reading, writing

Mese: settembre, 2013

CONTATTO INDELEBILE

«Ho scritto – mentre scendiamo per le scale a passo svelto – mi è venuta in mente una domanda da farti e non volevo perderla»
«Che domanda?»
«Quant’è lontano il cielo?»
Ridi mentre spalanchi bocca e occhi al mio quesito più mieloso che scientifico. «Ehm, mmh…» gesticoli come se non volessi far uscire le parole.
«Ok, non rispondere adesso. – la fermo poggiandole le mani sulle spalle – Non è il momento adatto…»
E improvvisamente ti guardo dritto negli occhi mentre provi a parlarmi, e non lo avevo mai fatto prima, perché fissavo timidamente le labbra muoversi e mostrare la lingua e i denti quando i suoni delle parole escono fuori.
“Cairoli Fermata Cairoli” tuona negli altoparlanti. Si aprono le porte, saliamo veloci sul vagone, ci incastriamo in piedi tra la folla rumorosa.
«A cos’hai pensato oggi?» chiedi corrucciando il suo naso di fronte al mio.
Mentre non vi confesso la mia risposta riavvolgo il nastro nella mia testa.
Ti afferro il giubbetto di pelle da dietro per tenerti in piedi mentre la metropolitana corre avanti e ti sballottola a destra e sinistra. “Non ti lascio cadere” sto pensando. Tu, mentre guardi il cellulare a testa china, senti la presa salda e sorridi. Come una ladra che ruba di nascosto prendi da dietro la mia mano aggrappata alla giacca e l’accompagni sul fianco sinistro stringendoti fino a che il tuo corpo non si appiccica al mio. Contatto indelebile, come un livido sotto pelle che non fa male e che rimarrà per sempre.
Impara, mi dico mentre ondeggiamo in sincrono tra una fermata e l’altra, lascia che il corpo parli da sé, sempre, quando le parole e gli sguardi non servono.

metro_piena_r439_thumb400x275

NON SO PIÙ STACCARTI GLI OCCHI DI DOSSO

Ubriaca è la mia vita, forse da quando ti ho incontrata. Mi dai alla testa così come a te fa effetto mezzo bicchiere di vino rosso. Gira, rigira e non si ferma quando ti guardo dentro a un vestito stretto che ti disegna in ogni dettaglio e non lascia sfuggire niente alla mia fantasia più ardita.
Ti guardo, delicata come ricordavo, mentre avvicini la forchetta alla bocca e nascondi in un sorriso accennato il mio segreto sul mangiare un cervo, perché tu sai, ma non lo esprimi a parole, che sapore ha realmente la sua carne.
Ridi, ti prego, ridi ancora con le mani insaponate tra una pila di piatti sporchi da lavare. E rido anch’io giocando a nascondere il viso dietro un’anta della dispensa convincendoti che non c’è nessuno e che non sono io che ti sto accarezzando la schiena. E rido anch’io quando mi afferri il braccio in mezzo alla strada mentre torniamo a casa e rido ancora quando ti sento ridere nell’altra stanza mentre il sonno inizia a sbranarmi dalle gambe e mi incatena al letto che non è anche il tuo.
Torna di qua, prima che sorga il sole, ti farò ciò che ho appena sognato e leggeremo ancora le fiabe prima di tornare a dormire.

image

ANCORA UN BOCCONE DI TE

A volte ti mangerei come ti divora la tua curiosità.
Tu la fai facile. Io invece ti mangerei, sì, ma non in un boccone solo, perché finirti subito non mi soddisferebbe. Non sei un boccone da buttare giù senza nemmeno masticare e gustare, solo per il piacere di averlo fatto, messo in bocca, ingoiato e svuotato il piatto. Ogni attimo, ogni dettaglio di te è una parte da assaggiare fino in fondo, anche in una cena consumata di fretta.
Mi fai venire fame. E una voglia malata di stare a fissarti con la punta del mio naso contro il tuo, immobile, a respirare piano contro il tuo viso, a cinque centimetri dalle tue labbra.

