reading, writing

Mese: gennaio, 2014

FREDDO DI NEVE

Condizioni meteorologiche avverse. Questo il bollettino del weekend che sta per iniziare.
Effettivamente era già da un po’ che il freddo minacciava questa parte di città, quel freddo di neve che ti congela le dita, il naso, appanna gli occhiali e fa pensare «adesso ne viene giù così tanta che s’impalla il mondo».
E’ accaduto oggi, come da programma, ma devo dire che la neve a sto giro ci ha preso per il culo. Appena un’ora di fiocchetti ghiacciati e poi di nuovo pioggia, torrenziale, come aveva già fatto da ieri sera. Penso sia un problema di ecosistemi che non funzionano o di illusioni da parte di chi fa le previsioni del tempo. Anche al telegiornale oggi hanno detto qualcosa tipo “Neve a Milano. Lo spettacolare bianco del Duomo innevato”. Ora, a parte che il duomo è bianco di suo ma… innevato? Dove? Che poi la neve a Milano non è una novità ché ce l’abbiamo praticamente tutti gli anni.
Oggi in radio abbiamo registrato un live con Omar Pedrini, una roba che andrà in onda all’inizio di settimana prossima. Non ricordo di averlo visto prima di oggi, quest’omone barbuto dal forte accento bresciano, e se così non fosse sono certo che è la prima volta che lo vedo così da vicino. Maglioncino blu elettrico, jeans e scarpa scura, entra in studio e abbraccia tutti, stringe mani, rimane a chiacchierare per minuti e minuti con ancora addosso il giaccone color cammello bagnato dalla finta neve. Passa le mani tra i capelli lunghi e brizzolati, un sacco di volte, mentre racconta di quando vent’anni fa chiamava in radio e chiedeva di far passare il suo primo disco, appena uscito, e gli si rispondeva che «non è proprio così che funziona di solito». Ride, ride tanto mentre parla di musica, di università e del suo matrimonio appena celebrato, con soli 12 amici attorno, e di cui nessuno sapeva niente. Parla di cose belle, personali, e anche di cose brutte, di ospedali, con la serenità di uno che ne ha viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Alla fine mi guarda, si siede sullo sgabello, attacca la chitarra, dà una spennellata alle corde e fa «ssa ssa» al microfono, poi si gira verso il suo chitarrista e dice sottovoce «Però come suona!» e poi più forte «Che bell’impianto!» verso di noi, che lo guardiamo in camera da due stanze più in là. Eccole, le parole che possono rendere felici un fonico in una giornata fredda e scura come questa.
Inizia l’intervista, il dito pronto sul cursore per aprire l’effetto sulle voci al momento di cantare. E’ un botta e risposta veloce, con la chitarra di sottofondo. Dario e Fabiola sono lanciati, sembrano felici, Omar ha un carisma che è come una calamita, un modo di parlare che è crudo ma allo stesso tempo profondo. Penso continuamente che i suoi allievi in università sono fortunati ad averlo come professore e che io, uno così, non l’ho avuto mai (solita frase fatta e pensiero scontato). In studio si commuovono tutti, in regia regna il silenzio, quello dell’attenzione totale. Non mi perdo una parola, rimango incollato con le mani al mixer e gli occhi al master video sul monitor tv. E mi viene in mente quel ritornello, che il professor rock a un certo punto accenna in due accordi.
Finchè arriverà il mio momento/Stammi accanto/Col pensiero tu, tu stammi accanto/Sole spento/Io ti sento con me.
Guardo rapidamente il cellulare, sono ore che l’ho lasciato morire in tasca. C’è una foto che mi salta all’occhio tra le notifiche: la guardo, e zoomo, ne attraverso i dettagli, poi allargo il campo e poso il telefono con l’immagine ancora aperta della donna dal corpetto e tutù nero avvolta in una strana luce, accanto al mixer, accanto a me. Schiaccio mute sul canale del riverbero ché la canzone è appena finita.
«Stammi accanto», quella frase che nel testo suona come un invito a starsi vicini proprio quando tutto intorno sembra essere solo un gran casino. Non so se ne sono davvero capace, di stare accanto, a volte sembra che io sia insopportabile anche per me stesso.  Ho pensato a quel sono qui che ho detto spesso, quel ti sento che è come un fischio nelle orecchie che ripete un nome e un flash sparato sugli occhi che ti mostra un viso. E adesso nella mia testa ronzano le zanzare dei ricordi, quelle che pungono e lasciano il segno che non va più via.
Studio svuotato. Spengo le luci e accendo le barre a led che sparano colori sul soffitto di legno a onde. Gioco con l’interruttore finché una luce viola invade le pareti, avvolgo l’ultimo cavo e lo butto nella cesta con gli altri. Metto il cappotto, inforco l’ombrello e mi lancio fuori dal building. Gente, ovunque, corre al riparo dai fiocchi di neve che si sciolgono in aria. Sto iniziando a desiderare seriamente il caldo.
Rivedo velocemente il me di 13 anni fa, il me di quel liceo artistico che torna a casa dopo scuola, a bordo di un autobus coi finestrini aperti e il caldo della prima estate sicula che incombe dentro, seduto storto su un sedile di spugna con una gamba stesa e il piede sul bracciolo del sedile davanti. Metto gli auricolari, sparo a palla il volume e canto, guardando fuori dal vetro.
Quando la vita sembra un treno lento/Penso agli amici fuori e muoio dentro/La mia generazione senza vento/Sono qui, aspetterò.
Mentre me ne sto in mezzo alla strada e arranco con un braccio per tenere fermo l’ombrello e non bagnarmi, tiro ancora fuori il telefono dalla tasca, lo sblocco, punto davanti a me e faccio click. Almeno adesso ho anch’io una foto della neve finta a Milano.

