reading, writing

Mese: dicembre, 2013

DOLL’s FACTORY

Rick prese la bottiglia e l’aprì, quindi versò il bourbon nei due bicchieri. «Su, dimmi che hai.»
«Per telefono mi hai detto che se venivo giù stasera stessa avresti rinunciato ai tre droidi rimasti. ‘Faremo un’altra cosa’, hai detto. E invece, eccoci qui a…»
«Dimmi cos’è che ti ha sconvolto tanto» insistette Rick.
Lei si voltò verso di lui con aria di sfida e disse: «Dimmi tu piuttosto che cosa hai intenzione di fare invece di continuare a darti tanto da fare a proposito di quei tre droidi Nexus-6.» Si tolse il soprabito e lo appese nell’armadio. Rick ebbe così l’occasione di guardarla per bene.
Notò di nuovo che c’era qualcosa di strano nelle proporzioni di Rachael: la testa sembrava più grande per via della gran massa di capelli scuri e, a causa dei minuscoli seni, il corpo assumeva un aspetto snello, quasi da bambina. Ma quegli occhioni dalle lunghe ciglia potevano solo essere occhi di donna; le forme adolescenziali si fermavano lì. Rachael poggiava appena sulla punta dei piedi e teneva le braccia leggermente piegate ai gomiti: la posizione, rifletté, di un attento cacciatore di tipo Cro-Magnon, forse. Una razza di cacciatori longilinei, disse tra sé. Niente muscoli superflui, ventre piatto, sedere piccolo e petto ancor più piccolo. Rachael era stata modellata su un tipo di struttura celtica, una struttura anacronistica ma attraente. […]
Le labbra le si contorsero in una smorfia. «Gesù» esclamò.
«Su con la vita!» le disse Rick, prendendole il piccolo mento aguzzo in una mano e alzandole la testa in modo che lo guardasse negli occhi. Chissà che effetto fa baciare un androide, si chiese. Poi, chinandosi un po’, la baciò sulle labbra asciutte.

Philip Dick

Strano modo di descrivere un androide femmina. Ci vuole l’apostrofo in un’androide? Perché parliamo di una femmina?
Già, mi soffermo su ‘femmina’, non facciamo l’errore di cadere nel termine donna perché entreremmo in un tunnel dal quale è difficile uscire e che potrebbe mancare di rispetto alla femmina di queste righe. Lo dice anche Rachael stessa più avanti «Non stai per andare a letto con una donna […] Non ci pensare su, fallo e basta. Non ti fermare a filosofeggiare, perché dal punto di vista filosofico è un macello: per tutti e due.»
Mai prima d’ora ho letto tanta sensualità nel descriverla, una femmina sconosciuta, di cui sappiamo poco, forse che non è di questo mondo, ma di quale? Curioso.
L’uomo diventa matto, perde il controllo, diventa scemo e non capisce più niente. Si articolano mille domande che partono dal “perché stamattina ho preso il caffè amaro se tutti i giorni metto lo zucchero?” al “ho parcheggiato la macchina davanti a quella del vicino, domani dovrò salutarlo” e così via. STOP. Non ha senso. Nulla di questo ha senso. L’uomo si perde proprio nel momento in cui il maschio dovrebbe prevalere.
Mentre il Rick uomo dà di matto sulla femmina androide, il Rick maschio la desidera, la scruta, mai potrebbe descriverla più sensuale di così. Perché gli occhi vedono attraverso la mente, niente filosofie, aprono le porte del desiderio e non tralasciano nessun dettaglio. L’occhio muove la mano che stringe la matita sul foglio, disegna curve, le memorizza, le fotografa e imprime nella testa anche quando l’occhio stesso è già chiuso.
I dettagli non vanno via. Ciò che voglio io lo vivo.
Rachael non è una bambola (Rick lo sa), beve bourbon, si spoglia, è sensuale, vive il desiderio, non può farne a meno.
Rick, non ci pensare, non stai andando a letto con una donna. Fallo!
Mai prima d’ora un desiderio di donna sommerge così forte le parole e i pensieri di un uomo.
«Ma gli androidi sognano…?» No! Non è il momento adatto per chiederselo.

