SENTO ANCORA IL FISCHIO NELLE ORECCHIE

di icecamp

Ogni 22 gennaio gli addetti al settore ricordano un evento non tanto piacevole. Ricordano soprattutto una persona, una di quelle che oggi non le fanno più. E se ci penso bene oggi sono già dieci anni che Leo se n’è andato.
Ricordo ancora quando Max mi raccontò del loro primo incontro sul campo di battaglia. «Mi tremavano le mani quel giorno» mi diceva. «Lui arriva, tutto tranquillo, saluta, si mette le cuffie e aspetta la sigla. Parte il ruggito, fa il primo intervento, velocissimo, fischia, è a briglia sciolte, non riesco a capire cosa voglia fare e a un certo punto gli faccio partire il disco e lui prende l’intro sui denti. Ho pensato adesso si incazza. Gli chiedo scusa appena viene da me e lui mi fa “tranquillo, ce ne siamo accorti solo io e te che non andava bene.”»
Quella risposta ha cambiato anche me, il mio modo di vedere le cose quando si manovra la barca, quella che va in diretta, quella fatta di persone e di musica. Il modo di insegnare a quei ragazzi, vogliosi quasi più di mettere le mani su un mixer che su di una donna. Quel sano menefreghismo che rende tutto più vero, più naturale. Le cose semplici, quelle che piacciono di più.
Anche oggi sono stato sul tetto della radio a smanettare con le antenne e i trasmettitori. Tredici piani, sul tetto di Milano, alla stessa altezza della madunina, da una partee appena a metà dei nuovi grattacieli, dall’altra. Ero invaso da sensazioni strane. Come se in fondo lo avessi conosciuto anch’io, Leo, attraverso i racconti di chi ci ha vissuto e lavorato insieme e che oggi allo stesso modo lavora con me. Sono rimasto a pensare, assorto dal panorama, davanti alla parabola che i tecnici chiamano quella piccola ma che poi è più grande di me. Da quell’antenna partono i segnali di due delle nostre radio, arrivano ad un satellite, ritornano indietro e tutta Italia le può ascoltare puntando un antennino verso il cielo. E’ quasi magia. Leo qui, in una di queste due radio, c’è anche stato per qualche anno. Ho fissato l’illuminatore, dritto nell’occhio grande quanto la mia faccia, ho inclinato lo sguardo seguendo l’angolo di 13 gradi del braccio dell’antenna e me ne sono stato zitto. Ho sentito qualche clacson arrivare giù dalla strada e una moto sfrecciare verso Stazione Centrale. Poi, in quel minuto di totale silenzio, ho sentito il fischio, che però era dentro la mia testa. Chissà se al di là di quei 13-gradi-est ti arriva ancora questa musica, oggi ti suoneremmo buon non compleanno.

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