NON LUOGHI

di icecamp

Il rumore bianco maschera in sottofondo i dialoghi dei tavoli a fianco. Una donna, qui di fronte, a due tavoli dal mio, spezza del pane morbido e lo accompagna alla bocca, si guarda intorno, mi fissa mentre mastica lentamente e abbassa il capo verso il vassoio in cerca del tovagliolo di carta bianco, per strisciarci sopra le dita unte. Imbarazzata, incrocia le mani sul tavolo come se dovesse improvvisamente iniziare a pregare e guarda di sotto. Lo sguardo inciampa sulle code spezzate di uomini accompagnati da valigie che attendono pazienti il loro turno al check-in. Immerso nei miei pensieri tipici da pre partenza allungo lo sguardo alla fine dei serpentoni di gente, verso le vetrate aperte su un cielo di simil-primavera, senza nuvole, atipico per questo inverno. Fuori da quelle vetrate decollano i nostri destini, scrivevo anni fa, da allora ogni partenza mi porta qualcosa, forse anche solo la voglia di ripartire, senza pensare ai ritorni. Tanti viaggi di sola andata al quale non bisogna chiedere spiegazioni.
Questi non luoghi mi fanno cadere in una bolla fuori dal tempo. Non ci sono attese, le lancette si fermano. Ogni dettaglio si allunga in un’immagine che non finisce, che resta anonima e senz’etichetta, solo con un numero d’uscita, un’ora d’imbarco e un posto assegnato vicino al finestrino.

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