17-Blade_Runner_Rachel_Deckard

Annunci

NON LUOGHI

Il rumore bianco maschera in sottofondo i dialoghi dei tavoli a fianco. Una donna, qui di fronte, a due tavoli dal mio, spezza del pane morbido e lo accompagna alla bocca, si guarda intorno, mi fissa mentre mastica lentamente e abbassa il capo verso il vassoio in cerca del tovagliolo di carta bianco, per strisciarci sopra le dita unte. Imbarazzata, incrocia le mani sul tavolo come se dovesse improvvisamente iniziare a pregare e guarda di sotto. Lo sguardo inciampa sulle code spezzate di uomini accompagnati da valigie che attendono pazienti il loro turno al check-in. Immerso nei miei pensieri tipici da pre partenza allungo lo sguardo alla fine dei serpentoni di gente, verso le vetrate aperte su un cielo di simil-primavera, senza nuvole, atipico per questo inverno. Fuori da quelle vetrate decollano i nostri destini, scrivevo anni fa, da allora ogni partenza mi porta qualcosa, forse anche solo la voglia di ripartire, senza pensare ai ritorni. Tanti viaggi di sola andata al quale non bisogna chiedere spiegazioni.
Questi non luoghi mi fanno cadere in una bolla fuori dal tempo. Non ci sono attese, le lancette si fermano. Ogni dettaglio si allunga in un’immagine che non finisce, che resta anonima e senz’etichetta, solo con un numero d’uscita, un’ora d’imbarco e un posto assegnato vicino al finestrino.

image

DELLA BUONA NOTTE

Avere gli occhi spalancati di un bambino ci aiuta a capire le cose più semplici, che agli adulti dagli occhi semichiusi spesso risultano scontate e complesse.
Il viaggiatore, colui che rallenta e si perde ad osservarsi attorno nelle strade che tutti percorrono correndo dritto senza mai fermarsi, ha riacquistato gli occhi spalancati del bambino.
Mai dobbiamo dimenticare che ogni sera una fiaba della buona notte può proteggerci dagli incubi più scuri.

9710_10151171938477227_729212760_n

DISEGNO VORTICI CON UN DITO

Ricordo le passeggiate lente, per capire come ci stiamo insieme dentro questo mondo rilassato; ricordo le camminate veloci per rincorrere un treno che sta per partire e farci dire “ciao”.
E imparo a tenere la tua mano nel modo più comodo per i nostri corpi che diventano uno solo in mezzo alla gente, per la strada, tra le sagome dei  palazzi che si allungano verso un cielo che non ha più nuvole e mostra un sole tiepido che si poggia sul tuo naso, sui capelli. E nel mentre un altro mio sguardo si innamora del tuo, ancora.
Non è una coincidenza se di notte non dormiamo per ascoltarci, nessuno sarebbe così attento al respiro di qualcun altro come te. Nessuno si sveglierebbe mentre ti muovi sotto le   coperte pregando che tu possa dormire sonni sereni, finalmente, adesso.
Disegno vortici con un dito, fuori e dentro di me, mi perdo e mi ritrovo girando nei pensieri, e intanto srotolo con gli occhi un nastro colorato tra le nuvole.

image

SINCRONIA DI UN VIAGGIO DI SENSI

Mi affascinano i treni. Lo sento.
Sinuoso animale d’acciaio, sensuale, che si snoda ad alta velocità facendo stridere i suoi cilindri ciechi a contatto diretto col ferro della rotaia. Avanza mordendo l’aria e divorando la distanza che aumenta, così come ha iniziato ad accorciarsi all’alba. Un segno fatto col dito, da dietro al vetro che un attimo prima era fermo davanti a me, forma una spirale, una curva che si stringe vorticosamente verso un centro. Un punto al centro di un turbinio di emozioni che non finiscono e si avvolgono su se stesse, continuamente.
Manca.
Manca il braccio che si infila nel mio e stringe forte, la mano che si incastra nell’altra e si nasconde al freddo che la congela all’istante. Manca il collo sotto le dita che si muovono in alto sulla nuca e massaggiano in basso fino alle scapole.
Rientro in casa. Il telo coi disegni tribali di tutte le tonalità del rosso è ancora stropicciato sul divano, uno di due cuscini sta per cadere in terra. Il tavolo è inclinato male nella stanza, spinto per un angolo verso il muro, le sedie incastrate storte tra le loro gambe.
Sfilo la maglietta, lentamente mi soffermo a sentirla sfregare, come il treno che sfreccia tra le campagne accanto alle strade, contro di me mentre viene su ed esce dalla mia testa, tra le braccia incrociate al di sopra.  Mi spoglio, lascio tutto sulla spalliera di una sedia. A occhi chiusi, quasi gattonando mi arrampico in cerca di un materasso sul soppalco. Lo trovo, mi spingo fino all’imboccatura delle coperte. In diagonale sul letto, con la testa nell’angolo dove non mi è solito dormire. Odori, non miei, ancora, pervadono le narici.
Manca. Come manca il sonno.
E le distanze tornano ad accorciarsi mentre le palpebre si chiudono come pesanti cancelli sugli occhi. E il primo flash mi mostra un corpo, inarcato nella schiena, sdraiato sulle mattonelle del pavimento freddo. Sento subito dopo il treno strigliare silenzioso mentre entra in stazione, alla fine del viaggio. E ancora forte e rumoroso è dentro il desiderio di una nuova partenza.

