ARRIVA E NON TE LO DICE

di icecamp

Mi sveglio con un dolorino al polpaccio destro. Quelle sensazioni fondamentali che al mattino ti fanno capire che sei ancora vivo e che forse questa settimana è stata un po’ più pesante delle altre. Ancora assonnato provo a distendere la gamba, lentamente, mentre con una mano tasto in giro per il letto cercando il telefono, perché la sveglia, con quella melodia aggraziata che ho rubato a Ro l’altro ieri, sta già rompendo da cinque minuti. No, non mi va di aprire gli occhi oggi. Trovo il telefono.
«Menomale che era un pianofortino leggero, sta sveglia» sono le mie prime parole del venerdì mattina e nel momento in cui le pronuncio penso che lei, la proprietaria di quella suoneria, o aveva dannatamente ragione sul fatto che l’avrei odiata oppure mi ha fatto una sorta di malocchio. Suoneria e crampo, insieme. Prezzemolo e finocchio.
Sì, è un crampo al polpaccio. Ne soffrivo quando mi addormentavo sul divano, leggendo o guardando film dal computer, anni fa, i primi tempi che vivevo qui nel monolocale. Perché ero un po’ naif, facevo la radio, dipingevo e scrivevo racconti, non avevo storie serie per cui condividere ogni notte il mio letto arroccato sul soppalco di legno e ogni angolo di casa era buono per far tutto. Mangiare, dormire e sì, anche per quell’altre cose lì.
Che strano, penso, un crampo, eppure sono a letto! Ho vaghi ricordi della notte, un piccolo flashback in cui mi sveglio di colpo contorcendomi sul fianco mugugnando qualcosa ancora in preda al sonno, forse un’invocazione di tutti i santi a raccolta. Era lui, il maledetto, che arrivava a pungere il polpaccio e si assopiva insieme a me alle quattro del mattino. Credo di aver sviluppato, nel tempo, una qualche forma di resistenza fisica al dolore. Come ieri dal dentista, due ore e mezza sotto ai ferri per una cosa banale, infilzato e trapanato da mille arnesi che mi incuriosivano al solo vederne spuntare le punte sospese sopra al mio naso e io? Cosa faccio? Non solo mi rendo conto che in studio stanno ascoltando la radio in cui lavoro ma sto anche attento a capire se le voci dei conduttori suonano bene, se i dischi entrano al volume giusto e se sono in ritardo o no con la pubblicità. Sembra non aver senso ma, fidatevi, questa è assolutamente una forma di resistenza al dolore. Oltre ad essere una grande malattia, e forse anche un grande amore.
Ancora sdraiato a letto mi rendo conto che il prossimo passo sarà quello più difficile: percorrere la scaletta che scende giù dal soppalco, vestirmi e camminare verso la metropolitana cercando di rilassare il muscolo e non mostrando più di tanto il mio zoppichìo al mondo intero. Passo dopo passo riesco a saltellare fino al livello zero della casa e in pochi minuti riacquisto l’ottanta percento della mia gamba destra. Mi fiondo in bagno e mentre mi asciugo, tornando in sala asciugamano al collo, apro il computer e faccio partire una di quelle playlist egocentriche, in cui tutti i brani che suonano sono versioni dal vivo che ho mixato al lavoro negli ultimi due anni, da quando ho iniziato a divertirmi sul serio posizionando microfoni e chiacchierando con gli artisti dei pick-up delle loro chitarre. Mentre mi allaccio i pantaloni, e mi piego in avanti per infilare i piedi nelle scarpe, partono a suonare loro, e il titolo della canzone suona una bella presa in giro all’inizio di questo venerdì. Fortuna che domani forse riuscirò a riposarmi.
Metto la giacca, spengo tutto, socchiudo la finestra e carico la sacca su una spalla, poi mentre mi chiudo il portone di legno alle spalle la canticchio anch’io, have a nice daaaaay. Nel frattempo lo guardo male con tono da rimprovero, il polpaccio, ancora dolorante dal crampo notturno. Ché poi lui arriva, il bastardo, e non te lo dice mica.

risvegli

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