IO, LIBERO.

di icecamp

Quasi non ricordavo più il mondo visto fuori da una gabbia, al di là delle sbarre di ferro. Sento come formiche che mi camminano dalla coda, sotto il pelo, fin sulla punta del naso bagnato. Etciù. Starnutisco. Ah, aria! Niente più fumi puzzosi e odori nauseabondi dei cani morti ammazzati pronti ad essere scuoiati. Tremo ancora, la paura di fuggire e di venire catturati nuovamente e finiti all’istante, bruciandomi anche la possibilità di guardare qualche ultimo cielo prima di correre contro il mio triste destino. Libero, adesso, ho ritrovato la strada di casa. Fiero nella mia pelliccia bruna macchiata d’argento prendo il vento sul muso come schiaffi gelidi ma non patisco più il freddo, ora, nè il dolore. Mi pianto sulle zampe, alzo la testa, coda dritta. Ululo al cielo senza luna e attendo la risposta nei versi dei miei fratelli che mi accompagnano in questo ritorno. Sorrido sotto ai baffi al sentire in questo suono d’insieme il brivido, lo stesso brivido, che provo anch’io nell’essere di nuovo tra di loro. Azzanno l’aria e faccio un balzo per ruotare la testa nel verso della coda e ricomincio a correre. Come una furia buia mi lancio attraverso il sentiero e schivo piante, radici sporgenti e i rami bassi degli alberi. Corro e non ho intenzione di frenare la mia caccia. Corrono a fianco a me, i miei fratelli, mordendo il nuovo sapore dolce della strada verso casa. Sono al traguardo, in volata come fosse una gara per chi arriva prima, un cenno con le orecchie mi fa capire di far piano, perché tutti dormono. Entro nella tana e a passo felpato mi dirigo nel mio angolo. Lì, bella, nel manto bianco se ne sta accovacciata dormiente, avvolgendo le testoline dei piccoli che ho temuto di non annusare più. Li fisso mentre sento che le lacrime mi annegano gli occhi neri. Sono felice. E sono qui, ancora. Un fratello mi struscia il capo contro il collo, spingendomi verso l’uscio. Non svegliarli, vuole dirmi, domani avrai il tempo a favore per le coccole. Ha ragione. Mai togliere alla notte il dovuto riposo. Mi allontano, zompetto a coda alta verso la luce della luna appena sorta. Faccio guardia io. Mi sdraio sulla nuda roccia all’ombra della rupe, scuoto la testa per scrollarmi la polvere da sopra le orecchie, poi mi accuccio per terra, come a rispondere al comando di quei padroni che camminano su due zampe e brandiscono le mazze coi chiodi nelle altre due. Avvicino il muso al pavimento duro, mi guardo ancora un attimo intorno e sbuffo strisciando il naso a terra. Chiudo gli occhi lasciandomi cullare dalla pioggia che inizia leggera a fare rumore qui fuori. Attendo un nuovo sole, un altro giorno selvaggio.

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