neve a milano - viale tunisia

ANGOLI DI CITTA’

Torno da un sushi. Una di quelle serate leggere, poco impegnative, che però nascondono un evento, quella ricorrenza strana di gente che va e viene. Il sushi è sempre il momento in cui vedi qualcuno che arriva o se ne va.
Stasera salutiamo Guido, che dopo quattro anni a Milano, tre di onorato servizio in radio, la laurea e il lavoro, se ne torna quatto quatto, e anche un po’ coatto, in quel di Roma. Torna a casa.
Definire un posto come casa è sempre un bel da farsi e un bel da pensare. Penso mi servirebbero un sacco di pagine per poterne almeno accennare un po’ il concetto generico e rischierei di diventare malinconico e tediante. Però spesso Milano ti fa questo effetto. Un giorno è totalmente casa tua, bella, accogliente e la conosci come il palmo della tua mano. Altri giorni ti senti rinchiuso come un cane in una cuccia troppo piccola, altri ancora sei come una formica spaesata dentro un formicaio enorme che non si ferma mai e produce sempre di tutto, e anche di più. Un po’ come la Rai, solo che non ti obbliga a pagarne il canone con gli spot inquietanti alla tv.
L’ultimo di questi stati d’animo mi ha colpito stasera, in Piazza 24 Maggio, sotto la Porta Ticinese, quella che un tempo se ne stava mastodontica in mezzo alle mura romane poi rifatte dagli Spagnoli.
Ce ne stiamo tutti lì sotto, a guardarci e scambiarci le ultime battute mentre in mezzo passano automobili, motorini e sferragliano i tram. Poi come se nulla fosse le parole si trasformano in sguardi e finiscono in un abbraccio, tra me e Guido, che diventa un continuo darsi forti pacche sulla schiena, quasi come se risuonasse una cassa storta e in controtempo di una traccia dubstep, all’interno di quel cerchio di amici.
E’ la prima volta, in tutti questi anni, che saluto uno dei miei dj che parte e non rivedrò più, almeno finché il lavoro o il piacere non mi riporterà dalle sue parti. Mi sento improvvisamente come più grande di lui, che in anni mi supera di un po’, mentre gli dico «Vai. Spacca tutto.»
E’ vero che quando si lavora a stretto contatto, e si è uno dipendenti dall’altro, regista e speaker, nasce quel feeling che si percepisce anche solo attraverso uno sguardo, perché «se apri bocca ti si sente nel microfono e quindi fammi un gesto che io capisco!». Improvvisamente si diventa l’uno un punto di riferimento per l’altro.
Non posso non pensare a due giorni fa. Il mio cervello ricorda la radio, le emozioni e improvvisamente inciampa all’indietro.
Venerdì. Sciopero dei mezzi. Tipico delirio metropolitano per una città rumorosa e meccanica come la mia. Scendo in metropolitana di corsa, per prendere uno degli ultimi treni che mi porta in radio per preparare la puntata. Sono tutti pieni, stracolmi di sardine incollate dal sudore una all’altra, che sembrano quasi schizzare via come proiettili quando le porte dei vagoni si aprono. Aspetto dieci minuti, al terzo treno che sembra una scatoletta di tonno pinne gialle decido di mollare tutto, ritornare in superficie e andare a piedi fino a Centrale, dove sta per passare a prendermi Andrea, che accorre in mio soccorso e deve andare in onda prima di me. Da Turati arrivo fino in piazza della Repubblica e da lì inizio a fissare la mia meta, la facciata bianco perla della Stazione. Appena mi incammino per Via Vittor Pisani, viro a sinistra e mi infilo, senza pensarci, nella prima traversa, ritrovandomi dopo qualche minuto sotto un grosso portone di vetro a fissare sul citofono un tastino dorato ormai consumato dalle ditate. Il citofono di RMI Milano International, la prima vera radio libera italiana. Con gli occhi percorro ancora l’atrio di marmo con l’ascensore stretta che dava direttamente al centralino e al corridoio principale che collegava la stanza con le pareti colme di vinili da terra al soffitto e gli studi di registrazione e di diretta con il compensato microforato alle pareti e la cabine autocostruite di legno con i vetri appannati dal tempo. Lì dentro ho visto come muore una radio, la fine di una storia, come se un giorno il custode di un museo chiudesse le porte a chiave, le buttasse in un tombino e scappasse all’estero, lasciando tutto allo sfacelo e alla polvere.
Guardo gli infissi chiusi dietro i quali c’erano i Revox con le bobine ancora in rec/play, la grande finestra della sala dell’archivio musicale e vedo gli stessi neon, che erano della radio, accesi dietro le tende bianche, probabilmente quelle di qualche ufficio che ha preso il suo posto nella storia.
Tiro fuori il telefono dalla tasca e scatto una foto tra i rami spogli dell’albero che copre la facciata. Foto totalmente buia che solo io forse riesco ad interpretare. Ancora incantato mi giro e sospirando percorro gli ultimi metri verso la stazione sperando di non fare tardi per la diretta.
Guardo in faccia Guido mentre gli do l’ultima pacca sulla spalla e in una frazione di secondo penso a come tutti cresciamo per prendere le nostre strade e per ricordarci di quando l’abbiamo percorsa insieme, nel momento in cui quelle stesse strade si incrociano ancora, anche solo per un attimo. Malinconico a pensarlo ma stranamente l’ingrediente segreto di questi momenti è sempre il sorriso, sia del saluto per qualcuno che parte, che del saluto per qualcuno che ritorna.
Alzo lo sguardo mentre mi lavo i denti, nel mio bagno, appena rientrato in casa. Mi vedo allo specchio un po’ sfatto. Sorrido, perché sono scemo, ripensando a questo strano weekend appena concluso. Meglio però che vada a dormire nel mio angolo di città a forma di letto, che domani devo tirare su le tende all’alba, e loro, le tende, non mi sorridono di certo.

