reading, writing

Mese: febbraio, 2014

ARRIVA E NON TE LO DICE

Mi sveglio con un dolorino al polpaccio destro. Quelle sensazioni fondamentali che al mattino ti fanno capire che sei ancora vivo e che forse questa settimana è stata un po’ più pesante delle altre. Ancora assonnato provo a distendere la gamba, lentamente, mentre con una mano tasto in giro per il letto cercando il telefono, perché la sveglia, con quella melodia aggraziata che ho rubato a Ro l’altro ieri, sta già rompendo da cinque minuti. No, non mi va di aprire gli occhi oggi. Trovo il telefono.
«Menomale che era un pianofortino leggero, sta sveglia» sono le mie prime parole del venerdì mattina e nel momento in cui le pronuncio penso che lei, la proprietaria di quella suoneria, o aveva dannatamente ragione sul fatto che l’avrei odiata oppure mi ha fatto una sorta di malocchio. Suoneria e crampo, insieme. Prezzemolo e finocchio.
Sì, è un crampo al polpaccio. Ne soffrivo quando mi addormentavo sul divano, leggendo o guardando film dal computer, anni fa, i primi tempi che vivevo qui nel monolocale. Perché ero un po’ naif, facevo la radio, dipingevo e scrivevo racconti, non avevo storie serie per cui condividere ogni notte il mio letto arroccato sul soppalco di legno e ogni angolo di casa era buono per far tutto. Mangiare, dormire e sì, anche per quell’altre cose lì.
Che strano, penso, un crampo, eppure sono a letto! Ho vaghi ricordi della notte, un piccolo flashback in cui mi sveglio di colpo contorcendomi sul fianco mugugnando qualcosa ancora in preda al sonno, forse un’invocazione di tutti i santi a raccolta. Era lui, il maledetto, che arrivava a pungere il polpaccio e si assopiva insieme a me alle quattro del mattino. Credo di aver sviluppato, nel tempo, una qualche forma di resistenza fisica al dolore. Come ieri dal dentista, due ore e mezza sotto ai ferri per una cosa banale, infilzato e trapanato da mille arnesi che mi incuriosivano al solo vederne spuntare le punte sospese sopra al mio naso e io? Cosa faccio? Non solo mi rendo conto che in studio stanno ascoltando la radio in cui lavoro ma sto anche attento a capire se le voci dei conduttori suonano bene, se i dischi entrano al volume giusto e se sono in ritardo o no con la pubblicità. Sembra non aver senso ma, fidatevi, questa è assolutamente una forma di resistenza al dolore. Oltre ad essere una grande malattia, e forse anche un grande amore.
Ancora sdraiato a letto mi rendo conto che il prossimo passo sarà quello più difficile: percorrere la scaletta che scende giù dal soppalco, vestirmi e camminare verso la metropolitana cercando di rilassare il muscolo e non mostrando più di tanto il mio zoppichìo al mondo intero. Passo dopo passo riesco a saltellare fino al livello zero della casa e in pochi minuti riacquisto l’ottanta percento della mia gamba destra. Mi fiondo in bagno e mentre mi asciugo, tornando in sala asciugamano al collo, apro il computer e faccio partire una di quelle playlist egocentriche, in cui tutti i brani che suonano sono versioni dal vivo che ho mixato al lavoro negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a divertirmi sul serio posizionando microfoni e chiacchierando con gli artisti dei pick-up delle loro chitarre. Mentre mi allaccio i pantaloni, e mi piego in avanti per infilare i piedi nelle scarpe, partono a suonare loro, e il titolo della canzone suona una bella presa in giro all’inizio di questo venerdì. Fortuna che domani forse riuscirò a riposarmi.
Metto la giacca, spengo tutto, socchiudo la finestra e carico la sacca su una spalla, poi mentre mi chiudo il portone di legno alle spalle la canticchio anch’io, have a nice daaaaay. Nel frattempo lo guardo male con tono da rimprovero, il polpaccio, ancora dolorante dal crampo notturno. Ché poi lui arriva, il bastardo, e non te lo dice mica.

