouette delicata della costa che si ripiega in avanti nel golfo.
Sullo sfondo un’unica velatura d’acquerello viola macchia il cielo sfumando in alto verso l’azzurro del pomeriggio che finisce.
Facciamo una foto insieme?
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PARTI ANCORA?

Prendi la chiave!
Apri il portone!
Su per le scale, dai! Solo tre piani a piedi.
Entra in casa!
Lancia in terra la borsa del lavoro,
non perdere tempo a guardarti intorno!
Apri i cassetti, veloce!
Prendi calzini, mutande, costumi e qualche maglietta,
prepara la valigia!
Metti via tutto, chiudi la zip, serra il lucchetto.
Non dimenticare il biglietto che hai già spiegazzato.
Sì, si parte ancora. Un’altra volta.
Adesso respira, buttati sul divano,
inizia a godere di ogni attimo tra adesso e l’ora del decollo, amico.

BOLLE DI SAPONE

L’estate sembra un gioco. Uno di quei giochi fatti per bambini e del quale non ti stanchi più, per sempre.
Il treno scorre nel verso opposto alle mie spalle e mi godo una luna quasi piena dominare cime di alberi, tetti di case e i riflessi dei sedili di fronte nel finestrino. Un dipinto surrealista. O forse solo un capriccio artistico nella mia mente.
Chiudo gli occhi abbandonandomi sfatto sul sedile e ripenso alle ultime ventiquattro ore, “passerotto non andare via” quasi mi hanno cantato, dentro mi è apparso un sorriso e la voglia di posticipare di un altro giorno la mia partenza da Jesolo. Vecchi amici, nuovi sguardi, gente con cui pensi sia bello giocare insieme il grande gioco dell’estate, della spiaggia e del mare.
Bolla dopo bolla, soffiata attraverso il tubicino imbevuto di sapone per piatti, bolle dalla vita breve che fanno per lanciarsi in volo e poi esplodere schizzando goccioline amare sui nasi di chi sta a guardare. Un sorriso ad ogni sciaff di una bolla esplosa, per ricominciare, subito, a soffiarne una nuova.
Vedo in ogni bolla un ricordo, un gesto, un attimo trascorso che prende forma in volo e poi sparisce sotto gli occhi di tutti, generando ooohhh, eeehhh o eheheh, sensazioni che suonano in testa ma non si riescono a spiegare.
L’estate è un’intera partita a bolle di sapone. Una sfida tra te, i tuoi pensieri e il beccuccio in cui stai per soffiare. E adesso sono curioso di sapere chi vince.

APPUNTAMENTO AL BUIO

Seduta a gambe incrociate sul materasso mentre me ne sto zitto a guardare il soffitto buio sdraiato al suo fianco con la testa poggiata a una sua coscia. Dal basso distinguo appena la silhouette del suo profilo, naso, mento, collo e la matassa di capelli arruffati legati dietro dal mollettone nero.

La tv muta lancia i suoi flash sulle pareti chiare attorno a noi.
Gioca con la mia mano, il suo indice corre lungo tutto il perimetro del mio palmo, accarezzandolo e lanciandomi brividi lungo tutto il braccio. Intanto parla, racconta di quei pezzi del cuore lasciati in giro che non si recuperano più.
Gioca con la mia mano, disegna le sue storie tra le mie dita.

COSA C’È LÌ?

Mezzanotte e ventidue.
Il pontile sembra il binario cieco di una stazione che finisce dritto nel buio.
A distanza di cento metri binari identici partono dal bagnasciuga e si stendono lunghi verso il mare.
La spiaggia mi sembra un pettine impigliato tra capelli scuri e mossi che non hanno pietà e non si fermano mai.
Avanzo lentamente a testa bassa guardando il tavolato sotto i miei piedi e la sabbia infilarsi e sparire sotto le onde rumorose. Alzo la testa per un attimo e due passi dopo ho come la sensazione di perdere l’equilibrio, il pontile è quasi troppo stretto per tutti e due. Torno a guardare in basso infilando un piede dritto davanti all’altro cercando di evitare incroci e sgambetti strani con le sue gambe. Superiamo una coppia seduta piedi a penzoloni sull’acqua che fissa la laguna. Stanno fumando erba e ci fissano per qualche secondo.
Andiamo avanti, fino alla fine. A pochi metri un cartello ci vieta di andare oltre e che no, non ci si può tuffare da lì. Poco male, non ho voglia di fare il bagno stanotte.
Ci sediamo, da una parte la costa di Jesolo illuminata a giorno con il matitone e le due torri che grattano il cielo, dall’altra il buio della lingua di terra che corre fino al faro con una luna maniaca che si specchia nel suo riflesso enorme spezzato dalle onde, sotto il nostro culo le travi umide inchiodate una nell’altra.
Ecco, la radio… c’è sempre una cosa che mi sono chiesta, accenna gesticolando imbarazzata.
Spara!  E mi rendo conto di essere davvero incuriosito.
Chi parla, cioè..  si ferma e tira un respiro, uno è davanti al microfono e parla alla gente ma.. cioè come fa? Davanti non c’è nessuno!
Sorrido rumorosamente, tossisco e mi schiarisco la voce.
Sei seduta accanto a me, ok ogni tanto ti giri per guardarmi con la coda dell’occhio ma sei imbarazzata da morire e mi stai parlando mentre guardi tutto il tempo davanti a te. Cosa c’è lì?
E allungo il braccio in avanti.
Boh, il mare? Niente? Chiede confusa.
Oppure il mondo! Correggo accavallandomi.
Non l’avevo mai pensata così risponde.
Ecco, dico, è più o meno come parlare davanti a un microfono e basta. Non è vero che non c’è nulla!
Uaaooo! Sorride stupita e trattiene il fiato mentre sposta lo sguardo su di me.
Eeehh. È la magia! penso a voce alta.

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