Piazza 24 Maggio Milano

SENTO ANCORA IL FISCHIO NELLE ORECCHIE

Ogni 22 gennaio gli addetti al settore ricordano un evento non tanto piacevole. Ricordano soprattutto una persona, una di quelle che oggi non le fanno più. E se ci penso bene oggi sono già dieci anni che Leo se n’è andato.
Ricordo ancora quando Max mi raccontò del loro primo incontro sul campo di battaglia. «Mi tremavano le mani quel giorno» mi diceva. «Lui arriva, tutto tranquillo, saluta, si mette le cuffie e aspetta la sigla. Parte il ruggito, fa il primo intervento, velocissimo, fischia, è a briglia sciolte, non riesco a capire cosa voglia fare e a un certo punto gli faccio partire il disco e lui prende l’intro sui denti. Ho pensato adesso si incazza. Gli chiedo scusa appena viene da me e lui mi fa “tranquillo, ce ne siamo accorti solo io e te che non andava bene.”»
Quella risposta ha cambiato anche me, il mio modo di vedere le cose quando si manovra la barca, quella che va in diretta, quella fatta di persone e di musica. Il modo di insegnare a quei ragazzi, vogliosi quasi più di mettere le mani su un mixer che su di una donna. Quel sano menefreghismo che rende tutto più vero, più naturale. Le cose semplici, quelle che piacciono di più.
Anche oggi sono stato sul tetto della radio a smanettare con le antenne e i trasmettitori. Tredici piani, sul tetto di Milano, alla stessa altezza della madunina, da una partee appena a metà dei nuovi grattacieli, dall’altra. Ero invaso da sensazioni strane. Come se in fondo lo avessi conosciuto anch’io, Leo, attraverso i racconti di chi ci ha vissuto e lavorato insieme e che oggi allo stesso modo lavora con me. Sono rimasto a pensare, assorto dal panorama, davanti alla parabola che i tecnici chiamano quella piccola ma che poi è più grande di me. Da quell’antenna partono i segnali di due delle nostre radio, arrivano ad un satellite, ritornano indietro e tutta Italia le può ascoltare puntando un antennino verso il cielo. E’ quasi magia. Leo qui, in una di queste due radio, c’è anche stato per qualche anno. Ho fissato l’illuminatore, dritto nell’occhio grande quanto la mia faccia, ho inclinato lo sguardo seguendo l’angolo di 13 gradi del braccio dell’antenna e me ne sono stato zitto. Ho sentito qualche clacson arrivare giù dalla strada e una moto sfrecciare verso Stazione Centrale. Poi, in quel minuto di totale silenzio, ho sentito il fischio, che però era dentro la mia testa. Chissà se al di là di quei 13-gradi-est ti arriva ancora questa musica, oggi ti suoneremmo buon non compleanno.

SOGNI DI ROCK’N’ROLL

Al termine della telefonata, dopo che l’ho salutato e l’ho pregato di salutare anche Josef, mi metto il pigiama che loro due, padre e figlio, mi hanno regalato, e m’infilo di nuovo sotto le lenzuola da ragazzina. Le maniche e i pantaloni sono un po’ corti. Da quando sono stato operato penso al corpo molto più di prima, al mio e a quello degli altri. Con «quello degli altri» intendo soprattutto il corpo femminile, ma pure il corpo maschile. Mi chiedo se l’anestesia di quattro giorni fa può aver avuto su di me l’effetto secondario di aumentare una sorta di coscienza corporea. Ho l’addome ancora dolorante, e mi sento incredibilmente solo, qui sotto. L’unica cosa che riesco a fare è toccarmi, esplorare il mio corpo, per dimostrarmi che sono vivo. Comincio palpando zone ben distinte, come per assicurarmi che sono tutte parte di me. E anche se in questo momento, durante la convalescenza, sono chiaramente condannato alla solitudine, avverto in modo tangibile il mio essere maschio. Impossibile dormire. Mi metto a riflettere, dunque.
Avrei forse dovuto domandare il numero di telefono all’infermiera con gli occhi castani e la spilla a forma di farfalla, quella che si è occupata delle talee e che la prima sera mi ha aiutato a mettermi a letto? Oppure all’altra, che mi ha assistito mentre facevo la doccia e poi mi ha cambiato il cerotto alla ferita? Ecco cosa finisco per chiedermi.

