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Mese: novembre, 2013

DOMENICA E’ SEMPRE DOMENICA

Starnutisco, il naso mi si riempie di muco. A tentoni strappo della carta igienica senza abbassare la testa, piego i lembi in due, li avvicino al naso e soffio forte.
Muovo il piede dentro al calzino che si piega e ripiega sempre nel modo più strano tra le dita.
Mi alzo, infilo i piedi nelle pantofole e mi tiro su i pantaloni extra large della tuta che finiscono sempre sotto ai talloni. Faccio due passi verso la cucina, prendo il pentolino e metto l’acqua sul fuoco. Apro la dispensa, tiro fuori la scatola del tè e passo il dito sulla cresta delle bustine facendo il rumore di chi sfoglia un libro dalle pagine semi aperte. Fermo il dito a caso, tiro fuori. Leggo agrumi. Prendo la bustina tra le dita e con l’altra mano scelgo la tazza bianca di Starbucks con i bordi arancioni. Mi arrampico sul soppalco, raggiungo il letto. Prendo la felpa e la infilo mentre scendo ancora di sotto.
Mi fermo davanti al vetro incorniciato nell’infisso di legno antico verniciato di bianco. Mi avvicino e guardo come fossi un turista che si affaccia per la prima volta alla camera di casa per guardare il panorama di questo angolo buio di Milano.
Strade spente. Poche macchine sfrecciano nella via che appare dietro al cortile tra i due palazzi. Non passeggia nessuno lì fuori. Spiaccico il naso contro la finestra e sbuffo, il vetro si appanna in un alone rotondo che subito scompare. E’ ghiacciato. Ritiro la faccia in dentro e mi ritrovo in ginocchio sul divano, con un brivido al collo.
E’ già inverno? Mi chiedo. No, e mi rispondo da solo, è solo la settimana che finisce.
Sorrido, finisco di preparare il mio tè e mi siedo sul divano con la tazza in mano. Sfioro il display del cellulare che si illumina come per dirmi “ciao, ci sono anch’io”. Notifiche di mille mila messaggi. A me ne interessa uno prima di tutti. Apro la conversazione, scorro in basso, clicco per far apparire la tastiera. Digito ‘vorrei tanto sentirti’ e ancora ‘il tempo con te passa diverso’.
Invio.

cup of tea

QUELLI CHE SI INNAMORANO

Gli occhi dell’amore si nascondono dietro al buco della serratura. Sono gli occhi di un voyeur desideroso di osservare quell’altra vita, dall’altra parte del muro.
Gli occhi dell’amore sono quelli che guardano in un punto fisso pensando ad altro, senza metterlo a fuoco.
Gli occhi dell’amore diventano grandi e piccoli in un nanosecondo quando inciampano nell’altro sguardo. Io li ho visti, gli occhi dell’amore, e quando mi sono reso conto di guardarli davvero, tutto il resto è cambiato insieme a me. Innamorarsi è strano, e pensare che io, innamorato, lo ero sempre.
Innamorarsi abbatte ogni barriera fisica e morale religiosa, apre la mente a un mondo che non si è mai visto prima. Non ci si rende mai subito conto quando ci si innamora. Quando te lo stai chiedendo o ne viene un minimo dubbio la risposta è irrimediabilmente . Ma è un che non si fa sentire.
Ci si innamora al telefono, in una cabina in mezzo alla strada, proprio quando il tempo sta per scadere e non hai più un altro gettone in tasca per dire le ultime parole.
Ci si innamora al mattino, quando il viso è stropicciato dal sonno, i capelli sono arruffati e il trucco è sbavato sulle guance.
Ci si innamora al buio, in silenzio, quel silenzio interrotto da un sorriso accennato o da un verso di incertezza. E’ un dubbio che pervade la testa, una domanda che gli occhi cercano fuori dagli spiragli di una stanza di pietra. Davvero c’è un mare e un cielo al di là di questa vita, di questa realtà in cui sembra essere eresia sognare?
Ci si innamora partendo, e la risposta a tutto questo è un biglietto di sola andata verso l’ignoto. E la curiosità corrode più per capire dove in effetti si trovi questo ignoto che per tutto il resto perché a volte, e qui si nota la grande debolezza umana, il buio fa paura anche ai grandi, e solo andata è una parola con le luci spente.