risvegli

TRE A UNO A TAVOLINO

«…sì, se il mio cuore non fa scherzi strani ad aprile parto in tour».
Sorride lui, mentre risponde con queste parole a una domanda dell’intervista. Io sento il dito congelarmi d’improvviso, mentre se ne sta poggiato sul cursore del mixer per tenerlo aperto. Ho gli occhi fissi sul suo braccio sinistro totalmente tatuato e poggiato sul banco, vicino al microfono della diretta.
Si copre il cielo, di colpo, fuori. Mi fermo a pensare che forse il caso vuole che ogni volta il professor rock salga in cattedra fuori faccia brutto tempo, appena un mese fa la neve finta, oggi previsione di un diluvio universale. In realtà mi meraviglio di come serenamente discuta della sua malattia e abbia sempre in viso un sorriso da mostrare e in bocca una storia da raccontare.
E’ tornato Omar (Pedrini) oggi, che è ancora in promozione con il disco e in radio nei corridoi si inizia a canticchiare Che ci vado a fare a Londra? Oggi è il turno della radio rocchettara per interviste e qualche schitarrata dal vivo. Ha sempre quest’aria da santone lui, chiacchiera, bacia e abbraccia tutti anche se è al primo incontro. Gli schizzinosi potrebbero pensare sia un invadente ma c’è quel qualcosa che alla fine mette tutto a proprio agio. Una sorta di pace interiore indotta come nei fornelli da cucina che non fanno fiamma ma cucinano lo stesso. E’ accompagnato dal fedele Lancillotto, che si chiama Marco, suo chitarrista e mio coetaneo, con cui riesco anche a scambiare quattro chiacchiere mentre tiro un po’ di cavi audio da qua a là.
«Bel suono, l’altra volta era ottimo. Ma tu quindi lavori fisso qui?» mi chiede,
«Sì, tutti i giorni, inizio all’alba». Non so perché ma questa cosa che io mi svegli come un panettiere per andare ad accendere tutti gli interruttori delle radio faccia sempre uno strano effetto. Solo che a distanza di anni non capisco se è positivo o no ma a me piace comunque dirlo ché per me è la sveglia alle 5 è sempre una gran fatica. Però non ci sto pensando più di tanto adesso, sono soddisfatto che gli sia piaciuto il suono della scorsa esibizione.
«Per i suoni fai te, giusto? Ché l’altra volta erano magici!» affonda Omar inforcando la chitarra. E’ un po’ come fare doppietta al derby. Palla al centro. Regalo numero uno. Ed è il miglior regalo che un artista può farti. Di magico però stavolta c’è tutt’altro. La musica, che non suona bene perché io so che rotellina girare e in che modo ma perché chi la fa, sullo strumento, è bravo davvero.
Il momento in cui inizia un live per me è sacro, come inginocchiarsi per iniziare una confessione, un artista esprime ciò che ha dentro e tu, (io) hai la responsabilità di rendere il tutto più armonico ed emozionante possibile. Inizia ad arpeggiare Hey Hey, My My. Ne avevamo parlato poco prima, confessandomi che oltre ad essere una delle sue canzoni preferite è l’unica cover che Noel Gallagher abbia mai fatto dal vivo, perché è talmente stronzo, penso, che la sua classica risposta sarebbe Perché suonare pezzi di altri se sono io a fare le canzoni più belle?
«Anche se non era prevista te ne suono un pezzo e te la tieni per te» mi accenna il prof sull’arpeggio di intro. Regalo numero due.
Suona e non si ferma, io registro e ho gli occhi piantati sulle tracce degli strumenti che entrano nel multitraccia e vengono registrati. Chiude con Sole Spento, e io mi inchiodo al mixer.
«Mi hai fatto un grande regalo» gli dico mentre smonto i microfoni in studio, poco dopo «l’opportunità di mixare in acustico Sole Spento, che cantavo a squarciagola ai tempi di scuola». Regalo numero tre. Sembra una finale di campionato.
«L’hai fatto tu a me il regalo» mi dice «in cuffia suonava da paura» si avvicina e mi abbraccia.
Tre a uno. Ma a sto giro ha vinto lui a tavolino.