Image

INCUBO E SOGNO

Confuso, sudato, sento urla dietro di me che arrivano.
Buio ovunque, qui fuori, io scappo in avanti per una strada che non so dove porta.
Le urla mi seguono e mi danno la carica per fuggire ancora, fanno paura, è come se cercassero me, disperate, vogliono prendermi. Corro, verso un bosco, schivo i tronchi degli alberi e salto le radici, vedo al buio solo le sagome di ciò che ho attorno, non voglio inciampare, mi dico, stai attento, e corro ancora più veloce.
Quando di colpo le urla si placano e diventano silenzio, il silenzio più assoluto, mi fermo, non corro più, sono scarico e non vado più avanti. Ho paura, un brivido sale dal basso fino agli occhi, che si spalancano.
Sono sdraiato a letto, fisso la crepa dello stucco sul soffitto. Vedo apparire una mano sulla mia faccia, che si avvicina, sempre di più e delicatamente mi accarezza una guancia. Come sbucare dal nulla un volto segue la mano e si ferma davanti ai miei occhi, qualche centimetro sopra il mio naso. Una miriade di capelli seguono il viso che accenna un sorriso e cadono tutti in faccia provocandomi un leggero solletico che mi fa grattare sotto il mento e fare una smorfia strana con la bocca. Scoppia a ridere mentre continua a fissarmi e accarezzarmi il viso.
«Ehi, che succede?» mi chiede.
«Non lo so, non era bello. Mi inseguivano ma non so chi. Urlavano.» rispondo.
«Oh mamma!» dice insospettita. Fa un attimo di silenzio poi accenna un «E… urlavano tipo così?» imitando con una voce stridula un urlo che sembra quello di un bimbo affaticato che è appena arrivato in cima a una rampa di scale.
Scoppio a ridere «Naaa…. non era così!» dico.
Mi segue a ruota ridendo e si siede cavalcioni sulle mie gambe ancora distese «Mh… allora era solo un brutto sogno…» dice sospirando. Mi tiro su e mi siedo con lei ancora in braccio.
«Già..» rispondo e nel frattempo le cade una spallina del reggiseno mentre si piega su di me e prende il mio viso con entrambe le mani, sorride, e incolla la sua bocca violenta alla mia, lasciandomi un odore fruttato alla base del naso e uno schiocco accennato allo staccarsi delle nostre labbra.
«Buongiorno» mi sussurra fissandomi negli occhi e sorridendomi furba.

lenzuola

AMOR CH’A NULLO AMATO AMAR PERDONA

Vivo tutte le ore della mia vita con questi brividi.
Un tempo dovevo pronunciare il tuo nome per sentirlo reale nell’aria, poi dovevo chiudere gli occhi per vederti anche un secondo. Adesso sei dentro di me continuamente, quello che mi fai non è di questo mondo e, per piacere, non smettere mai di farlo.
Fai una cosa sola, esisti. Vivi. Per me è il regalo più grande.
Io non posso fare a meno di viverti, e sapessi quanto è bella questa cosa. Sei respiro e acqua per vivere e dissetarmi, cibo quando sono a digiuno e carne per la mia carne quando sono affamato di istinti.
Sei voce per misurare il suono nelle mie orecchie, odore per sollevarmi da terra e seguirti dovunque, sapori misti nella mia lingua tra il dolce e il salato, un mondo da infilare come da un imbuto dentro i miei occhi.
Voglio esplorarti, tu sei la mia Terra.
Natura, amante e madre.

Immagine

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: