reading, writing

Mese: agosto, 2013

SMETTILA DI FARE IL FILOSOFO

Apro gli occhi, la sveglia sta iniziando a suonare con dei leggeri tintinnii come fossero i sonagli delle renne di Santa Claus appena atterrate sul tetto di casa la notte di Natale.

Sono a letto, a pancia in su, in questa camera di questo stupido stupido hotel… mi stiracchio per distendere le braccia, sento tirare la pelle sulla schiena arrossata dal sole di ieri, Metti la crema, scemo! mi dico strofinandomi un occhio con un dito.
Mi alzo e zombeggiante mi trascino in bagno. Apro la manetta della doccia e mi butto dentro, una cascata ghiacciata mi risveglia i sensi e mi fa battere i denti. Chiudo gli occhi e respiro veloce per non restare in apnea finché il corpo non si abitua alla temperatura glaciale dell’acqua e rilassa i muscoli.

Mi avvolgo il telo bianco alla vita, mi asciugo in fretta i piedi ed esco in veranda ancora gocciolante. Appoggio un braccio al parapetto d’alluminio e mi ritiro subito stupito di quanto sia già caldo. Guardo il cielo senza nuvole e chiudo gli occhi mentre una folata di scirocco mi soffia dentro l’orecchio ancora umido.
La mattina di Jesolo è silenziosa.
Svuota la mente, mi ripeto, svuota-la-mente.
Me ne voglio andare da qui o voglio restare? L’eterna indecisione, l’unico dubbio sano di questa vita.    
Dai, smettila di fare filosofo, mi dico, Vèstiti! Andiamo a lavorare.

Annunci

UN DESERTO CHE CONOSCO

Stella stellina, la notte s’avvicina… Io mi allontano invece.
Invece che starmene tutta notte con gli occhi fissi al cielo aspettando qualcosa, che sia la scia di una meteora, un segno del destino o degli extraterrestri che stanno per sbarcare nel mio quartiere poco trafficato.

Ero a letto, continuavo a schiacciare il solito pulsante per cambiare canale alla tv, come un tossico in cerca di una dose migliore.
Mi sono alzato, senza far rumore, pur essendo solo in casa, ho fatto i gradini per scendere di sotto, ho preso i calzini sporchi da terra perché non ne ho altri, ho messo le scarpe senz’allacciarle, il paio di bermuda coi pupazzi e la maglia di Jack Daniel’s abbandonati sulla sedia. Mi sono vestito mentre scendevo per le scale dopo aver chiuso la stoppa di casa.

Passeggio per Milano deserta, tra le strade dai parcheggi abbandonati. Qualche insegna è ancora illuminata, la strada è silenziosa, non ci sono passanti, clandestini, gatti randagi che si godono i marciapiedi vuoti di notte. Anche le prostitute che girano qui attorno sono fuggite.
Mi viene in mente un ritornello cantato da Giuliano, tutta mia la città.. un deserto che conosco. Tiro fuori il cellulare e scrivo queste quattro righe, prima ancora di dimenticarle.
Alzo la testa mentre un soffio di vento caldo mi sfiora la punta del naso e mi fa starnutire. Le luci dei tetti di piazza Loreto illuminano a giorno la strada. Ho camminato un chilometro intero con un paio di bermuda osceni addosso.
Meglio tornare a casa e finire la valigia.

A LETTO SENZA CENA

La testa è da un’altra parte, c’è poco da fare.
Guardo in basso, metto a fuoco la punta dei piedi. Sì, sono saldo a terra ma un metro e settantacinque centimetri più un su è tutta un’altra storia.
Un brivido di colpo sale lungo la schiena, poi inizia il formicolio alle mani e si appanna la vista per qualche secondo, come se giocassi a ruotare da una parte all’altra la ghiera dell’obiettivo di una macchina fotografica.
Mi lascio cadere, indietro.

Mi ritrovo seduto sul divano, a braccia e gambe spalancate, come una stella marina spiaggiata sul bagnasciuga. Il mio bagno però è quello di sudore.
Fuori dalla finestra appena dietro le mie spalle il sole cade dietro i profili dei palazzoni di Milano, la temperatura scende e un po’ d’aria fresca permea tra la maglia stretta della zanzariera e mi si pianta dritta sulla nuca.
Silenzio tutto intorno, l’unico rumore percepito è lo sbuffare di un treno che rallenta a Lambrate prima di entrare in Stazione Centrale e fermare la sua corsa folle.
Guardo il soffitto per un attimo, chiudo gli occhi e mi perdo negli attimi del ritorno a casa dal lavoro: metropolitana, fracasso di frenate e di porte che si aprono e sbattono subito dopo, chiacchiere smorzate dal ringhiare delle ruote veloci sulle rotaie sotto i piedi e uno sguardo che chiude l’ultima frase, prima di un saluto.
L’immagine si dissolve a nero come alla fine di un film, l’audio del frastuono suburbano sfuma progressivamente e le mie orecchie percepiscono lentamente l’arrivare di un altro verso crescente.

Piove. Tengo gli occhi chiusi, mi passo le mani sulla faccia e lascio dondolare la mia fantasia dalle gocce che diventano subito scroscio violento. Qualche tapparella chiusa in fretta e le grida di una madre al figlio in cortile mi mantengono in dormiveglia, pianto le mani sulla seduta morbida del divano e mi spingo in piedi. Apro gli occhi mentre faccio due passi in avanti, mi sfilo la maglietta e la lancio indietro, lascio scivolare per terra i jeans mentre avanzo verso la scala di legno. Un piede dopo l’altro mi arrampico quasi gattonando sul soppalco e mi lascio cadere con un tonfo sul materasso. Abbraccio il cuscino con un braccio, con l’altro cerco tastando in giro il telecomando.
Schiaccio a memoria ON senza neanche guardare, osservo il led rosso diventare verde e il logo della marca del televisore apparire con un lampo sul display. Mi giro dall’altra parte e fisso il muro, come uno spettatore seduto comodo in una poltrona di un cinema rimango assorto a percepire le parti di me che si rilassano e crollano una dopo l’altra abbandonate sul letto sfatto.
Lascio gorgogliare in sottofondo la tivù, inspiro profondamente tutta l’aria in quel metro quadro ed espirando chiudo gli occhi. Un ultimo pensiero mi sfiora la mente mentre mi addormento, “vabbè, stasera a letto senza cena…”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: