MILANO GRIGIA

di icecamp

Grigia Milano questa mattina, la vedo spuntare dalla finestra come se fosse un gatto che fa capolino e vuole attirare la mia attenzione. Io invece, mio caro gatto ruffiano della domenica, voglio restare al caldo del letto. Mi giro e rigiro sotto la coperta che mi avvolge come una mummia immersa nel suo sonno egizio ma niente, il mio udito si sofferma ad ascoltare i rumori della strada, la mamma che urla al bambino di mettere un maglione che-fuori-fa-freddo e il ronzio dell’aspirapolvere del vicino al di là del muro. Il rumore bianco m’invade i timpani e il mio cervello mi fa cadere di nuovo in uno stato di dormiveglia. Gli occhi ancora chiusi amplificano adesso tutti i suoni attorno a me. Mi concentro su ciò che ascolto e improvvisamente mi sento come al centro di un alveare ad assaporare il gusto del miele nel ronzio d’api in cui è immersa la mia testa.
Allungo la mano verso l’altra parte del letto e la sento piatta, solo qualche piega nel lenzuolo. Le conto, una-due-tre e arrivo fino a sette, devo essermi girato tanto questa notte per aver spiegazzato tutto così. Salgo in su con la mano in cerca di morbidi capelli lasciati cadere sulle spalle ma sento che il caldo della coperta diventa d’improvviso il freddo del lenzuolo rosso. Ricordo di colpo che sto dormendo su tutti e due i cuscini e che pur cercando non troverò nient’altro da quell’altra parte.
Mi giro mugugnando verso le scale che scendono giù dal soppalco e il suono che mi viene dalla gola è come quello del gatto grigio quando fa le fusa. Apro appena gli occhi, giusto il tempo di mettere a fuoco il mondo, allungo la mano dall’altra parte della scaletta, prendo il telefono, lo guardo, compongo il numero. Non faccio in tempo a percepire il suono del primo squillo che sento già la sua risposta. Io ho la voce scura, ancora addormentata, strozzata mentre pronuncia le prime parole dopo ore di silenzio. La sua voce invece è sveglia, frizzante, di quel suono vivace che non stanca mai. Le racconto un sogno. Sorride sbalordita e compiaciuta, come se fosse stata lei a pregare che io la sognassi in quel modo e adesso ne gode soddisfatta.
Riaggancio e mi schiarisco la voce tossendo. Ripeto «buongiorno» a voce alta per sentire se adesso sono più presentabile, «mh, meglio» e mentre lo dico cerco di convincermi che è vero.
Lentamente mi metto seduto e tiro fuori le gambe dalle coperte. Scendo barcollando di sotto, tastando a piedi nudi il legno vivo della scaletta stretta. Mi sveglio davvero quando il piede tocca la mattonella ghiacciata del pavimento e un brivido mi sale veloce fino al collo. Infilo i calzini saltellando per evitare il gelo, vado ad aprire la finestra per far cambiare aria e mi lascio cadere sul divano. Chiudo di nuovo gli occhi cercando di sognare ancora, mi abbandono a quella strana sensazione di fuga dalla realtà mentre fuori prende vita un altro giorno in questa città senza cielo.

Immagine
(foto di Nicolò Parsenziani, STORNI SOPRA UNA MILANO GRIGIA)

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