LUCI DELLA RIBALTA

Capita che arrivino amici da lontano, capita che mi scrivano messaggi del tipo “mi raggiungi?”, capita che si mangia qualcosa al volo insieme e si finisce a passeggiare in una giornata di sole atipica di febbraio. E mi accorgo immediatamente che c’è qualcosa che non va, non in me, non in chi accompagno ma proprio nelle strade che percorriamo.
La città è gonfia, più rumorosa, quasi senza quelle caratteristiche miste di caos e pace che la contraddistinguono. Il popolo è a briglie sciolte, scende in strada anche senza un motivo per farlo. E’ l’effetto fashion week.
Sì che io di moda non ne capisco niente. Sì che, anzi, non me ne intendo proprio. Sì che questi miei argomenti di solito parlano d’altro ma parlano anche di città. Della mia, città, o meglio di quella che mi ha adottato senza pensarci due volte, già da molti anni. Eppure ogni volta mi trovo impreparato ad affrontarla in questa veste, come fosse sempre il primo giorno di lavoro in cui non sai se portarti il pranzo riscaldato da casa o tentare nuove conoscenze con i colleghi e imbucarti a pranzo con loro. Invadente, forse, come le mandrie di genti giù per strada.
Penso sia un vizio di questa città, quella di dare un tacito consenso a tutto ciò che la invade. Un vizio come di una femmina indifferente a ciò che le accade intorno. E in una donna l’indifferenza, almeno per me che sono uomo, dà fastidio e fa storcere il naso. Non me l’aspetto mai, l’indifferenza, perché mai vorrei giudicare stronza una donna, perché forse ho paura di questo suo fascino che mi ucciderebbe e più stronza è, si sa, più potrebbe attrarmi.
Milano è stronza, di per sé, ma è maledettamente affascinante. Ho imparato a camminare nella folla, driblarla per le strade principali e infilarmi nelle vie che profumano di storia, quelle sempre vuote in cui si riesce a percepire ancora il rumore del vento. Torno a casa che è ancora giorno, il cielo pare mi stia facendo un favore in questo weekend e appare azzurro e luminoso. Mi siedo davanti al computer, porto a termine dei lavori e ho ancora in testa il rumore innaturale di questa città, lo schiamazzo continuo di questi manifestanti della moda che impallano le vetrine dei negozi di scarpe e annusano ogni boccetta di profumo esposta in boutique con fare interessato ma col portafogli vuoto.
Lavo i piatti, quasi assopito dal rumore dell’acqua che sbatte sulle stoviglie sporche mentre ascolto random gli U2 e guardo fuori dalla finestra. Man mano si accendono le luci in strada e ricoprono le facciate colorate dei palazzi intorno di quel velo giallastro che fa da lenzuolo a Milano, la notte, quasi come le lucciole che illuminano il cielo nel testo di Bono che canta in sottofondo. Asciugo le mani mentre piatti e posate finiscono di gocciolare, indosso il giubbetto di pelle nera ed esco a fare due passi. Ne approfitto mentre tutti lì fuori sono rinchiusi ai private party, a guardare le sfilate e a sentirsi nuovamente tredicenni al concerto dei Backstreet Boys. E mentre, tra le strade vuote, infilo i piedi tra un sampietrino e l’altro, tra i binari del tram, me la canticchio in testa, l’ultima della playlist. Oh you look so beautiful tonight. In the city of blinding lights.

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PARLAMI D’AMORE TU CHE SEI SCONOSCIUTA

Strane le atmosfere di Lisbona. Me ne parla Pier, che ci vive ormai da un po’, che se n’è innamorato ma non lo ammette ancora, che si comporta come alla prima infatuazione quando si fa finta che sia una storia di passaggio e invece, da qualche parte, c’è già scritto che sarà amore.
La guardo attentamente ma non invado, proprio come fosse la ragazza del mio amico che mi affascina ma non posso pensare oltre, ché sarei uno stronzo ad allungare il braccio e tendere la mano anche solo per accarezzarla, in viso, nella via che si incassa tra il naso e lo zigomo che chiamiamo guancia e che scende fin sotto al mento. Mi affascina questa pazza idea di amare le città, anche quando ci vive qualcun altro che non sono io.
Mi piace questa Lisbona, che in realtà, di persona, non ho mai conosciuto. Perché le città sono donne, ognuna totalmente diversa dalle altre ma accomunate dai suoni simili nei nomi delle strade, con quel fascino mozzafiato della notte, quando sono illuminate e colme di vita e di passione, e dal viso stropicciato e non struccato del mattino, quando si nascondono sotto le coperte per non mostrare gli occhi da panda e i segni del cuscino.
Puoi chiamarla come vuoi la città, che non ti tradisce per un accento sbagliato e mai s’incazzerà e ti mostrerà il muso, se la ami davvero. Ho sognato Lisbona l’altra notte, l’ho chiamata straniera e mi ha sorriso, da perfetta sconosciuta.
Ed è colpa dei racconti che me l’hanno presentata, quelli del mio amico che la vive tutti i giorni e di lei che mi ha consigliato un vecchio film in cui lui, fonico tedesco, raggiunge un amico regista per girare un film e, registrandone i suoni, ne perde la testa.
Quando ti innamori del suono di una città, è colpo di fulmine. Non si torna indietro. Nè, spesso, si va avanti. Non puoi fare a meno di ascoltarne i rumori e di trovare una parola che lo possa descrivere in un modo semplice, di modo che tutti possano capirlo. E’ come un balbettìo inutile. Una scena muta all’esame della vita.
Nella luce del giorno anche i suoni brillano.
Io ho desiderato, come i suoni, non essere le cose ma viverle.
Ascolto senza guardare e così vedo.

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NOWHERE NOISE

Venerdì sera. Monolocale. Soggiornocucinacabinaarmadiosoppalcoletto (perché sta tutto insieme). E’ anche un venerdì di San Valentino, la festa dei ristoranti tristi, dei cinema pieni e delle strade deserte. O forse no?!
Sto smanettando con uno schema tecnico della radio mentre ascolto la registrazione di amici che la sera prima hanno acceso un trasmettitore in AM e hanno fatto la radio pirata, una di quelle cose che non sono proprio legali ma decisamente leggendarie e quando capitano anche per gioco ce ne stiamo tutti col naso incollato alle onde medie, come fossero gli anni sessanta.
Mi sto togliendo le scarpe e i pantaloni, pronto a capire se morire sul divano o a letto, quando ricevo una sorta di invito ad uscire in un messaggio in chat. Ci penso, penso al giorno dopo che sarà un delirio perché starò in giro per 23 ore no-stop ma facciamo che accetto, ché queste cose dell’ultimo secondo a me piacciono sempre un sacco. Mi rivesto, esco, prendo un autobus e cerco di non perdermi, contando una ad una le fermate che avevo quasi imparato a memoria leggendo su internet.
Arrivo. Cerco il posto e poi incontro l’autrice del messaggio e dell’invito, la riconosco a qualche metro di distanza, mentre mi avvicino all’ingresso dell’edificio. Entriamo e buffamente mi guardo intorno. Architettura liberty, copertura dritta, alta e a cassettoni vetrati. Colonnato di cemento stuccato e decorato, tutto illuminato di rosso che fa molto atmosfera kubrickiana (fidelio, eyes wide shut, quelle cose lì). In centro alla stanza quadrata c’è un palchetto, impianto modesto, batteria, amplificatori e nebbiolina rasoterra sparata dalla macchina del fumo. Mi chiede se conosco la band che sta per suonare, facendomene il nome e no che non la conosco. Mi dice che fanno una sorta di surf rock californiano, che suonano come gli Smiths. Oh, sì che li conosco gli Smiths! Nel frattempo la pista si riempie e noi finiamo a parlare degli effetti che le frequenze basse del suono hanno sul corpo, delle vibrazioni che si propagano in lungo e in largo, della pressione acustica che arriva come una legnata allo stomaco ed ecco il perché i suoni della grancassa della batteria poi prendono il nome di pancia e punta. Mi guarda, io gesticolo mentre parlo e me ne rendo conto, lei sembra interessata, ha sguinzagliato il fonico che c’è in me. Intanto al di sopra del palco proiettano un vecchio film muto con Buster Keaton, quello dove fa il pugile e finisce sempre al tappeto. Mi sento catapultato da qualche altra parte del tempo ma tutto questo mi affascina non poco.
Inizia il live e, verissimo, loro suonano come gli Smiths e sono anche abbastanza bravi. Però, come si suol dire in gergo tecnico (e non ditelo agli artisti) il cinquanta percento di un buon suono è fatto sempre dall’acustica del posto. E quel posto, che prima di essere occupato era un macello per animali, è un po’ un covo di frastuoni. Quando in chiusura iniziano a giocare tra assoli di batteria e feedback di chitarre, ciò che riecheggia nell’aria è il rombo a senso unico come di un aereo in rullaggio accompagnato da uno sbadiglio, di lei accanto a me, che in effetti sembra un po’ stanca. E, ahimè, lo sembro anch’io. Tipico rintontimento pesante da venerdì sera post-lavorativo. A me, questi musicanti, sono piaciuti comunque, sorrido perché mi concentro sul rumore e sulle facce della gente attorno fisse a guardare nel buio. Nelle prime file ancora qualcuno ondeggia come sul riff scanzonato del ritornello di pochi minuti prima.
Mentre usciamo e cerchiamo un modo per tornare a casa mi viene in mente una lunga lista di suoni strani da raccogliere e riascoltare in certi momenti della giornata e mi è come improvvisamente venuta voglia di andare in giro per strada a registrare la città.
Mi sa che mi specializzo in rumori.

playlist: NOISES

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VOGLIO DIVENTARE POLIPO

Ci sarebbe da fare questo. Ti ricordi di quella cosa che dovevamo fare? A proposito, cosa ne pensi se facessimo così? Perfetto, riusciamo a farlo per domani?  Non dimenticarti anche di quell’altra roba, eh! Com’è andata? Mi mandi una mail? Scrivi anche per quest’altro sennò ci dimentichiamo?
Voce del verbo fare. Da solo. Anzi, voce del verbo fallo tu.
Mi tocca, è lavoro, ma a volte è psicologicamente frustrante. Sono decisamente fortunato a non lavorare in miniera o in catena di montaggio dove oltre al rischio continuo c’è l’ansia e la fatica accompagnate dall’incessante monotonia.
La radio ha sempre quel fascino nascosto, che tutti chiamano magia, per il quale non si riesce mai a dare un’immagine reale di ciò che realmente vi accade dentro. Sappiate che c’è semplicemente gente che urla, che sbraita, che chiama tutti i santi a raccolta, fa calcoli su calcoli come se fosse necessario mandare una navetta su Marte, e poi c’è gente che corre, su e giù, a destra e a sinistra. Corre con la mente (per trovare soluzioni ai problemi) e anche con il corpo (per risolverli, i problemi). Io corro, e non è per sport, anche se è comunque una grande passione. Oggi ho avuto finalmente il coraggio di fare due conti per i prossimi giorni, che per me sono come le gare olimpiche a cui devi classificarti se vuoi anche solo il bronzo. Il risultato dei calcoli è uscito in negativo per quanto riguarda le ore vitali, così ho deciso di rubare tutti i minuti di tempo libero accumulati con parsimonia, come i punti fragola dell’esselunga, per dedicarli al sonno, questo sconosciuto ormai da giorni. Non è semplice ma ci sono cose a cui poi improvvisamente devo rinunciare, cose a cui tengo: incontri, amici, quelle parti di lavoro che sono anche rilassanti e  ti regalano le soddisfazioni, quelle vere. Calcola, incastra, pensa a come fare e alla fine rinuncia perché non dormi da quasi una settimana. E un po’ girano le palle per questo.
Forse ne servirebbero altri due di me, come in quel film con Micheal Keaton in cui lui/loro poi diventano quattro ma con una moglie sola. Almeno così uno può fare alcune delle cose che devo fare io, così come il secondo ne può fare altre, anche al terzo poi gliene resta qualcuna e forse un po’ di vita in tanti ce la possiamo godere. Niente schiavismi o privilegi vari però, per le pulizie si fanno i turni.
Dopo due live, un’intervista, un mezzo inventario e un carico/scarico di magazzino, appena finito al lavoro volo in università, ovviamente da un mixer all’altro, perché è giovedì sera e mi tocca il turno di regia. Sono stanco, molto, e demoralizzato dal weekend che sta per arrivare. Però, quel fascino che ha la radio e che invece spesso non c’è al lavoro, inspiegabilmente in quella casetta coi pannelli di spugna, con quelle persone, torna ad essere forte, come l’aria quando è pregna di acqua di colonia. Bastano poche parole per chiarire gli scazzi di un giorno via chat e si torna, nel modo più naturale, a condividere la magia. Mi siedo al mixer, faccio uno schizzo scemo a penna su un foglio bianco e ho subito dieci dita pronte a schiacciare i bottoni e spingere avanti e indietro i cursori. Concentrazione, ai posti di combattimento, 10 secondi e vi apro il microfono!
Forse non è utile ricorrere alla clonazione, penso mentre va la sigla, soprattutto perché costa troppo. E poi, per ognuno di me che viene fuori, almeno me lo farebbero lo scontrino? Potrò mai scaricare il me numero 2 e il me numero 3 dalle tasse? Sorrido e penso a ciò che oggi ha scritto Ro. Ho deciso, forse Dolly non ne aveva facoltà: vorrei più tempo. O vorrei che il tempo non mi pigli per il culo e smetta di sembrare così breve e senza senso. Oppure semplicemente vorrei più braccia, per fare di più, e fare più in fretta. Magari da grande farò il polipo.