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TUTTO IL TEMPO DEL MONDO

Il mio tempo è anche il suo, a me piace viverlo con lei.
Pensateci, è bello sentirsi dire una cosa del genere eh? Vi assicuro che è altrettanto bello dirlo e capire mentre lo si dice che è vero, che si percepisce in ogni punto del corpo.
Sì, si chiama sentimento.
E’ vero che la mia vita di tutti giorni io la regalerei a lei. Che la rapirei per farla mia.
E’ vero che il mio tempo è anche il suo e che può farne ciò che vuole, anzi, possiamo farne ciò che vogliamo, perché quello del tempo è un gioco che si gioca almeno in due, altrimenti non passa più. E quella che poi non passa più è l’eternità. Non si può promettere o donare l’eternità a qualcun altro. Sareste monotoni. Regalate la vita, e piuttosto la vita dopo e quella dopo ancora, tutte le vite dell’eternità. Ma siate vari, non focalizzatevi sul “per sempre” come se fosse uno ed unico.
Cambiate forma, vivete ogni vita che esiste in natura e vi renderete conto che ci si può accoppiare in ogni dove e in ogni età. Sarò il legno di una capanna costruita tra i rami, lei sarà l’albero che mi sorregge sulle sue decine di braccia.
Il mio tempo con lei si allunga. Non morirò presto se lei sta con me. Forse non morirò più.
E adesso voglio le sue mani a scandire il tempo come fossero lancette, su di me.

capanna albero equador

CLOSET

Ci sono quelle piccole cose sceme che io farei, che a me piacciono tanto. Mi sento ispirato d’improvviso da tutti questi giochi che si trasformano in un contatto più profondo da un attimo all’altro.
Non saprei… io  voglio sempre toglierti il respiro e poi ridartelo perché la tua faccia, quando ne resti senza, è la faccia più curiosa tra tutte e quando poi sorridi emozionata, subito dopo, è quella più bella al mondo.
Io lo so che tu ed io abbiamo gli stessi desideri, rinchiusi in uno stanzino buio che tutti gli altri userebbero solo per riporre le scope.

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VOGLIO UNA VITA ADDOMESTICATA?

«Non sei di queste parti, tu», disse la volpe, «che cosa cerchi?» «Cerco gli uomini», disse il piccolo principe. «Che cosa vuol dire “addomesticare”?»
[…] «È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…» 
«Creare dei legami?»
«Certo», disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.»
«Comincio a capire», disse il piccolo principe. «C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…»
«È possibile», disse la volpe. «Capita di tutto sulla Terra…»
«Oh! non è sulla Terra», disse il piccolo principe. La volpe sembrò perplessa.
«Su un altro pianeta?»
«Sì.»
«Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?»
«No.»
«Questo mi interessa! E delle galline?»
«No.»
«Non c’è niente di perfetto», sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea: «La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…». La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe: «Per favore… addomesticami», disse.
[…] «Che bisogna fare?», domandò il piccolo principe.
«Bisogna essere molto pazienti», rispose la volpe. «In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…»
Il piccolo principe ritornò l’indomani. «Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora», disse la volpe. «Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e a inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti.»
«Che cos’è un rito?», disse il piccolo principe.
«Anche questa è una cosa da tempo dimenticata», disse la volpe. «È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore.»


Viaggiare per questo o per altri mondi è la nostra inclinazione naturale, essendo nati con un forte senso di curiosità, che è proprio quello che ci fa vivere, giorno dopo giorno, e ci fa scoprire chi siamo e come siamo.

Siamo animali, come la volpe, ma siamo animali metafisici, che vanno al di là di ciò che vediamo e tocchiamo ingenuamente e lo sviluppiamo, attraverso tutti gli altri sensi, per trarne beneficio a noi stessi. E’ il concetto di “eccitazione”, forse un po’ troppo complesso per essere un principino di 10 anni che si trova perso per un mondo che non conosce, lontano da casa, dalla sua piccola casa.