Immagine

UN PROFUMO ALLA FINE DEL TUNNEL

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

(Henry Scott Holland)

L’immagine che ho fissa in testa, da quando ho trovato queste parole, chiuse in un cassetto, è quella di una donna, bellissima e illuminata da una luce particolare, che dorme a letto abbracciando il cuscino, e di un uomo, vagamente riconoscibile, seduto, al fianco del letto, su una vecchia sedia di legno, una sedia di quelle mezze rotte che abbiamo nelle case dei nonni, in campagna. Una di quelle sedie mangiate dai tarli con la seduta in paglia intrecciata come i cestini di vimini di una volta usati per portare il pane. L’uomo è al buio, ne si vede appena la silhouette ma si percepisce totalmente la sua presenza. La donna è inquieta, senza pace, si gira nel letto spesso dando testate al cuscino, nel sonno. L’uomo è rassegnato nei movimenti, è come se non fosse lì ma allo stesso tempo volesse non fare rumore per disturbarla.
Penso che chi non c’è più, in questa realtà, ci stia davvero accanto, seduta su una vecchia sedia di legno e paglia, e veglia sulla nostra vita incasinata in ogni momento. Non dorme la notte quando lo facciamo noi, non ci molla di giorno quando vorremmo invece scappare dalla nostra quotidianità. E’ questo il vero amore? Sentirsi attaccati alla vita di chi vogliamo bene pur non avendola più, una vita? Dovrei essere un fantasma per sentirmi davvero attaccato alla vita? O attendere che nel suo silenzio perenne le sue labbra o il suo corpo in toto pronuncino ancora il mio nome?
Mi alzo trascinandomi fuori dal letto e percepisco il freddo della notte d’autunno che entra come una lama di katana dalla finestra semi aperta. Mi guardo allo specchio, sfatto dal poco sonno. Mi siedo sulla sedia di legno, Appoggio la mano destra su un ginocchio e avvicino il polso sinistro al naso. Chiudo gli occhi e inspiro profondamente. Seguo un profumo come fosse la luce alla fine del tunnel.

Immagine

NOTTE IN BLU

Ho sognato un tetto blu per guardare le stelle, arrampicarci in due, sdraiarci e ridere di noi tenendoci per mano. Poi improvvisamente ruzzolare giù, atterrare di culo, ridere ancora, fissare in alto e perdersi nel cielo.
Ti alzi un attimo e, dolorante, scuoti il vestitino battendoci sopra le mani per togliere la terra che si è infilata dentro, mi guardi, e imbarazzata, rimani in silenzio rimproverandomi con lo sguardo per le mia risate che prendono in giro il tuo modo di essere sbadata.
Approfitto del silenzio e dell’imbarazzo. Mi avvicino a te strisciando e scodinzolando come imitando un cane, ti annuso l’orlo del vestitino, mi sdraio per terra e ti guardo da sotto.
Tu ridi. Io infilo una mano in tasca e tiro fuori un foglio e una penna, mentre tu cerchi ancora il terriccio dentro i tuoi vestiti io scarabocchio ciò che vedo di te.
Mi arrampico ancora sul tetto blu, temerario, afferri la mano e che ti tendo e goffamente accenni un balzo e vieni su, ti sdrai accanto a me e mi prendi il polso, poi, d’improvviso, ti accoccoli gettandomi le braccia al collo e infilando il tuo naso tra il mio mento e il collo.
«Non lasciarmi cadere ancora!» mi sussurri, mentre chiudi gli occhi sorridendo.

tetto_blu

UNA MATASSA DI SEGNALI IN CONTROFASE

Che cosa strana! Io in fondo io non sono nessuno. E in verità non faccio proprio niente, di così speciale. So unire due cavi insieme. Click. Li incastro nel modo giusto. E su questo non mi sbaglio mai. A me piace parlare con i cavi.
«Tu, microfono 1, vai lì» Click.
«Tu, lettore cd, da questa parte, prego» Click.
«Voi, PC1, 2 e 3, andate di là» Click. Click. Click.
Ogni cosa al suo posto, un po’ come cercare il posto giusto e sedersi in aula al primo giorno di scuola, pur non conoscendo nessuno. Se ci penso sembra che ognuno di noi sia come un cavo. Un cavo dentro il quale passa un suono. Quello del nostro essere. Qualcuno poi lo sente bene questo suono, qualcuno inizia a diventare sordo e non riesce ad ascoltarsi tanto bene e qualcun altro ancora invece non lo sente mai.
Tu. Tu invece sei una matassa di cavi colorati sul pavimento. Confesso, a me piacerebbe incastrarmi con te. Vedere che suono passerebbe da una parte all’altra. E sarebbe comunque un suono strano perché, io e te, suoneremmo in controfase.
Due segnali in controfase sono simili ma girati l’uno con l’altro. Quando una semionda è positiva in un canale quella del canale opposto invece è negativa, come se le due onde si guardassero allo specchio. Se quindi il segnale è in controfase e noi lo ascoltiamo in stereofonia, sentiamo uno strano effetto che enfatizza le alte frequenze, come un rumore che gira attorno alla testa e ci fa venire la pelle d’oca alle braccia. Ma se accoppiamo i due canali, e li incastriamo insieme facendoli suonare in mono, ecco che le parti simili si annullano l’una con l’altra e sentiremo solo la differenza. Le parti diverse. Di me e di te.
Credo che la controfase sia l’errore più affascinante e sensuale in psicoacustica. E lo puoi vedere e sentire. Te lo mostrerò, così capirai che siamo belli entrambi, a modo nostro. E quando siamo insieme anche di più.

Immagine

PRIMA DI ANDARE A DORMIRE

«Vedi? Quanto sei bella!»
«Perché?»
«Sssht. Non ci sono “perché” alla bellezza. Ci sono solo coriandoli.
Tanti coriandoli che volano nel cielo».

Immagine

NELLA PARTE SELVAGGIA DEL MONDO

Il canto stridulo degli uccelli tra le fronde mi annuncia che sta per sorgere il sole. Apro gli occhi e allungando le braccia verso le punte degli alberi, quasi come per toccarli, mi alzo in piedi e mi scrollo il terriccio umido della notte dal petto.
Mi avvolgo la stuoia della pelle di cervo attorno alla vita per coprire le nudità lasciate libere nella notte, la lego stretta sotto l’ombelico e mi avvio seguendo il rumore del ruscello.
Corro, attraverso le piante che mi frustano il corpo, al mio passaggio. Corro accompagnato da un branco di lupi che inizia la caccia, affiancandomi, come i delfini danno il buon giorno allo scafo della nave bianca salpata dal porto.
Inseguo i primi raggi di luce che mi puntano in faccia e mi indicano dove il ruscello cade in picchiata di cinquanta piedi sopra il grande torrente fragoroso. Arrivato al dirupo mi lascio cadere nell’aria in un tuffo nell’acqua trasparente sotto di me. Riemergo nella spuma della cascata, mi lavo la faccia e le braccia, mentre i lupi da lontano lanciano i primi ululati. Hanno procurato il cibo per la giornata. In ritardo sui tempi, recupero l’arco e mi inoltro nel bosco.
Punto silenzioso la mia arma verso un daino ingenuo che strappa a dentate i cespugli bassi.
Sento sfiorare la coda della mia freccia sul lobo dell’orecchio, sul mento e subito dopo la vedo passare da parte a parte il collo della bestia. La mia preda. La mia caccia è completa.
Trascino la carcassa ripulita dagli organi in cima alla rupe del consiglio dei saggi e mentre taglio via la pelle e ne cucio un mantello per la notte, ti vedo nascere, mutare forma e morire, nuvola rossa al tramonto. Ogni giorno, in queste ore, ti osservo in silenzio e ti amo in segreto.
Annuso la via nel sentiero verso casa attraverso la bruma bianca della sera che nasconde le foglie, i rami di frusta e i rovi alla vista del cacciatore stanco.
Vedo danzare nel fuoco la scintilla che scoppia dal ceppo ardente che un tempo fu vivo e ora dà vita e calore, bruciando.
La vita è nel cerchio di pietre intorno alle crepe rosse della brace al mattino, dal più piccolo e chiaro sasso di fiume al più grosso e scuro masso della montagna.
Danza nel fuoco la vita dell’uomo rosso, che vive in semplicità nella parte selvaggia del mondo.