Auður Ava Ólafsdóttir

Si finisce sempre per chiedersi qualcos’altro. O per pensare o addirittura dire, qualcos’altro. Ogni sera mi prometto di andare a letto presto, leggere qualche pagina in più di questa catasta di libri, che ho in lista d’attesa sul comodino, fino a che non crollo dal sonno o semplicemente provo a convincermi di infilarmi sotto le coperte, tirarle fin sopra al naso e aspettare che qualcosa avvenga, l’addormentarsi magari. Niente. Non va mai così. Forse perché le aspettative in fondo finiscono per essere tradite, da noi stessi, quindi inutile aspettarsi di fare qualcosa se si può farlo e basta senza passare il tempo a rimuginarci sopra.
Ho guardato fuori a lungo, stasera, ancora mi meraviglio a distanza di anni di questa città che sembra paralizzarsi socialmente dopo due giorni di pioggia continua. Siamo già arrivati a cinque di fila e sfioreremo la settimana, a detta del sito internet su cui guardo le previsioni: piogge deboli, schiarite, possibili precipitazioni, eccetera eccetera. Ogni tanto spunta fuori un simpatico disegnino del sole dietro la nuvoletta ma, date le condizioni attuali, chi vuoi che ci creda davvero?
Guardo l’orologio dell’Ikea appeso al muro, sbatto gli occhi una volta, metto a fuoco e faccio due calcoli veloci. Quasi un’ora, inebetito, seduto su una sedia rivolta verso la finestra a giocare, passandolo da una mano all’altra, con uno di quei così dalla forma di robottino strano, con tre piedi sferici, che vanno a batteria, vibrano e servono a massaggiare il collo. Così ho passato questi ultimi minuti. Vrrrrrr è stato l’unico suono che ho sentito miscelato allo scrosciare della pioggia, attutito, al di là del vetro. Adesso mi ritrovo con uno strano formicolìo alla nuca, la testa pesante come fosse piena di api operaie che ronzano dentro e lo sguardo ancora fisso alle gocce che si intravedono fuori nel cono di luce gialla del lampione a bordo strada.
«Meglio andare a letto» mi dico a voce alta, finalmente. Di leggere ovviamente non se ne parla, ché non ne ho voglia, e tra qualche ora devo svegliarmi e andare a tirare su le tende a lavoro. Mi spoglio, metto una maglietta bianca con su il marchio dello sponsor di una trasferta della radio di qualche anno fa e mi infilo sotto le coperte. Ho ancora il computer a portata di mano, mi arriva una mail: BBC Radio1 mi avvisa che ha caricato un nuovo video su youtube. Click. Sono sempre scettico nell’ascoltare e vedere le nuove sessioni di Live Lounge, quel programma in cui gli artisti della scena attuale suonano dal vivo i loro pezzi e poi arrangiano a piacere un pezzo di qualcun altro, spesso loro amici comunque. Un po’ come se Elvis dopo Blue Sued Shoes improvvisasse Walk the Line di Johnny Cash, che seppure ci si menava spesso, in quel periodo, se la suonavano seduti col culo sullo stesso pianoforte del Sun Studio o della Chess Records, giù a Chicago.
Stasera è il turno di Chase and Status che, con una voce femminile e un batterista in aggiunta al duo, reinterpretano Strong dei London Grammar. E’ un turbinio di suoni digitali di sintetizzatori che si fondono con una batteria iper riverberata e una voce nera stupenda. Mi fermo, come quasi a sentire questi suoni che arrivano dall’alto. Penso al cielo, quello di Milano che d’inverno non esiste, e mi torna in mente una persona che di questo non-cielo ne è innamorata da sempre, prima ancora che ci conoscessimo al primo giorno di scuola delle medie.
Prendo il cellulare e velocemente le scrivo senza pensarci.
«Magari è tardi, però buona notte.»
Faccio per posare il telefono e distendermi, quando sento arrivare la risposta. Leggo.
«No Ema, non è tardi. Notte anche a te. Sogna forte.»
Sognare forte, non lo sentivo dire da anni. Un misto tra gli usi di accostare i sensi alle parole, comuni del mio dialetto, e un italiano corrente che sa di poesia. Mi è suonato quasi unico, e mi è venuta voglia di perdermi in quei suoni mezzi naturali e mezzi sintetici di quella cover che scorre ancora sul mio computer in un video girato al buio con dei neon fucsia e verdi. Complementari. Anche nei colori. Un rumore rosa in coda al riverbero del piatto della batteria conclude il video, mostrando il logo della BBC in tre lettere bianche che campeggiano sul fondo nero.
Spengo la luce. Avvicino le ginocchia al petto e tiro la coperta fin sopra gli occhi. Sognate forte, tutti quanti. E non abbassatene mai il volume.

million-dollar-quartet

SECONDA STELLA A DESTRA

Diciamo spesso di tenerci occupati per non soffermarci a pensare. Lo diciamo agli altri quando ci chiedono come stiamo e non sappiamo cosa rispondere perché bene significherebbe dire una bugia e male sarebbe preannunciare una tragedia comprensiva nella testa del nostro interlocutore, una sorta di mix tra limitiamo i danni e pensa un po’ ai fatti tuoi. Allora si risponde con quelle frasi che suonano tipo «sono sempre di corsa», «non ci si ferma mai» o «non ho tempo di respirare».
Ci diciamo spesso che rimanere impegnati ci libera dai pensieri. Non dai pensieri delle cose di ordinaria follia: liste della spesa, giacconi da ritirare in tintoria, tisane da chiedere dall’erborista, parlo di quelle cose folli che superano l’ordinario, che non stanno nel tempo e soprattutto nelle abitudini di ogni giorno. Ci sono sempre quei pensieri che non hanno un cassetto in cui essere riposti e ripresi all’occorrenza, non sono come tutti gli altri calzini, mutande o magliette che si lavano, stirano, ripiegano e conservano. Sono quei tasselli che compongono fisicamente il nostro modo di pensare, di recepire e interpretare segnali, fibre di quell’abito che indossiamo e che ci rende veramente noi, con tutti i pregi e i difetti, le cose più belle e insopportabili.
Stasera, reduce da quattro giorni di influenza in cui ho tossito così tanto da perdere voce e respiro, mi sono fermato a pensare e nello stesso momento in cui mi sono maledetto per averlo fatto ho ritrovato un sorriso stretto nei denti e un magone a farmi compagnia. Mi sono visto in piedi davanti alla porta di quello stanzino in cui non ci si sta dentro più di uno per volta. La chiamano solitudine ma è sostanzialmente la maschera che nasconde la sensazione di qualcuno che ti manca.
Accendo la radio e mi arriva alle orecchie un tema di archi e ottoni. E’ una ballata tratta da Star Wars. Non chiedetevi perché sta suonando John Williams alla radio. Il martedì Daniele parla in diretta di fotografia, che è un paradosso al solo pensare di legare immagini a qualcosa che si può solo ascoltare ma è così: un esperimento che ha un sapore nuovo ma allo stesso tempo intellettuale e l’odore della carta stampata trasmessa attraverso le parole.
Stasera parla con un ospite di astrofotografia, che non è una parolaccia ma semplicemente l’arte e la disciplina di scattare le foto al cielo, per catturare i corpi celesti e le loro evoluzioni.
Mi vengono in mente due cose, immerso nella mia nostalgia, la prima è una notte d’estate in tour, sdraiato su un lettino di legno a bordo piscina a guardare in silenzio il cielo, ore ed ore fino a vedere le costellazioni tramontare e le prime luci farsi strada tra la vegetazione mediterranea di Capo D’Orlando. Ricordo l’attesa, l’idea di vedere qualcuno arrivare e sdraiarsi in uno dei lettini a fianco a condividere stelle e silenzio. E ricordo anche il freddo, perché seppure fosse agosto, le tre del mattino non sono di certo calde come quelle del pomeriggio.
Seconda cosa, un po’ più malata ma nostalgica comunque. Una scena che a me fa sempre venire un nodo in gola e gli occhi lucidi. Il cielo di Tatooine, nel deserto tunisino ma in un pianeta lontano, con i due soli gemelli che tramontano insieme e un Luke Skywalker che corre incontro al saluto delle persone a lui più care che hanno preso il volo e sicuramente non rivedrà più per molto tempo ancora.

star wars tatooine sunset

WEEKEND DA BOLLETTINO MEDICO

Lo dico sempre. Non vedo l’ora arrivi il weekend così posso riposarmi. Il mio venerdì mattina invece inizia con un simpatico mal di gola che nel corso di tutta la giornata ovviamente non migliora e diventa un fastidio quasi insopportabile, in più la mia palpebra destra deve aver deciso di avere dei problemi con se stessa e si è gonfiata in un simpatico orzaiolo.
Quando i giorni iniziano così direi che c’è solo un’unica cosa fare: starsene a casa, fermi, zitti, imbottiti di tisane calde e antinfiammatori per evitare di peggiorare la situazione. Invece io finisco di lavorare e vado in radio a preparare la puntata per la sera, «è la prima dell’anno, mi sono detto, vuoi tirare il pacco prima ancora di iniziare?». Puntualissimo e spavaldo mi siedo davanti al mixer e accendo il microfono, cerco di usare solo il diaframma per non sforzare la gola e le tonsille che si sono già ingrossate del doppio.
Esattamente due ore dopo la mia voce è ridotta a un sibilo e tutta la propoli spruzzata prima e durante la trasmissione non ha alleviato per niente il mio pessimo stato. La puntata è andata benissimo, la mia voce suonava anche abbastanza bene, ma il risultato è una gola infuocata e corde vocali che non rilasciano nessuna parola. Bevo tutto d’un fiato un tè caldo e nel frattempo preparo in due bicchieri d’acqua la mono-dose di antinfiammatorio, perché, misteri dell’industria farmaceutica, una bustina in un unico bicchiere non riesce a sciogliersi del tutto e rimane quella polverina maledetta in cima, che sembra schiuma di birra che poi si incolla lungo tutto il bordo del bicchiere e devi strofinarlo per ore con la paglietta per farlo andare via. Ecco, mi rendo conto di essere davvero malato quando invece di lamentarmi come farebbero tutti io mi soffermo a pensare alle soluzioni sature e insature.
Sabato mattina, un sabato qualunque, un sabato italiano. Il risveglio non è dei migliori. Avrei tanto voluto risvegliarmi con quella sensazione del non aver nulla da fare per due interi giorni accettando tutte le birre proposte dagli amici, ogni tipo di aperitivo e qualche lavoretto da fare al computer perché la radio non si ferma mai. No, consapevolmente sviluppo l’idea che il giorno prima era solo stata una passeggiata e che le prossime ore mi vedranno nei panni di crocerossina.
Ad ogni mal di gola che si rispetti arriva prima o poi a rallegrare la situazione il suo amichetto di giochi preferito, il raffreddore. Mi soffermo a pensare e sorrido sarcastico, meno male che non avevo fissato impegni importanti, almeno mi va di culo che non devo rimandare e scusarmi mille volte. Cerco di dare al letto una parvenza ordinata, faccio una doccia, preparo colazione e inizio a pensare al menù della giornata. Zero risposte. Non importa, sfilo i calzini, salgo su per la scaletta di legno e mi rimetto sotto le coperte accompagnato dal brusio della tv con DMAX in sottofondo.
Mi sveglio esattamente cinque ore dopo, notifiche di qualsiasi applicazione possibile e inimmaginabile mi invadono il cellulare e inizio lentamente a cliccare e scrollare in modo autistico e rispondere un po’ di qua e un po’ di là. E’ già pomeriggio inoltrato, la luce scompare veloce in mezzo ai palazzi e rifletto sul come non mi sia minimamente preoccupato di guardare fuori dalla finestra per capire che tempo ci fosse fuori. Vivo isolato in un mondo di sciroppi, spray per gola e rotoli di carta igienica per evitare di consumare troppi fazzolettini.
Penso alla cena, vado di minestra calda e petto di pollo alla curcuma, così per dare un po’ di colore. Mentre lavo i denti e guardo allo specchio il mio occhio destro che mi rende il sosia di Quasimodo di Notre Dame de Paris, penso a domani che è domenica e confido in un giorno migliore. Si sa che la speranza, quella maledetta, è sempre l’ultima a morire. Nel mentre approfitterò di questo sabato sera in sciarpa e pantofole per continuare a leggere libri che parlano del freddo dell’Islanda e guardare film di fantascienza giapponesi. E, mica lo dimentico, prenderò lo sciroppo per la tosse, anche se in quest’istante preferirei molto di più quello d’acero su un bel po’ di pancakes.
Etciù.

easy-pancakes

E POI SI FINISCE SEMPRE A PARLARE DELL’ORTO

Il tassista, di tanto in tanto, mi getta un’occhiata dallo specchietto retrovisore. Sul sedile davanti c’è un cane, un grosso pastore tedesco con la lingua bagnata e penzolante: non riesco a vedere se è legato oppure no. Fatto sta che non la smette di fissarmi. Così chiudo gli occhi e, appena li riapro, siamo davanti all’ospedale: il tassista è girato verso di me e mi sta guardando. Mi fa pagare il doppio della tariffa perché gli ho vomitato in macchina, ma non ha l’aria di uno che è davvero arrabbiato. Sembra sorpreso, piuttosto, per l’irresponsabilità del mio comportamento.
[…] La tizia che mi aiuta a spogliarmi, nell’ambulatorio illuminato dai neon, ha i capelli castani, lucenti, e gli occhi marroni. Ci mette tutta la sua buona volontà per darmi una mano. Io sono a torso nudo e sto per togliermi i pantaloni. La mamma si sarà sentita come me ora, mentre moriva sola in quel campo di lava, tra le braccia di sconosciuti? In ogni caso per un sacco di persone sulla faccia della terra il giorno della mia morte sarà un giorno di gioia: prima che il sole tramonti, in tanti saranno nati al mio posto, e tanti matrimoni saranno stati celebrati.
Non che sia chissà cosa, morire. Quasi tutti i figli e le figlie minori del mondo se ne sono andati prima di me. Sicuro, un padre anziano accuserà il colpo, un giovane ritardato si costruirà un nuovo sistema che non contempli la presenza del fratello, e una bambina che non parla ancora, e che è troppo piccola per trascorrere la notte a casa del papà, non lo conoscerà mai. Tuttavia non posso neanche dire di non avere rimpianti. Per esempio, avrei voluto fare l’amore più spesso e aver piantato le talee nella terra.

Auður Ava Ólafsdóttir

Congestione, vomitare, piantare le talee nella terra. Ok, mettiamo insieme i pezzi. Me lo ricordo come fosse ieri.
Finiamo cena e siamo già pieni che lo stomaco ci sta per scoppiare. Torniamo in albergo e subito tutti si rintanano in camera perché fare due passi lungo la spiaggia è, a volte, chiedere troppo.
Rimango a chiacchierare con Alessandro che mi confessa tra una cosa e l’altra che mi segue su twitter. Strano sentirselo dire così spudoratamente e forse banale sentirsi onorati ma in quel momento ricordo un attimo di leggerezza e felicità. Io e Ale lavoravamo sotto lo stesso tetto da ormai un anno e mai, prima d’ora, ci eravamo cagati più di tanto. Poi è capitata questa cosa di fargli da tecnico audio a Jesolo e successe quella cosa che può suonare come il guscio della noce che improvvisamente si frantuma. «Quasi quasi mi faccio un amaro. Andrei al chiosco da Max. Ti va?»
E così ci ritroviamo seduti su due sgabelli alti, appoggiati coi gomiti al bancone, in pantaloncini e infradito, a chiacchierare. Tra una parola e l’altra Ale viene circondato da ragazzine che vogliono scattare delle foto e mi soffermo ammirato ad osservare come lui sia disponibile nel modo più naturale possibile, non reagisca mai negativamente e soprattutto non perda mai il filo del nostro discorso. Forse, dopo un po’ di tempo, in questi casi, ci si fa il callo.
«Hai mai provato lo Jägerbomb?» mi chiede. Mentre mi spiega che l’ha assaggiato a Tokyo, e che i Giapponesi si ammazzano di quella roba fino a vedere i santi scesi in terra, la barista da dietro al bancone ci ascolta attenta. «Per piacere, mi puoi dare tre bicchieri vuoti, tre redbull e tre jägermeister? Lo preparo io per tutti!» Così io, Ale e la nostra nuova amica brindiamo e buttiamo giù. Cin cin, alla salute! Nel frattempo dall’hotel ci raggiunge Lorenzo e quando accenniamo a tre birre medie, Max, il proprietario di quel chioschetto sul lungomare, ci mostra una botte di Augustiner che ha ordinato apposta per noi direttamente da Monaco di Baviera. «Non vi potete rifiutare!» ci dice minaccioso.
Ciò che ricordo da lì in poi è che ce ne stavamo in quattro: io, Ale, Lore e Max, dentro al chiosco chiuso ormai da ore, continuando a spillare birra e a chiacchierare di qualsiasi cosa. Che poi, se a quel punto non hai già sboccato, finisci matematicamente a parlare dell’orto, e questo è un concetto strano per il mondo ma importante per la vita di un uomo. Calatevi nella parte, quindici litri di birra divisa per quattro può rendere solo l’idea. C’è un punto della propria vita in cui l’uomo decide che coltivare il suo orticello domestico, anche in piena Milano, è il modo per soddisfare appieno il concetto di creazione e di creato. Ora non me ne starò qui a spiegarvi tutte le tecniche per far nascere dei buoni pomodorini in un vasetto sul balcone ma sappiate che in quello stato psicofisico descrivere il modo in cui frutta una piantina di pomodori è un po’ come assistere di nuovo al big bang.
Ore quattro del mattino. Dalla botte non esce più una goccia di birra. Forse è ora di andare a dormire. Ci trasciniamo in hotel e ci congediamo con un buonanotte che dal suono emesso può sembrare aramaico antico. Entro in camera, mi sfilo la maglietta, accendo la tele e faccio l’unica cosa che non avrei dovuto fare: sdraiarmi sul letto.
Otto ore dopo, e dopo aver vomitato l’anima, siamo in studio pronti per andare in onda, disidratati e immobili nelle nostre posizioni: io sono sdraiato su un divano di fianco al mixer, Ale fissa continuamente la gazzetta dello sport seduto sul suo sgabello davanti al microfono, Lorenzo è seduto fuori, a bordo palco, con lo sguardo rivolto verso la piscina a onde.
Quell’estate è ormai lontana, i ricordi di quella sera si perdono in risate tra amici. Ale in quei giorni stava ultimando uno dei suoi romanzi, che poi ovviamente comprai e divorai in pochi giorni. Fa strano pensare che certi momenti vissuti possano finire tra le righe di un racconto semi-inventato e invece a un certo punto leggi proprio quella cosa che ti strappa un sorriso e ti riporta indietro in un attimo. E io a distanza di anni sto ancora pensando allo jäger annegato nella redbull, alla birra bavarese e ai pomodorini coltivati sul balcone.

jagerbomb_AleCattelan_libro

FACCIO DUE PASSI MA FORSE MI PERDO

In giro per la città, da una radio all’altra. Oggi, finito a lavoro, vado a trovare degli amici che trasmettono in una radio locale in un quartiere non lontano dal mio. Percorro via della Moscova e man mano che avanzo mi sale qualcosa dallo stomaco e si ferma in gola. L’ultima volta che l’ho percorsa tutta, questa strada, è stata per un incontro, non molto tempo fa, uno di quegli incontri per cui vale la pena fare i chilometri senza contare nessuna distanza.
Rallento il passo mentre ricado nei pensieri e inizio a non sentire più il naso per il freddo. Tiro fuori il telefono, apro il blocco note e butto giù due righe. Lo rimetto in tasca con il gesto del cowboy che sicuro rinfodera la pistola nella fondina. Alzo la testa, guardo gli stessi dettagli, mi fermo a ogni semaforo attendendo che scatti il rosso fino al prossimo verde, come se volessi non arrivare troppo in fretta ché sennò finisce subito, come la mozzarella della pubblicità di fine anni Novanta.
Arrivo in piazza, sulla destra c’è uno dei panifici storici di Milano ormai diventato una grossa catena sparsa per tutta la città. Mi avvicino alla porta d’ingresso e tiro un respiro trattenendolo. Mi sento come sulla X rossa segnata sulla mappa del tesoro. Lì è avvenuto l’incontro.
Butto fuori l’aria perché tanto non devo vincere il mondiale di apnea. Decido di fare il turista dei miei ricordi e imbocco corso Garibaldi, sì quello che da un lato porta alla stazione dei treni. Poco più avanti mi soffermo di fronte a una vetrina. Mi vedo ancora lì, in piedi, con la sciarpa sul naso e il berretto di lana caduto sugli occhi (che poi si usa ancora dire berretto?) ad aspettare guardando da fuori quello strano flashmob in stile natalizio.
Ti aspetto fuori da lavoro, una cosa che fa bene nella vita, secondo me una di quelle cose che ti danno certe sensazioni strane che devono essere provate perché non si possono spiegare, sia nell’attendere che nell’essere attesi.
Mi fermo qualche minuto a guardare dentro lo show-room. E’ vuoto ovviamente, sembra un normalissimo negozio con dentro i commessi di tutti i giorni e i clienti abitudinari. Attraverso la strada e passo davanti a un negozietto di oggettistica varia, una bottega stretta e lunga che si snoda come una grotta all’interno di un palazzo caratteristico. Altra tappa importante di questo ricordo. Ho ancora in mente il mio dito che indica la vetrina mentre dico alla commessa «Voglio quello!» e lei controbatte con un «Ma è l’unico che ho!» smorzata dal mio frettoloso «E’ importante che sia quello».
Già. Il momento in cui scegli un regalo. Che poi spesso credo che sia lui a scegliere te, tu scegli solo a chi è destinato.
Buffo da dire per un piccolo cuore di pezza con un laccetto in cima ma forse è proprio l’oggetto migliore mi potesse capitare per esprimere il concetto. La vetrina del negozio è cambiata, niente più cose sfarzose da appendere agli alberi ma il mio sguardo fissa ancora il punto su cui era poggiato, prima di finire nella tasca interna del giubbetto di pelle nera ben distante dallo scontrino.
Mi squilla il telefono. «Wei?! Pronto!» Il mio amico era in onda e si scusa per non aver sentito la mia chiamata di prima, tra poco finisce, mi sta aspettando. E io nel frattempo mi sono perso la trasmissione e l’opportunità di fargli una sorpresa, dato che l’altro gli ha gentilmente comunicato che ero in giro e stavo andando lì.
«Sto arrivando!» Sorrido, dietro front e mi incammino verso Chinatown. Nella mente mi ribolle ancora quel ricordo, fa blop blop come l’acqua nella pentola quando è pronto per buttarci la pasta e improvvisamente i miei pensieri prendono la forma di spaghetti che si avvolgono gli uni negli altri. Mi dicono si chiami nostalgia e che è quando ti manca qualcuno legato a quel qualcosa che lo rende davvero speciale.

moscova metro milano

LA PRIMA ALBA

Prima giornata di lavoro dopo le grandi feste, conclusa.
Oggi sono tornato ai miei ritmi disumani, ovvero la sveglia che suona alle cinque del mattino e io che la lascio suonare ancora per mezz’ora a intervalli di cinque minuti. Difficile da descrivere un risveglio del genere ma capita spesso di ritrovarmi a lavoro e di non ricordare come ci sono arrivato o, cosa peggiore, in che stato, finché non mi rispecchio da qualche parte e cerco di riconoscere i tratti somatici di un me ancora addormentato.
Risveglio traumatico a parte, non è che possa vantarmi effettivamente di essere rientrato oggi dalle pseudo-vacanze natalizie dato che, sia gli ultimi giorni del vecchio anno che i primi del nuovo, in effetti il cartellino l’ho anche timbrato.
La radio però in queste occasioni non è per niente come ce la si aspetta, perlomeno non è come tutti gli altri giorni. Un deserto, un corridoio vuoto descritto da porte pesanti d’acciaio che nascondono studi spenti e silenziosi. In sottofondo la musica che scorre e le voci, registrate, di facce con cui di solito ci si dà il buongiorno davanti a uno di quei caffè annacquati da trentacinque centesimi delle macchinette.
Oggi sono tornati tutti ed è un po’ come il primo giorno di scuola. Da buon bidello del suono ho fatto il giro di ricognizione per vedere se fosse tutto ok e per la prima volta in tre anni, ho fatto il giro al contrario. Sono partito da Virgin, poi ho arrancato sulle scale, attraversato la balconata fino a MonteCarlo e ho terminato a 105, da dove, tirando su le tende dello studio che dà sulla strada, ho assistito alla mia prima alba di questo nuovo anno.
Strano descriverla, è comunque un’alba di città, dove non vedi il cielo ma soltanto le tonalità di colore dei palazzi che cambiano lentamente in base alla luce che cresce. Poco romantico, probabilmente, ma ha il suo perché.
Non ho fatto in tempo a timbrare il cartellino all’uscita che, non contento di queste tre, ho fatto quello che va alla radio dell’università a fare la prima riunione dell’anno tra direttori. Riunione che ovviamente non si è fatta perché i miei colleghi sono stati mietuti dall’influenza. Contagio scampato e un’oretta di relax sdraiato su due sedie mentre Ferro gioca a una sorta di space invaders moderno sul computer di fianco alla mia testa accasciata.
Nel frattempo, con gli occhi semichiusi e in uno strano stato di trance ho guardato la luce del tramonto spegnere le facciate dei vari edifici di un Politecnico svuotato degli studenti e riempito da chi, come me, ci fa dentro la musica.
Alba da una parte, tramonto dall’altra e il duro prezzo di osservarle entrambe da dietro un vetro. Quello della regia.

20140107_075319

FAME DI FEMMINA

Finito finalmente di leggere la storia sugli androidi, quella roba fantascientifica da acido così come me l’hanno definita l’altra sera, ho deciso di dedicarmi a racconti più reali e di leggere Auður Ava Ólafsdóttir. Non chiedetemi come si pronunci perché è più difficile di quel vulcano islandese che ha impallato la dialettica di tutti i giornalisti del mondo qualche anno fa.
Lei è Islandese, proprio come il vulcano, ha insegnato storia dell’arte all’università e io non sapevo minimamente chi fosse. E’ donna, adulta, molto bella, categoria mature qualcuno direbbe, e scrive di argomenti molto sottili e complessi da capire. Ma principalmente scrive di sentimenti, di uomini incasinati, di donne e lo fa con una delicatezza assoluta. Insomma ha i buoni presupposti per il mio gradimento. Ma, perché mai dovrei leggere autrici dal nome impronunciabile che parlano di menti malate, di situazioni impossibili e di donne? Ho trovato una risposta a questo dubbio insolito. Una parola, sette lettere, un po’ come nella settimana enigmistica. Tre verticale: Fascino. E sinceramente ho anche capito che di sto passo ci metterò mesi a leggere 206 pagine.
Sarà questa fame di femmina che ho, il desiderio, come  appetito, di entrare nella testa di una donna per trovare spiegazione alle mie tante domande e scoprire, suppongo, che di risposte neanche lì ce ne siano abbastanza.
Proprio così, un viaggio senza meta, lungo e faticoso, fino a dove nessun uomo può osare. Un viaggio che non si può raccontare perché verrei giudicato pazzo e rinchiuso senz’ascoltare ragioni. Che poi, che ragioni dovrei dare se non le coordinate della mia curiosità? C’ho pensato infatti, sicché, per evitare problemi e nasi storti, qualora al mio ritorno chiunque mi chiedesse «dove sei stato?» con quell’aria malandrina di chi sa solo impicciarsi delle cose altrui, credo che risponderei «A correre un po’ per il parco, così per svagare e bruciare un po’ dopo le feste, e ne ho approfittato per portare fuori il cane. Quello femmina.»

rosacandida_700x357

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: