LA PRIMA ALBA

di icecamp

Prima giornata di lavoro dopo le grandi feste, conclusa.
Oggi sono tornato ai miei ritmi disumani, ovvero la sveglia che suona alle cinque del mattino e io che la lascio suonare ancora per mezz’ora a intervalli di cinque minuti. Difficile da descrivere un risveglio del genere ma capita spesso di ritrovarmi a lavoro e di non ricordare come ci sono arrivato o, cosa peggiore, in che stato, finché non mi rispecchio da qualche parte e cerco di riconoscere i tratti somatici di un me ancora addormentato.
Risveglio traumatico a parte, non è che possa vantarmi effettivamente di essere rientrato oggi dalle pseudo-vacanze natalizie dato che, sia gli ultimi giorni del vecchio anno che i primi del nuovo, in effetti il cartellino l’ho anche timbrato.
La radio però in queste occasioni non è per niente come ce la si aspetta, perlomeno non è come tutti gli altri giorni. Un deserto, un corridoio vuoto descritto da porte pesanti d’acciaio che nascondono studi spenti e silenziosi. In sottofondo la musica che scorre e le voci, registrate, di facce con cui di solito ci si dà il buongiorno davanti a uno di quei caffè annacquati da trentacinque centesimi delle macchinette.
Oggi sono tornati tutti ed è un po’ come il primo giorno di scuola. Da buon bidello del suono ho fatto il giro di ricognizione per vedere se fosse tutto ok e per la prima volta in tre anni, ho fatto il giro al contrario. Sono partito da Virgin, poi ho arrancato sulle scale, attraversato la balconata fino a MonteCarlo e ho terminato a 105, da dove, tirando su le tende dello studio che dà sulla strada, ho assistito alla mia prima alba di questo nuovo anno.
Strano descriverla, è comunque un’alba di città, dove non vedi il cielo ma soltanto le tonalità di colore dei palazzi che cambiano lentamente in base alla luce che cresce. Poco romantico, probabilmente, ma ha il suo perché.
Non ho fatto in tempo a timbrare il cartellino all’uscita che, non contento di queste tre, ho fatto quello che va alla radio dell’università a fare la prima riunione dell’anno tra direttori. Riunione che ovviamente non si è fatta perché i miei colleghi sono stati mietuti dall’influenza. Contagio scampato e un’oretta di relax sdraiato su due sedie mentre Ferro gioca a una sorta di space invaders moderno sul computer di fianco alla mia testa accasciata.
Nel frattempo, con gli occhi semichiusi e in uno strano stato di trance ho guardato la luce del tramonto spegnere le facciate dei vari edifici di un Politecnico svuotato degli studenti e riempito da chi, come me, ci fa dentro la musica.
Alba da una parte, tramonto dall’altra e il duro prezzo di osservarle entrambe da dietro un vetro. Quello della regia.

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