UNA MATASSA DI SEGNALI IN CONTROFASE

di icecamp

Che cosa strana! Io in fondo io non sono nessuno. E in verità non faccio proprio niente, di così speciale. So unire due cavi insieme. Click. Li incastro nel modo giusto. E su questo non mi sbaglio mai. A me piace parlare con i cavi.
«Tu, microfono 1, vai lì» Click.
«Tu, lettore cd, da questa parte, prego» Click.
«Voi, PC1, 2 e 3, andate di là» Click. Click. Click.
Ogni cosa al suo posto, un po’ come cercare il posto giusto e sedersi in aula al primo giorno di scuola, pur non conoscendo nessuno. Se ci penso sembra che ognuno di noi sia come un cavo. Un cavo dentro il quale passa un suono. Quello del nostro essere. Qualcuno poi lo sente bene questo suono, qualcuno inizia a diventare sordo e non riesce ad ascoltarsi tanto bene e qualcun altro ancora invece non lo sente mai.
Tu. Tu invece sei una matassa di cavi colorati sul pavimento. Confesso, a me piacerebbe incastrarmi con te. Vedere che suono passerebbe da una parte all’altra. E sarebbe comunque un suono strano perché, io e te, suoneremmo in controfase.
Due segnali in controfase sono simili ma girati l’uno con l’altro. Quando una semionda è positiva in un canale quella del canale opposto invece è negativa, come se le due onde si guardassero allo specchio. Se quindi il segnale è in controfase e noi lo ascoltiamo in stereofonia, sentiamo uno strano effetto che enfatizza le alte frequenze, come un rumore che gira attorno alla testa e ci fa venire la pelle d’oca alle braccia. Ma se accoppiamo i due canali, e li incastriamo insieme facendoli suonare in mono, ecco che le parti simili si annullano l’una con l’altra e sentiremo solo la differenza. Le parti diverse. Di me e di te.
Credo che la controfase sia l’errore più affascinante e sensuale in psicoacustica. E lo puoi vedere e sentire. Te lo mostrerò, così capirai che siamo belli entrambi, a modo nostro. E quando siamo insieme anche di più.

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