Immagine

QUELLE VOLTE CHE IL TEMPO DI UN BACIO NON ASPETTA IL TEMPO DELLE DONNE

Wendy era cresciuta. Non dovete esserne dolenti per lei: lei era di quelli che sono contenti di crescere. Per concludere, lei crebbe di sua propria volontà un giorno prima delle altre ragazze.
Tutti i ragazzi nel frattempo erano pure bell’e cresciuti; e così non vale quasi la pena di parlare di loro. Potete vedere i Gemelli e Pennino e Ricciolino che vanno tutti i giorni in ufficio, con l’ombrello e una busta sotto il braccio. Michael è ingegnere. Piumino ha sposato una nobile, e così è diventato lord. Vedete quel giudice in parrucca che esce da quel portone di ferro? E’ Flautino. E l’uomo con la barba che non sa raccontare nemmeno una storia ai suoi bambini, è John.
Wendy si sposò in bianco, con una sciarpa rossa. E’ strano che Peter non si sia precipitato nella chiesa a impedire le nozze.
Gli anni passarono, e Wendy ebbe una bambina. Questo non dovrebbe essere scritto con inchiostro ma con oro colato.
La bambina si chiamò Jane, e aveva sempre uno strano sguardo interrogativo come se dal momento del suo ingresso nell’umanità avesse voluto fare delle domande. Quando fu abbastanza grande da poterle fare, la maggior parte di quelle domande riguardava Peter Pan.

