RESOCONTO NUMERO VENTISEI

di icecamp

Sta per finire questo giorno di festa che poi festa non è, ogni anno aggiungiamo una candelina alla torta e qualche acciacco alla schiena. Prima o poi sarò talmente rimbambito che non riuscirò di sicuro a contarle tutte, quelle candele, e dovrò ricominciare da capo chissà quante volte. Oppure semplicemente farò come tutti e comprerò i numeretti di cera, ché si fa prima, ma credo ci sarà sempre qualche balordo pronto ad invertirli per fare lo scherzone.
Ventisei rintocchi di campane a sto giro per me, grazie. Me ne torno a casa, al buio e bagnato da questa pioggia antipatica che sembra essere spruzzata dal sifone di un detergente per vetro. Me ne torno a casa con qualche considerazione che poi altro non sono che quel po’ di cose sparse che mi sono passate per la testa in queste ultime ventiquattro ore.
Innanzitutto partiamo dal giorno. Tre, il numero perfetto, gli anni in cui secondo la scienza si inizia ad avere memoria, gli anni in cui si inizia a parlare decentemente e gli anni in cui poi, dicono i libri, si consuma un amore.
Il mese. Febbraio, il più corto tra tutti, quello che ogni tanto decide di tirare fuori il piede ed avere un giorno in più. Comunque rimane il più breve, e ciò vuol dire che è già quasi primavera.
L’anno. Millenovecentottantotto. Milleneufcentquatrevingthuit in francese, uno dei primi numeri che imparai di questa strana lingua, alle medie. Almeno potevo esibirmi in uno scioglilingua da oscar che poi è la mia data di nascita.
Anno strano, il mio. E’ l’anno in cui Mandela esce di prigione ma entra subito in ospedale, la Fiat presenta la Tipo e L’ultimo Imperatore di Bertolucci si becca nove statuette a Los Angeles. Giuro che non ho sbirciato da Wikipedia, queste tre cose le ricordo davvero. E ricordo bene anche Cocktail, quel film in cui Tom Cruise si mette a fare il bar tender acrobatico e conquista una bionda da paura, e Talk Radio, il filmone di Oliver Stone che penso abbia traviato la mia adolescenza rinchiudendomi ogni pomeriggio in quella stazione radio di provincia che aveva nel jingle il nome di un santo e alla notte mandava in onda preghiere registrate. Sì, le ho sabotate le preghiere, più e più volte, con i miei megamix di dance anni 90. Confesso.
Bene, mi pare che le candeline le abbia contate e che il resoconto l’abbia fatto. Resoconto che più che tale a me sembra un tagliando, come quello che si fa a una macchina quando inizia a scassarsi sempre più. Un po’ come spremersi per cercare di capire cosa sia cambiato da ieri e cosa potrebbe cambiare da domani. Dite che niente per ora possa essere una risposta accettabile?
Che poi ti prende sempre un po’ quella sorta di nostalgia canaglia che ti morde al collo e lascia il segno. Oggi ho ricevuto una telefonata, l’unica non di papà, mamma, sorella, fratelli vari. L’unico augurio dal vivo che non è stato solo un messaggio scritto da qualche parte su internet. Può sembrare banale che mi emozioni per un contatto comune come un pronto/tanti auguri e qualche sorriso scambiato in pochi minuti che sembrano essere sempre di fretta ma per quanto possa spesso essere un limite dovuto a chilometri e a un pezzo di plastica e metallo attaccato all’orecchio, fa sempre bene rispondere e ascoltare, a sorpresa, la voce di qualcuno a cui voglio bene, anche se non lo sbandiero più magari come un tempo e lo tengo stretto per me.
Pomeriggio ho lavorato a uno spot per una nuova campagna sociale curata da un’associazione che si occupa di bambini in Africa e nel frattempo ho seguito i ragazzi che stanno producendo l’immagine sonora della nuova stazione radio che partirà a breve. Due mondi sicuramente diversi, due modi diversi per concentrarsi e tirare fuori il meglio. Posso dire che concludo il giorno del mio compleanno con la mente che suona un po’ come quando la radio non prende e girate la manopola in cerca di qualcosa che si senta meglio.
Ho fatto due passi fino a casa sotto la pioggerellina bastarda e, in mezzo a tutti questi numeri che mi ballonzolano in testa, mi sono ricordato di un po’ di versi che ha scritto Walt Whitman, che se non lo conoscete posso anticiparvi che è Americano, morto da un bel po’ e somiglia tanto ad un mix tra il nonno di Heidi e Babbo Natale.

Quando ascoltai l’erudito astronomo,
Quando le dimostrazioni, i numeri, furono dispiegati dinanzi a me,
Quando le carte e i diagrammi mi furono mostrati per sommarli, dividerli e misurarli,
Quando ascoltai trepidante l’astronomo nell’aula delle sue famose lezioni,
Quanto inspiegabilmente presto divenni esausto e sofferente,
Fino a quando alzandomi e scivolando via iniziai a vagare in solitudine,
Nell’umida e misteriosa aria notturna, e secondo dopo secondo,
Volsi lo sguardo alle stelle nel perfetto silenzio.

Solo che le stelle, caro Walt, in mezzo alla pioggia e al cielo pieno zeppo di nuvole bianche che sembrano disegnate col gesso strofinato sulla lavagna, sono un po’ difficili da vedere stasera. Mi avvalgo della facoltà di immaginare.
Buonanotte.

Walt_Whitman

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