Il mondo mi è sembrato enorme, che poi definirlo mondo è tanto relativo perché di mondi io ne ho girati un sacco. Quest’ultimo però, questo enorme posto, qui lo chiamano Terra, come la polvere scura su cui cresce l’erba, che diventa argilla se infangata d’acqua e dura come la pietra se cristallizzata al sole. Mi piace la Terra, perché è piena di tutto, tutto ciò di cui si ha bisogno. Non mi piace perché gli umani che la vivono non se ne rendono conto, o forse se ne rendono conto troppo esageratamente.
Questi umani sono esseri primitivi, legati agli istinti, che sono però stati soggiogati da un’evoluzione strana. Loro non si accontentano mai. Inventano le macchine per trasformare la natura, quando invece è proprio la natura che si trasforma automaticamente per i loro bisogni, ma vaglielo a spiegare! Loro manipolano la pietra per renderla più dura, la squagliano e la colano nel ferro per costruire le case, ho visto costruire le città in questo modo e mi sono chiesto «che strano, quanta fatica, quanto denaro speso, ma il fango e le pietre o il legno non vi bastano più?». Già, il denaro, ho scoperto anche questa cosa. E’ un baratto strano: io prendo qualcosa di grosso e do in cambio un fogliettino di carta colorata che pare avere lo stesso valore, e quindi tanta gente va in giro con le tasche piene di fogliettini colorati ed è felice di averne sempre di più. E ne hanno tanti eh! Però poi questa gente torna a casa, apre la porta, e ha solo fogliettini colorati in giro, niente di solido, niente di reale, non ha animali da accudire, piante che gli danno i frutti da mangiare e quindi mi sono chiesto «ma perché vivono questa vita noiosa?».
Ho scoperto che gli umani si conoscono già, almeno fanno finta. Non si parlano più, non si scambiano gli sguardi, non diventano amici, non si innamorano davvero ma ho scoperto che loro invece sono proprio convinti di farle, tutte queste cose. E’ come un buffo videogame in cui tu sei il re del mondo ma in realtà è tutta una finzione. Solo che nel gioco ne sei consapevole, qui sulla Terra invece non lo sa nessuno.
Penso che gli umani debbano svegliarsi subito quando suona la loro sveglia al mattino, uscire e creare legami, avere dei riti e non invece starsene a rigirarsi nel letto altre due ore, perché è quello di cui pensano avere necessità. Loro hanno necessità di sognare perché non hanno una realtà soddisfacente. Che cosa strana, si sono addomesticati da soli!
A me l’ha insegnato la volpe, nella sua forma umana, che vi potrà sembrare una persona triste perché vive in semplicità e si emoziona delle cose piccole, che sgrana gli occhi per squadrare la gente e fa mille domande per capirle ogni volta. Dovreste invece convincervi che è il modo giusto per vivere al meglio.
Parlo ancora con la volpe, continuamente, ci sediamo vicini, ci prendiamo per mano e ridiamo insieme guardando le cose che fanno gli umani comuni. A volte piangiamo, perché non capiamo come certe cose possano accadere. Litighiamo di brutto e poi facciamo pace, perché altrimenti tutto il resto non ha senso per noi e dentro fa solo male. Ci guardiamo in silenzio, perché così possiamo sentire dentro e fuori cosa succede. Non ci addomesticheremo, perché  siamo primitivi e abbiamo bisogno degli istinti per sentirci vivi e non cadere nell’abitudine e nella routine che ci fanno annoiare e disperare. Giochiamo, continuamente, perché altrimenti il tempo non passa più e non arriverebbe mai il giorno dopo per rivederci. E ogni volta che la rivedo, lei è nel suo angolo di natura contaminata dagli umani, dal loro cemento e dai loro segni pitturati sulla pietra, e guarda in alto, verso la testa degli alberi, la luce e il cielo, e in viso ha la meraviglia del mondo intero, quella che gli altri non capiscono.

