SECONDA STELLA A DESTRA

di icecamp

Diciamo spesso di tenerci occupati per non soffermarci a pensare. Lo diciamo agli altri quando ci chiedono come stiamo e non sappiamo cosa rispondere perché bene significherebbe dire una bugia e male sarebbe preannunciare una tragedia comprensiva nella testa del nostro interlocutore, una sorta di mix tra limitiamo i danni e pensa un po’ ai fatti tuoi. Allora si risponde con quelle frasi che suonano tipo «sono sempre di corsa», «non ci si ferma mai» o «non ho tempo di respirare».
Ci diciamo spesso che rimanere impegnati ci libera dai pensieri. Non dai pensieri delle cose di ordinaria follia: liste della spesa, giacconi da ritirare in tintoria, tisane da chiedere dall’erborista, parlo di quelle cose folli che superano l’ordinario, che non stanno nel tempo e soprattutto nelle abitudini di ogni giorno. Ci sono sempre quei pensieri che non hanno un cassetto in cui essere riposti e ripresi all’occorrenza, non sono come tutti gli altri calzini, mutande o magliette che si lavano, stirano, ripiegano e conservano. Sono quei tasselli che compongono fisicamente il nostro modo di pensare, di recepire e interpretare segnali, fibre di quell’abito che indossiamo e che ci rende veramente noi, con tutti i pregi e i difetti, le cose più belle e insopportabili.
Stasera, reduce da quattro giorni di influenza in cui ho tossito così tanto da perdere voce e respiro, mi sono fermato a pensare e nello stesso momento in cui mi sono maledetto per averlo fatto ho ritrovato un sorriso stretto nei denti e un magone a farmi compagnia. Mi sono visto in piedi davanti alla porta di quello stanzino in cui non ci si sta dentro più di uno per volta. La chiamano solitudine ma è sostanzialmente la maschera che nasconde la sensazione di qualcuno che ti manca.
Accendo la radio e mi arriva alle orecchie un tema di archi e ottoni. E’ una ballata tratta da Star Wars. Non chiedetevi perché sta suonando John Williams alla radio. Il martedì Daniele parla in diretta di fotografia, che è un paradosso al solo pensare di legare immagini a qualcosa che si può solo ascoltare ma è così: un esperimento che ha un sapore nuovo ma allo stesso tempo intellettuale e l’odore della carta stampata trasmessa attraverso le parole.
Stasera parla con un ospite di astrofotografia, che non è una parolaccia ma semplicemente l’arte e la disciplina di scattare le foto al cielo, per catturare i corpi celesti e le loro evoluzioni.
Mi vengono in mente due cose, immerso nella mia nostalgia, la prima è una notte d’estate in tour, sdraiato su un lettino di legno a bordo piscina a guardare in silenzio il cielo, ore ed ore fino a vedere le costellazioni tramontare e le prime luci farsi strada tra la vegetazione mediterranea di Capo D’Orlando. Ricordo l’attesa, l’idea di vedere qualcuno arrivare e sdraiarsi in uno dei lettini a fianco a condividere stelle e silenzio. E ricordo anche il freddo, perché seppure fosse agosto, le tre del mattino non sono di certo calde come quelle del pomeriggio.
Seconda cosa, un po’ più malata ma nostalgica comunque. Una scena che a me fa sempre venire un nodo in gola e gli occhi lucidi. Il cielo di Tatooine, nel deserto tunisino ma in un pianeta lontano, con i due soli gemelli che tramontano insieme e un Luke Skywalker che corre incontro al saluto delle persone a lui più care che hanno preso il volo e sicuramente non rivedrà più per molto tempo ancora.

star wars tatooine sunset

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