reading, writing

Mese: ottobre, 2013

TOUCH

Per il momento ti sogno ed è altrettanto importante, perché mi dici cosa vuoi e lo facciamo subito, senza aspettare la realtà.
Nel sogno non c’è tempo. Loro, i sogni, non invecchiano e profumano di fiori.
I sogni sono liberi come l’amore che ci si fa dentro e che io e te facciamo tanto. Nei sogni tu mi dici di sì e poi mi prendi la mano e le fai disegnare una spirale sul tuo petto e io faccio lo stesso con la tua. Le mie dita ti suonano addosso, in questa grande immaginazione, e quando mi sveglio so ancora a memoria che melodia e che armonia ha il tuo corpo.
Tu non sei un sogno nel cassetto, ‘che quelli, chiusi lì dentro da una vita, poi fanno la muffa.
Tu sei musa, vera, dentro e fuori di me. Sei quel sapore in bocca che hanno i sentimenti quando si ama, sei il sudore sulla pelle di un amplesso che non finisce. Tu sei vera, che le mie mani possono toccare e i miei pensieri disegnare nell’aria usando gli occhi come pennelli.

SpiraleCorda

BEIJING

E il fascino della città proibita mi riempì gli occhi di quei colori che la storia non ha sbiadito,
di quegli odori miscelati nel tempo e ancora forti nelle mie narici. E nella città proibita io non c’ero mai stato prima e mai ancora ci sono stato. Il potere di un sogno rende reale ogni senso, seppure spesso li consideriamo una rappresentazione fittizia della nostra mente.
Va’, vivi e scrivila, questa tua Pechino.

Forbidden City Concert Hall

IN CORSA CONTRO IL TEMPO

Nella vita si può superare tutto ma il vero nemico è il tempo che passa.
Anche la distanza si misura nel tempo. Io e te siamo distanti nel tempo e non nello spazio. Se, ad esempio, potessi essere più veloce del tempo sarei lì anche adesso, poi schizzerei via e ritornerei ancora. Sarebbe un loop di andirivieni che non mi costerebbe niente, nemmeno in fatica.
Pensaci, a volte ti capita che vorresti meno tempo per finire più in fretta qualcosa, altre volte invece ne vorresti di più o addirittura vorresti che non passasse mai, per godere appieno quel momento che stai vivendo. Ma è inutile sperare e ragionare su ciò, tanto lui, il tempo, maledetto, non si ferma mai. E’ costante. Va avanti senza voltarsi. Ci ha già fregati in partenza. Infatti la distanza, nello spazio, non fa testo, gira tutto intorno al tempo.
E’ un concetto affascinante all’ennesima potenza. Guarda un orologio appeso al muro e soffermati sulla lancetta o sui puntini che contano i secondi. Lo percepisco, io, il tempo che passa, lo conto, e lo sto già perdendo di vista proprio mentre lo faccio.
L’ho fatto quando ti aspettavo, dal suono della sveglia a dentro la doccia, fino all’attimo in cui il citofono ha starnazzato e io ero ancora in mutande. E nel tempo in cui hai arrampicato per tre piani sulle scale io, ancora più veloce del tempo, ho infilato i vestiti del giorno prima e ti ho accolta sul pianerottolo, con i capelli ancora umidi e un sorriso imbarazzato.
Ok. Camicia di forza adesso. Rinchiudetemi.

Pink Floyd Cake - 3

REWIND, REPLAY

Guardarti e innamorarmi ancora.
Mi ricorda come quando riavvolgevamo il nastro delle cassette musicali, indietro veloce più che si poteva per riascoltare la canzone preferita il prima possibile. Ricordo ancora il rumore del nastro che corre indietro, sottile e stridulo che ho sempre avuto paura si spezzasse, e poi invece si stoppava, la testina faceva clack appoggiandosi al nastro e ricominciava tutto.
Ogni volta che ti guardo la cassettina si riavvolge e ricomincia la stessa canzone in cima alla playlist, ma suona più bella ogni volta, man mano che il nastro si consuma. E in quel preciso punto della canzone partono i violini che prima non c’erano e la volta successiva i sonagli e poi il triangolo, il violoncello e poi l’arpa. E la canzoncina pop diventa pian piano un’orchestra e nell’insieme sei musica che danza sulla testa di ogni musicista, e io, in prima fila, sto ad ammirarti danzare con loro e intanto muoio nella mia gelosia. Ma so che mi concederai un passo a due, quello più bello, che ha il suono delle nostre risate in sincrono e i movimenti di una notte intera, senza pause.

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COME BAMBINI SULLE ALTALENE

Immaginate una serata di metà settimana, un giorno come un altro, con il cielo che minaccia pioggia ma io me ne sto tranquillo perché il sito internet del meteo ha mantenuto per tutto il giorno la dicitura “nubi sparse” e quindi, chi se ne frega, non ho dietro neanche un ombrellino di fortuna.
Lei ha quel vestito bianco con una larga fascia nera diagonale adornata da bottoni bianchi che partono dalla spalla destra e girano sul fianco sinistro, ha le spalle scoperte e un cuoricino rosa tatuato che sbuca da una bretella della scollatura. A me piace un sacco così. Piacerebbe anche a voi, ma io sarei geloso, quindi non guardatela troppo per favore.
Siamo seduti a un tavolino tondo, piccolo, di ferro battuto e verniciato mille volte che dai graffi in superficie viene fuori il colore precedente. Il tavolino è talmente piccolo che le nostre gambe non ci stanno di sotto e ci tocca incrociarle di nascosto. Stiamo bevendo un frullato enorme, dentro c’è del gelato, della frutta mista che non riesco a separarne i gusti e sopra una spruzzata di panna montata. Dal bicchierone vengono fuori due lunghe cannucce, facciamo a chi riesce a berne di più in meno tempo possibile. Ci guardiamo negli occhi, ridiamo a bocca aperta quando uno dei due si ferma a prendere respiro.
La prendo per mano e la trascino fuori dal locale. La porto dall’altra parte della strada, sotto le insegne illuminate di un cinema molto carino. «Scegli un film!» dico.
Siamo al buio, in sala, sono seduto alla sua sinistra e nella mia mente si srotolano tante idee strane. La spio con la coda dell’occhio per rubarle lo sguardo attento alla trama del film. Ogni tanto sorride divertita, poi ritorna tutta seria e cerca ancora di capire e dare un senso alle scene più complesse. Le rompo le scatole toccandole la punta del naso con un dito, poi gioco con lo stesso dito davanti ai suoi occhi per non lasciarle vedere il film. Agitando le mani cerca di scacciarlo come farebbe con una zanzara fastidiosa. Mentre prende a schiaffi l’aria davanti alla sua faccia scoppia a ridere rumorosamente, da dietro qualcuno infastidito ci fa uno “sshhh” e scoppio a ridere anch’io. Ci sotterriamo entrambi nelle poltrone, mi afferra un braccio, butta giù la testa sulla mia spalla, come fosse un cuscino e si avvinghia a me come un koala fino alla fine del film.
Torniamo a casa a piedi, lei non smette di farmi mille domande, io guardo a terra i nostri piedi incrociarsi uno davanti all’altro e le ombre, formate dai lampioni gialli,  deformi che si allungano per metri in mezzo alla strada.
Poco prima di arrivare, le prendo la mano, mentre mi sta raccontando pezzi della sua vita, la trascino dentro il vialetto buio del parco, le fronde alte e folte degli alberi nascondono la testa dei lampioni e fanno da tappo all’illuminazione. Ci avviciniamo ai giochi per bambini, mi impossesso di un’altalena e le indico sorridendo di sedersi su quella accanto.
Siamo ancora uno di fronte all’altra, lei continua a parlare, inizia a farmi domande dai doppi sensi, e ride, lo fa per mettermi in imbarazzo. Io non rispondo e la prendo in giro. Gioco ancora con il dito davanti ai suoi occhi fino a che non le do un colpetto sulla punta del naso, lei arriccia il viso in una smorfia che le fa chiudere gli occhi. Non fa in tempo a riaprirli che ho già afferrato la catena della sua altalena e la sto strattonando verso di me, rubandole un bacio sulle labbra. Si stacca di colpo, spalanca gli occhi, mi guarda un secondo e con fare da rimprovero dice «sei uno scimmione!», la guardo, le faccio una smorfia anch’io, poi sorrido e le dico «ssshhh» e la sto tirando ancora verso di me.
Mentre mi bacia, una sua mano scivola sul mio viso dall’alto, poi mi afferra da dietro per il collo e mi tiene appiccicato a lei con la violenza che l’impeto di un bacio può esprimere sotto le sue dita, sulla mia pelle.
Le catene delle altalene si intrecciano, iniziano a dondolare e a cullarci, e tutto attorno diventa un vortice che ci trascina via da lì.

swing

MILANO GRIGIA

Grigia Milano questa mattina, la vedo spuntare dalla finestra come se fosse un gatto che fa capolino e vuole attirare la mia attenzione. Io invece, mio caro gatto ruffiano della domenica, voglio restare al caldo del letto. Mi giro e rigiro sotto la coperta che mi avvolge come una mummia immersa nel suo sonno egizio ma niente, il mio udito si sofferma ad ascoltare i rumori della strada, la mamma che urla al bambino di mettere un maglione che-fuori-fa-freddo e il ronzio dell’aspirapolvere del vicino al di là del muro. Il rumore bianco m’invade i timpani e il mio cervello mi fa cadere di nuovo in uno stato di dormiveglia. Gli occhi ancora chiusi amplificano adesso tutti i suoni attorno a me. Mi concentro su ciò che ascolto e improvvisamente mi sento come al centro di un alveare ad assaporare il gusto del miele nel ronzio d’api in cui è immersa la mia testa.
Allungo la mano verso l’altra parte del letto e la sento piatta, solo qualche piega nel lenzuolo. Le conto, una-due-tre e arrivo fino a sette, devo essermi girato tanto questa notte per aver spiegazzato tutto così. Salgo in su con la mano in cerca di morbidi capelli lasciati cadere sulle spalle ma sento che il caldo della coperta diventa d’improvviso il freddo del lenzuolo rosso. Ricordo di colpo che sto dormendo su tutti e due i cuscini e che pur cercando non troverò nient’altro da quell’altra parte.
Mi giro mugugnando verso le scale che scendono giù dal soppalco e il suono che mi viene dalla gola è come quello del gatto grigio quando fa le fusa. Apro appena gli occhi, giusto il tempo di mettere a fuoco il mondo, allungo la mano dall’altra parte della scaletta, prendo il telefono, lo guardo, compongo il numero. Non faccio in tempo a percepire il suono del primo squillo che sento già la sua risposta. Io ho la voce scura, ancora addormentata, strozzata mentre pronuncia le prime parole dopo ore di silenzio. La sua voce invece è sveglia, frizzante, di quel suono vivace che non stanca mai. Le racconto un sogno. Sorride sbalordita e compiaciuta, come se fosse stata lei a pregare che io la sognassi in quel modo e adesso ne gode soddisfatta.
Riaggancio e mi schiarisco la voce tossendo. Ripeto «buongiorno» a voce alta per sentire se adesso sono più presentabile, «mh, meglio» e mentre lo dico cerco di convincermi che è vero.
Lentamente mi metto seduto e tiro fuori le gambe dalle coperte. Scendo barcollando di sotto, tastando a piedi nudi il legno vivo della scaletta stretta. Mi sveglio davvero quando il piede tocca la mattonella ghiacciata del pavimento e un brivido mi sale veloce fino al collo. Infilo i calzini saltellando per evitare il gelo, vado ad aprire la finestra per far cambiare aria e mi lascio cadere sul divano. Chiudo di nuovo gli occhi cercando di sognare ancora, mi abbandono a quella strana sensazione di fuga dalla realtà mentre fuori prende vita un altro giorno in questa città senza cielo.

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(foto di Nicolò Parsenziani, STORNI SOPRA UNA MILANO GRIGIA)

MORSO PROIBITO

Pensavo alla tua testa, a quei pensieri che nascono dalla fantasia, da un desiderio proibito.
Pensavo ai sapori. Tu mangi un peperoncino.
Lo prendi incuriosita e lo porti alla bocca tenendolo delicatamente tra le dita che non lo lasciano scappare come fosse una morsa fatale. Lo guardo spezzarsi tra i tuoi denti che affondano nella punta e scivolare via tra le labbra che si chiudono in un morbido bacio sulla pelle rossa e liscia del frutto.
E mentre ti si infuocano lingua e palato senti la crema di cioccolato invadere la bocca.
Spalanchi gli occhi e mi guardi, mentre dentro di te si mischiano il sapore paradisiaco con quello dell’inferno.

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NON DONARE FIORI QUANDO AMI

Guardatevi negli occhi in mezzo alla gente, concentratevi sul suono che fate l’uno insieme con l’altro e attenuate il rumore violetto dei tuoni attorno a voi. Improvvisamente state pensando che vorreste regalarvi il mondo a vicenda ma non fatelo, rispettatevi. Regalate voi stessi, interamente. E’ la cosa più grande che potrete fare per l’altro.
Tu. Non regalare fiori strappati dai campi, regala un intero campo di fiori che crescono selvatici nella loro natura. Pensaci. Non lasciare che muoiano in un vaso colmo d’acqua, vai a goderne la vita dove nascono, in quel campo, tutte le volte che vuoi.
Non donare un cioccolatino attendendo che legga la frase sul bigliettino e ti dia indietro un bacio. Donalo se vuoi condividere un peccato di gola estremamente dolce. Anche un bacio vero, non quelli avvolti nella stagnola e con le nocciole dentro, è in fondo un peccato di gola. Non aspettarti mai nulla in cambio dall’amore. Donalo, sinceramente, e raccogline i frutti ogni giorno. Calpesta i frutti marci che ti finiscono sotto i piedi, non mangiarli per forza, scartali e prosegui al tuo raccolto migliore.
Non incolpare l’amore se qualcosa va storto o se ti senti tradito. Non permetterti mai di dare colpe alla persona che ti corrisponde in amore se nel suo intimo soffre già di suo. Perché ricorda che non è l’amore che ci ferisce o che ci fa male di per sé. E’ ciò che ci aspettiamo o che pretendiamo da esso che lo può distorcere irrimediabilmente.

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APRITE GLI OCCHI. INNAMORATEVI.

Aprite gli occhi ogni momento della giornata, non solo quando vi svegliate al mattino.
Fatevi strada tra gli sguardi che vi circondano.
Ricordate a voi stessi che esistete per un motivo, non siete qui tanto per esserci e fare numero.
Siate curiosi, non smettete mai di fare domande.
Cercate di vivere come se ogni giorno fosse un viaggio diverso in un posto che non conoscete, perché gli occhi di un viaggiatore guardano oltre quelli di un animo comune, cercano continuamente un mondo nuovo dietro ogni angolo, e non si affaticano mai.
Andate in giro a testa alta e sorridete in faccia alla gente.
Parlate con gli sconosciuti e non fatevi scrupoli o pregiudizi.
Scoprite con chi condividete il mondo perché il mondo non è malvagio, siamo noi a renderlo tale.
Imparate a dire a qualcuno che vi piace, quando tale è ciò che sentite e non stancatevi mai di ripeterglielo.
Innamoratevi anche delle cose impossibili perché reprimere un sentimento così forte vi farà solo stare peggio e non saprete mai quanto possibile possa rendere le cose il solo pensiero di amarle dal profondo di noi stessi.
A questo punto ditelo quel “ti amo”, dritto negli occhi, e non abbiate paura di dirlo troppe volte perché un suono può pure perdere di significato ma un sentimento non perderà mai il suo peso. E il peso dell’amore è ciò che ci fa sopravvivere.

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SANUYE*

Un nome deve poggiarsi sul viso di chi lo porta, come fosse un telo bianco che aderisce sulla pelle senza lasciarne piega.
Un’antica leggenda pellerossa racconta che i nomi dei bambini appena nati cambiavano tutte le notti. Si sa che i bambini appena nati passano le notti svegliandosi e piangendo. Così ogni notte i genitori proponevano un nome allo sciamano. E quella notte, puntualmente, il bambino piangeva e si dimenava. E il nome, scritto su un tocco di corteccia d’albero, veniva gettato nel fuoco ricoperto di polveri miste che coloravano le fiamme e il fumo che saliva al cielo, al cospetto degli antichi. Il nome che infine restava per sempre sul corpo del bambino era quello scelto la notte in cui egli non piangeva più e si addormentava sereno.
Il tocco di legno veniva dunque bruciato a secco, senza polveri, e il fuoco risplendeva dei suoi colori naturali. I suoni sussurrati che compongono il nuovo nome salgono così sotto forma di canto nel fumo nero del falò fino al becco dell’uccello del tuono che domina sulla carcassa degli animali del totem, all’interno del cerchio dove il consiglio si raduna alla sera.
Fu il giorno in cui hai pianto al telefono raccontando di te che alzai la testa ed il cielo era colmo di nubi grigiastre che attentavano sul mare, e fu poche ore dopo quando sorridesti che le nuvole di quella giornata uggiosa si erano arrossate lasciando un sole tiepido trasparire e colorarle di rosso, mentre si tuffava dietro la linea dell’orizzonte.

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*Sanuye: in Miwokan, lingua della tribù Miwok della California, significa “nuvola rossa al tramonto”.

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