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SPECCHIO DELLE MIE BRAME

La città si è spenta, le ultime finestre illuminate si contano sulle dita di una mano e poi, click, una dopo l’altra si spengono come fossero lucciole sparse che rincasano per dormire.
Il portone cigola aprendosi, due passi avanti e sta già sbattendo serrandosi all’altra meta.
Tre piani di scale a piedi, sotto il peso della stanchezza dei pensieri di una giornata che non è ancora finita. La chiave nella stoppa storta fa un rumore metallico che sembra quasi spezzarsi mentre gira una, due, tre volte nel cilindro d’acciaio per sganciare i perni della serratura blindata.
Spinge la porta di legno gonfio d’umidità ed entra nel buio dell’appartamento sbuffando per il fiatone. “Non ho più il fisico!” pensa mentre richiude il portone alle sue spalle. Fa scattare un interruttore, accende una luce nella saletta dietro le sue spalle, si incammina e sfila le scarpe un piede contro l’altro, senza slacciarle, lasciandole in terra vicino al divano. Torna indietro e lascia scivolare via i pantaloni consumati sotto il cavallo e nel frattempo toglie la maglietta sudata mostrando a se stesso il torso nudo e il ventre gonfio dallo stress. Si ferma davanti allo specchio. Si guarda. Cerca di capire il suo corpo come un ragazzino adolescente lo fa per la prima volta, nella pubertà. I suoi pensieri lo trasportano in una scena che lui ha già sognato immaginandosi in quel preciso punto della casa, non da solo. Il suo corpo non si contiene e dà sfogo all’eccitazione. Poggia una mano sul vetro, china la testa intimidito per un attimo, poi si fissa dritto negli occhi.
Inizia a parlare come se le forme del sogno fossero improvvisamente reali, accanto a lui.
«Io sono meravigliato da te, non mi far passare per bugiardo, non mi sento bugiardo con te. Forse è un’idiozia ma sono super sincero con te. Forse non mi è mai successo prima in questo modo. Meraviglia!
E’ una cosa buffa. Io in parte non mi piaccio ma tu dici che sono molto bello. Tu a tua volta non ti piaci e invece io dico che sei molto bella. Combaciamo così noi. Siamo l’altra parte dello specchio. Sai, di solito uno si guarda allo specchio e dice “che bello che sono!”. Lo so, è vanto, e lui che lo dice è vanitoso. Però dall’altra parte del tuo specchio ci sono io e dall’altra parte dello specchio mio ci sei tu ma… non siamo la stessa persona. Siamo due persone diverse! Lo so perché io… ho il bisogno fisico di te, altrimenti penso starei bene così come sto, con te dentro e basta. E invece no! Perché è bello averti dentro ma se non ti ho anche fuori è un bel casino. Io ho bisogno di te! Ho bisogno di averti. Perché a me piaci. Io sento il bisogno di metterti le mani addosso, non in senso negativo eh, ho proprio bisogno di toccarti.
Quando sorridi è figo! Quando ridi è… spaziale, per me. Perché io ti faccio ridere, io ti faccio sorridere e… boh, è una grande soddisfazione. Ma è proprio per come ridi tu… come ridi tu è una figata! E’… è davvero una figata. Io esplodo di gioia quando ridi tu. Palloncini… vedo tanti palloncini… e coriandoli. Quando ridi è carnevale.»

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APRI GLI OCCHI

Guardo le luci degli appartamenti accendersi una dopo l’altra nei palazzi fuori dalla mia finestra. Penso che c’è sempre un qualcosa che brilla più di qualcos’altro.
Romantico, direste voi.
No. Noi siamo osservatori, prima di essere romantici. Ciò che chiamiamo romantico è solo il suono che emettiamo per definire a parole la spiegazione che diamo a ciò che osserviamo, quando ovviamente osserviamo davvero.
Pensateci, passiamo il tempo della nostra vita a guardare, guardare ovunque e chiunque, intorno e attorno, senza mai soffermarci sulle cose, senza mai accorgerci dei milioni di dettagli presenti in ogni cosa che ci circonda. Se ce ne accorgessimo tutti, e lo facessimo spesso questo guardare il dettaglio, allora sì che sarebbe davvero tutto romantico, perché ciò che descriveremmo poi è ciò che ci ha attratto prima e che stiamo dunque già spiegando a tutti. Ma sapeste che noia che sarebbe se fosse tutto miele colato?!
Penso spesso a quanto sia bello e interessante vivere in un mondo di disattenti, di distratti e di sbadati, così ogni tanto posso fare il pazzo, interrompere la routine meccanica di ogni giorno e creare un po’ di silenzio, rimproverandomi di concentrarmi di più. Quindi inizio ad osservare, senza fiatare, la prima cosa che ho davanti. La guardo, mi lascio affascinare, mi lascio invadere dall’appetito e la mangio con gli occhi. E allora prendo un pezzo di carta e mi concentro su queste foglie di un albero, sulla loro inclinazione rispetto alla luce. Poggio leggermente la matita e le disegno con poche linee curve che si incastrano tra di loro, senza nessuna fatica. Ora, senza staccare gli occhi dal modello reale, strizzo gli occhi fino a sfocare tutto il resto fatto di nuvole che sembrano di zucchero filato e palazzi che stanno in piedi come tavolette spesse di cioccolata. Lentamente chiudo gli occhi, abbasso la testa, li riapro fissando la carta scarabocchiata e con un tratteggio veloce, traccio le zone d’ombra e rimarco i contorni.
Mi viene in mente una frase, che c’entra poco con le foglie, allora prendo la matita e scrivo seguendo il perimetro del mio disegno. “Osserva com’è semplice descrivere e sentirci parte di quello che abbiamo. Apri gli occhi quando la voce te lo sussurra, e vedrai anche tu il cielo color di vaniglia.”

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