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CHIEDIMI SE SONO FELICE

Sei felice? Chieditelo. Chiedetevelo. Senza vergogna.
Non imputiamo nessuno, né tantomeno amputiamo le lingue a chi risponde. Siete felici?
Non c’è niente d’intelligente nell’essere infelici. La cruda esperienza dell’infelicità è necessaria per comprendere a pieno cosa vogliamo da noi stessi. E’ statistica, probabilità. L’errore principale in questa operazione matematica sta nel calcolare la percentuale di felicità in noi stessi attraverso la percentuale indotta dal prossimo, che detta in maniera meno biblica indica coloro che ci stanno accanto, che ci circondano, che vivono esperienze insieme a noi.
Questo è un periodo strano per tutti, sarà che si inizia ad odiare l’inverno e il perenne buio e umidiccio dell’aria inizia a arruffare i pensieri oltre che i capelli delle donne. Ovunque fanno capolino giovani rintanati sui libri e sui progetti ché gli esami sono vicini e le consegne al lavoro incombono come una delle sette piaghe d’Egitto. Sembra che tutto intorno si inizi ad odiare il frastuono naturale delle cose.
Qui sembra tutto meccanico. Avete presente il rumore dell’acqua che scorre dentro ai tubi? O quello di una chiave inglese battuta da un idraulico su una valvola di metallo per divincolarla dalla morsa di calcare? Immaginate le macchine, quelle industriali, le rotative che stampano i giornali. Ecco il rumore di questa città. Qualcosa che non si ferma, che continua a produrre e non si stanca mai. A me ha sempre affascinato.
Oggi sono uscito a fare due passi sotto il sole, che ogni tanto alza la mano per prendere presenza all’appello e poi scompare per giorni. Ho fatto qualche chilometro a piedi abbandonando Città Studi e inoltrandomi nei viali più trafficati. A distanza di anni in cui vivo qui ricordo bene i punti di riferimento principali ma ancora mi perdo se mi addentro nelle viuzze, così, ovviamente, ne imbocco una a caso, consapevole del mio destino. Penso ai rumori costanti della metropoli di ferro e cemento e improvvisamente mi blocco quasi in punta di piedi, meravigliato e impossibilitato a fare un altro passo. Non sento più niente, ci sono davvero quei posti dietro l’angolo in cui arrivi e regna di colpo il silenzio. E sembra quasi magia. E’ un largo, con tre strade che si incrociano, qualche albero in mezzo e una panchina. Mi siedo, allargo le braccia sullo schienale, come per occuparla tutta, e mi guardo intorno. Non passa nessuno per qualche minuto, nemmeno a piedi. Mi sa che la domenica non è più quella di una volta. Appunto velocemente questa frase, ché mi piace e ché so già potrei dimenticarla a breve se non la scrivo da qualche parte. Mi sento un po’ Eminem in 8Mile che prende nota delle rime su un vecchio foglietto di carta ormai sgualcito e stropicciato. Mi viene in mente una canzone che suona lenta e parla di chi si trova solo, tutto a un tratto, mentre pensa di riflesso ai momenti in cui non lo è stato. Nulla di triste, anzi, mi fa sorridere perché mi vedo davanti agli occhi una bionda Nancy Sinatra in rosa che, sdraiata, mi sussurra My Baby shot me down. Wow!
Mi alzo, inizio ad incamminarmi, e guardandomi intorno mi rendo conto che di posti silenziosi, all’aperto, qualche volta in tutto questo cemento ce n’è davvero bisogno. Però poi spesso sento il bisogno di trovare ancora qualche rumore che dia un nome o un significato a quello che si vede, o semplicemente che non mi faccia sentire totalmente abbandonato e solo in mezzo a tutto questo.
Quando torno a casa, apro a manetta l’acqua calda in bagno, accendo al massimo la stufetta per scaldare l’aria, entro in doccia e inizio a parlare con me stesso sottovoce fino a che sento appena ciò che mi dico. Inserisco la spina dell’asciugacapelli nella presa di corrente e lo accendo una volta uscito dalla nuvola fumante, mentre ancora mi racconto storie, quelle che raccolgo dalla strada. Piazzo il phon contro lo specchio appannato e mi soffermo incuriosito a guardare la sagoma dello vetro lucido che riappare, come un cerchio che si allarga sempre di più, dalla patina opaca della condensa. Poi punto il soffio in faccia, come se mi dovessi sparare dritto in bocca. Chiudo gli occhi e mi abbandono ai suoni artificiali del vento. Finisco per annegare in una pozza di rumore bianco. Bang Bang.

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YESTERDAY

Non ci credo! Cielo azzurro, nuvolette bianche striate che sembrano fare il manto di una tigre, comignoli fumanti e raggi di sole.
Milano, ieri mattina.
La sveglia è suonata tre ore dopo, ché da un po’ di tempo un paio di giorni a settimana me li lasciano per recuperare le forze, e aprendo gli occhi sono rimasto allibito da una cosa che mi ha colpito guardando fuori dalla finestra. La luce, il colore. Non se ne vedeva neanche l’ombra da mesi, ormai, penso dal giorno del compleanno della radio, a dicembre, ma quello era un bel giorno soprattutto per un altro motivo.
Doccia veloce, vestito, lavato i denti e deciso di fare colazione al bar, perché oggi mi va così. Scendo veloce per le scale e il tipo sta passando lo straccio, mi freno per evitare di scivolare e di fare la figuraccia oltre che farmi un livido da qualche parte.
Esco di casa, borsa in spalla e sciarpa sul naso, oggi del cappello non ce n’è bisogno, via coi capelli al vento, almeno quei pochi che mi rimangono. Tiro su lo sguardo all’angolo della strada e sorrido, è uno scorcio da foto: una prospettiva accidentale dal basso, di quelle che per disegnarle devi posizionare la linea d’orizzonte bassissima, vicino alla linea di terra. Prendo il telefono, lo fisso all’angolo del mio sguardo e schiaccio il tastino per scattare. Mi accorgo solo nell’anteprima della foto dei cavi dell’alta tensione che entrano in centro campo. Quasi mi ero dimenticato della ragnatela che abbiamo sempre sopra la testa, che corre per tutte le strade della città. Mi soffermo a guardare i palazzi che si nascondono uno dietro l’altro e creano un alternarsi di volumi come nei giochi di bambini.
Tiro giù di qualche centimetro la zip del giubbotto verde scuro perché il sole che batte contro fa caldo, afferro a due mani i jeans, per i passanti, li tiro su e stringo la cintura perché la taglia in più me li fa scivolare e fortuna che un paio di chili li ho persi anche a sto giro. Mi butto in strada, verso la metropolitana. Respiro a fondo e mi viene in mente la frase di un ritornello di Max, di tanti anni fa.
Basta un giorno così, a cancellare centoventi giorni stronzi…