«Dov’è il Paese-che-non-c’è? Ci si arriva volando verso quella stella? E quando c’è la nebbia e quella stella non si vede bene sbagli strada e finisci in un altro paese sconosciuto? E’ vero che Peter ha perso la sua ombra proprio in questa casa e tu mamma gliel’hai ricucita con ago e filo?»
Quante domande ho sentito venire fuori da quella stanza, mentre me ne stavo dall’altra parte della strada a guardare fuori dalla mia finestra, verso la casa dei Darling. Datemi del pazzo ma io Peter l’ho conosciuto, e ho giocato agli indiani con Pennino e Ricciolino, ho corso nei boschi esultando con i Gemelli, io facevo il verso del lupo e portavo in testa una pelliccia cucita proprio da Giglio Tigrato, la figlia del capo indiano. Ammetto che però avrei voluto imparare ad esultare come il gallo, che era il verso che faceva Peter quando vinceva contro i cattivi. Poi, un anno, quando le foglie erano ricresciute tutte sugli alberi, Peter non venne più a trovarmi, perse la sua ombra nella cuccia del cane dei Darling e il resto della storia la sapete già. Peter aveva cambiato famiglia, perché io ero diventato troppo grande per giocare, secondo lui, e sarei diventato presto un pirata. Me l’aveva confessato una sera, mentre guardavamo un tramonto, piedi penzoloni dall’albero dell’impiccato, e Campanellino svolazzava come un’ape impazzita tra la mia e la sua testa e ci faceva starnutire per la polvere dorata che ci cadeva in faccia come coriandoli a carnevale.
La piccola Jane era curiosa. Quando la conobbi fu al parco, Wendy la teneva per mano e lei continuava a fare domande strane sull’isola e sul coccodrillo e sui bambini sperduti.
«Tu eri innamorata di Peter, vero mamma? Allora perché Peter non ti ha mai dato un bacio? Tu hai mai dato un bacio a Peter, mamma?»
Sorridetti, e pensai profondamente. Wendy aveva paura di innamorarsi. Le donne in generale, quando diventano grandi, ne hanno sempre, di paura. Per Jane era facile pensare che sua mamma si spingesse sulle punte, prendesse il viso liscio di Peter e le stampasse un bacio sulle labbra, solo perché era bello pensare di poter dare un bacio a un bambino che ti piace. Ma Wendy stava già crescendo, anche se non se n’era ancora resa conto. E quella sera, fu l’inizio di tutto.
Ricordo ancora Peter che suonava il flauto alla finestra dei Darling, appoggiato allo stipite, con un piede sul davanzale e l’altro che penzolava fuori. Wendy cuciva un vestitino nuovo per Michael, che l’ultimo l’aveva strappato mentre tentava di scappare da un bufalo inferocito nella riserva degli indiani. All’improvviso cacciò un urlo, come se un pirata l’avesse colta di spalle. Peter si lanciò in volo verso di lei e le chiese se fosse tutto ok. Wendy disse, chinando la testa e vergognandosi, «mi sono punta con l’ago, scusa» e le mostro il dito con una goccia di sangue che diventava sempre più cicciona.
Peter si meravigliò, fece un passo avanti fissando il puntino rosso sul polpastrello bianco latte della ragazza e scoppiò a ridere.
«Oh Wendy – disse mentre singhiozzava – un pizzicotto così piccolo ti fa urlare così tanto? Vedessi quanto ne uscì dal braccio del Capitano quando gli staccai la mano e la diedi in pasto al coccodrillo» e intanto si spanciava levitando a mezz’aria nella stanza. Wendy si imbronciò, come offesa, non tollerava che Peter Pan ridesse di lei e delle sue piccole-grandi disgrazie. Si sarebbe aspettata una reazione più dolce e compassionevole. In verità tutte le fanciulle, quando diventano grandi, si arrabbiano tantissimo davanti all’indifferenza di un ragazzo o quando le si prende in giro, anche se non lo danno a vedere.
«Peter! Io mi sono fatta male! Sul serio!» lo rimproverò Wendy, col dito ancora insanguinato.
«Oh – disse il fanciullo, atterrando sul pavimento di moquette – non potevo immaginare…» e a passo felpato si avvicinò al polpastrello rosso, si piegò verso di esso, lo annusò come farebbe un cagnolino curioso, poi lo mise in bocca afferrando allo stesso tempo il polso della ragazza per non farle ritirare la mano. Wendy sbarrò gli occhi e cercò inizialmente di tirare indietro il braccio, poi lasciò che il suo indice scivolasse sulla lingua di Peter e uscisse dalla sua bocca umidiccio e disinfettato.
«Passa in fretta, non preoccuparti!» disse Peter sorridendo, e mise le mani sui fianchi come un eroe che ha vinto la più dura delle battaglie.
«P-P-Peter» balbettò Wendy «g-g-grazie!»
Il ragazzo si avvicinò alla finestra e agganciò per bene lo spadino e il flauto nella cinta di cuoio. Si tirò la gonnella di foglie e pelli sul sedere e si preparò a spiccare il volo, senza dire una parola, dando le spalle a Wendy.
«Aspetta! – lo interruppe lei – Voglio darti un bacio.» E lo disse così, tutto d’un fiato, come se quel momento andasse afferrato prima che schizzi via e non si recupera più.
«Mhmm – mugugnò il fanciullo, voltandosi e avvicinandosi – Che cos’è un bacio?».
Quando Wendy se lo ritrovò davanti, a 5 centimetri dal suo naso, l’unica cosa che le venne da fare fu chiudere le palpebre e alzare il braccio sinistro verso il volto di Peter e avvicinare la mano quasi socchiusa con un ditale di ferro forato infilato sull’indice. Non fece in tempo a riaprire gli occhi che una folata di vento le invadeva i capelli e Peter era già schizzato fuori dalla finestra con in mano il ditale di ferro. «Grazie del bacio!» urlò allontanandosi a zig zag nel cielo.
«Se Peter tornasse a trovarti glielo daresti un bacio? Io non lo direi a papà!» chiese Jane alzando la testa verso il vestito azzurro della madre, in cerca dei suoi occhi.
Wendy non rispose, e alzò lo sguardo anch’ella. Pensò dentro di lei che se Peter fosse tornato, quella sera stessa, lei avrebbe desiderato pungersi con l’ago non uno ma tutte e dieci le dita delle mani, perché non avrebbe appositamente usato nessun ditale di ferro per rifare l’orlo ai pantaloni di Michael.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: