ESSERE FOLLI E NON ACCORGERCENE NEMMENO

di icecamp

Rick rimase a fissare per parecchio tempo la civetta che sonnecchiava sul trespolo. Gli vennero in mente mille pensieri, pensieri sulla guerra, sui giorni in cui le civette erano come piovute dal cielo; si ricordò di quando durante la sua infanzia si era scoperto che una specie dopo l’altra era scomparsa e di come i giornali ne parlassero ogni giorno – le volpi un mattino, i tassi il seguente, finché la gente aveva smesso di leggere questi perpetui annunci mortuari degli animali.
Pensò, anche, al suo bisogno di un animale reale; dentro di lui si manifestò ancora una volta un vero e proprio risentimento nei confronti della pecora elettrica, che lui doveva tenere e curare come se fosse viva. La tirannia di un oggetto, pensò. Non sa neanche che io esisto. Come gli androidi, non è in grado di rendersi conto dell’esistenza di un altro.

La fortuna di essere folli e non accorgercene nemmeno.
Morirò respirando ricordi di una vita vissuta nelle emozioni e non a brucare dell’erba sintetica come una pecora elettrica. Accenno un belato sottovoce e sorrido, seduto su una sdraio qui in terrazza, fissando il mare che scroscia sbattendo a riva.
Matti, siamo tutti matti. Anche quando stiamo in silenzio.

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