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RESOCONTO NUMERO VENTISEI

Sta per finire questo giorno di festa che poi festa non è, ogni anno aggiungiamo una candelina alla torta e qualche acciacco alla schiena. Prima o poi sarò talmente rimbambito che non riuscirò di sicuro a contarle tutte, quelle candele, e dovrò ricominciare da capo chissà quante volte. Oppure semplicemente farò come tutti e comprerò i numeretti di cera, ché si fa prima, ma credo ci sarà sempre qualche balordo pronto ad invertirli per fare lo scherzone.
Ventisei rintocchi di campane a sto giro per me, grazie. Me ne torno a casa, al buio e bagnato da questa pioggia antipatica che sembra essere spruzzata dal sifone di un detergente per vetro. Me ne torno a casa con qualche considerazione che poi altro non sono che quel po’ di cose sparse che mi sono passate per la testa in queste ultime ventiquattro ore.
Innanzitutto partiamo dal giorno. Tre, il numero perfetto, gli anni in cui secondo la scienza si inizia ad avere memoria, gli anni in cui si inizia a parlare decentemente e gli anni in cui poi, dicono i libri, si consuma un amore.
Il mese. Febbraio, il più corto tra tutti, quello che ogni tanto decide di tirare fuori il piede ed avere un giorno in più. Comunque rimane il più breve, e ciò vuol dire che è già quasi primavera.
L’anno. Millenovecentottantotto. Milleneufcentquatrevingthuit in francese, uno dei primi numeri che imparai di questa strana lingua, alle medie. Almeno potevo esibirmi in uno scioglilingua da oscar che poi è la mia data di nascita.
Anno strano, il mio. E’ l’anno in cui Mandela esce di prigione ma entra subito in ospedale, la Fiat presenta la Tipo e L’ultimo Imperatore di Bertolucci si becca nove statuette a Los Angeles. Giuro che non ho sbirciato da Wikipedia, queste tre cose le ricordo davvero. E ricordo bene anche Cocktail, quel film in cui Tom Cruise si mette a fare il bar tender acrobatico e conquista una bionda da paura, e Talk Radio, il filmone di Oliver Stone che penso abbia traviato la mia adolescenza rinchiudendomi ogni pomeriggio in quella stazione radio di provincia che aveva nel jingle il nome di un santo e alla notte mandava in onda preghiere registrate. Sì, le ho sabotate le preghiere, più e più volte, con i miei megamix di dance anni 90. Confesso.
Bene, mi pare che le candeline le abbia contate e che il resoconto l’abbia fatto. Resoconto che più che tale a me sembra un tagliando, come quello che si fa a una macchina quando inizia a scassarsi sempre più. Un po’ come spremersi per cercare di capire cosa sia cambiato da ieri e cosa potrebbe cambiare da domani. Dite che niente per ora possa essere una risposta accettabile?
Che poi ti prende sempre un po’ quella sorta di nostalgia canaglia che ti morde al collo e lascia il segno. Oggi ho ricevuto una telefonata, l’unica non di papà, mamma, sorella, fratelli vari. L’unico augurio dal vivo che non è stato solo un messaggio scritto da qualche parte su internet. Può sembrare banale che mi emozioni per un contatto comune come un pronto/tanti auguri e qualche sorriso scambiato in pochi minuti che sembrano essere sempre di fretta ma per quanto possa spesso essere un limite dovuto a chilometri e a un pezzo di plastica e metallo attaccato all’orecchio, fa sempre bene rispondere e ascoltare, a sorpresa, la voce di qualcuno a cui voglio bene, anche se non lo sbandiero più magari come un tempo e lo tengo stretto per me.
Pomeriggio ho lavorato a uno spot per una nuova campagna sociale curata da un’associazione che si occupa di bambini in Africa e nel frattempo ho seguito i ragazzi che stanno producendo l’immagine sonora della nuova stazione radio che partirà a breve. Due mondi sicuramente diversi, due modi diversi per concentrarsi e tirare fuori il meglio. Posso dire che concludo il giorno del mio compleanno con la mente che suona un po’ come quando la radio non prende e girate la manopola in cerca di qualcosa che si senta meglio.
Ho fatto due passi fino a casa sotto la pioggerellina bastarda e, in mezzo a tutti questi numeri che mi ballonzolano in testa, mi sono ricordato di un po’ di versi che ha scritto Walt Whitman, che se non lo conoscete posso anticiparvi che è Americano, morto da un bel po’ e somiglia tanto ad un mix tra il nonno di Heidi e Babbo Natale.

Quando ascoltai l’erudito astronomo,
Quando le dimostrazioni, i numeri, furono dispiegati dinanzi a me,
Quando le carte e i diagrammi mi furono mostrati per sommarli, dividerli e misurarli,
Quando ascoltai trepidante l’astronomo nell’aula delle sue famose lezioni,
Quanto inspiegabilmente presto divenni esausto e sofferente,
Fino a quando alzandomi e scivolando via iniziai a vagare in solitudine,
Nell’umida e misteriosa aria notturna, e secondo dopo secondo,
Volsi lo sguardo alle stelle nel perfetto silenzio.

Solo che le stelle, caro Walt, in mezzo alla pioggia e al cielo pieno zeppo di nuvole bianche che sembrano disegnate col gesso strofinato sulla lavagna, sono un po’ difficili da vedere stasera. Mi avvalgo della facoltà di immaginare.
Buonanotte.

Walt_Whitman

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