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Mese: marzo, 2014

IL TREDICESIMO PIANO

Venerdì mattina, appena timbrato il cartellino e spedito sul tetto come un pacco postale a fare delle modifiche audio vicino alle antenne delle radio.
Ho ancora sonno, seppure sia sveglio già da due ore o poco più, ma in questi ultimi due giorni, da quando sono rientrato da Roma, sto veramente arrancando come se fossi tornato da una missione di soccorso sull’Himalaya passata ad arrampicarmi in mezzo ai ghiacciai. Ho gli occhiali da sole a coprire le occhiaie e quell’orzaiolo che ormai sta diventando il mio migliore amico, una sciarpetta legata larga al collo e il giubbetto di pelle sopra la maglietta a maniche corte. Ritornato a Milano, dopo giorni di pioggia e freddo, ho anche ritrovato un sole timido che prova a fare primavera. E questo è strano per questo luogo in questa stagione.
Ogni volta che salgo quassù vuol dire che c’è un problema da risolvere o una miglioria da apportare, cose che per i comuni mortali che ascoltano la radio non cambiano di certo la vita o le orecchie ma ai grandi capi di certo le fanno fischiare meno, soprattutto la notte. Ogni volta che salgo quassù, per me, però vuol dire affacciarsi alla ringhiera della balconata, sporgersi con la testa e beccarsi l’aria fresca in faccia, lanciare lo sguardo il più lontano possibile e sentirsi un po’ sul tetto del mondo.
Il tredicesimo piano non è accessibile a tutti, è uno di quei posti per i soli addetti ai lavori anche perché è abbastanza rischioso, un rischio che io però corro ogni volta che ne ho la possibilità, perché dalla prima volta in cui mi trascinarono quassù a visionare le macchine audio e i ponti e le antenne, mi innamorai di quelle viste miste di case centenarie, grattacieli di vetro nuovi di pacca, palazzi, monumenti e, dietro a tutto, le montagne. Perché sì, quando il cielo a Milano è di quell’azzurro tenue che sembra bianco che non esiste, dietro ai palazzi di vetro e alle gru dei cantieri, spuntano le vette nere dei monti pezzate di neve.
Mi soffermo a guardare il Duomo oggi, in centro, con dietro il profilo nascosto di Torre Velasca ma il mio sguardo cade un po’ più in basso a destra, poco prima della cupola di vetro di Galleria Vittorio Emanuele che riflette ai raggi del sole: è l’osservatorio astronomico. Non l’ho mai visitato, in tutti questi anni, perché ho sempre pensato di andarci con qualcuno per un’occasione speciale e nell’attesa ne sono sempre rimasto affascinato. E’ un palazzone in mezzo al quartiere degli artisti e l’idea della scienza che osserva il cielo e la natura dal basso mi ha sempre dato quella forte impressione di un tocco di tonalità moderne dentro la città antica. Con questo cielo finalmente limpido, penso, chissà come dev’essere andare a vedere bene le stelle, e nel frattempo fisso due nuvole allungate che striano questo cielo di giorno. So che tra quella miriade di stelle una porta un nome che conosco e anche se non so di preciso dove si trovi, in mezzo a tutte quelle altre, credo che sapere sia sempre lì e che io possa chiamarla e raccontarle qualcosa di me mi accende un vanto e un’emozione dentro che non si riesce a spiegare.
Inizio ad operare in mezzo ai cavi e alle lucette delle apparecchiature, lasciando la porta aperta della sala ponti che dà sulla balconata sospesa nel vuoto. Do le spalle alla ringhiera, sento che il sole mi scalda la maglietta e la pelle sulla schiena inizia a bruciare, come fossi d’estate sdraiato nudo sulla spiaggia, addormentato.
Chiudo per un attimo gli occhi e lo sento, il rumore delle onde, quelle meccaniche di città. Quelle che non si fermano mai come le rotative di un giornale sempre in stampa e che mi affascinano al solo percepirne il rumore lontano. Le stesse che ho provato a raccontare qualche giorno fa, in una passeggiata sotto la pioggia, in un’altra città lontana da casa, mentre ricevevo sguardi sbalorditi che confessavano in silenzio che sì, ognuno è psicopatico a modo suo.
Accendo la radio, per sentire che sia tutto ok e che non stia staccando il cavo sbagliato, che la farebbe star zitta. D’improvviso parte un riff di chitarra che riconoscerei anche da sordo: blocco le mani prima che combinino davvero il danno e interrompano tutto questo. Parte quasi indifferente, Wish You Were Here, e poi entra in vena e si mischia col sangue e c’è poco da fare.
Il pensiero vola, al di là della ringhiera, e lì, dietro le mie spalle, il sole sembra tramontare nel cielo graffiato da nuvole rosse e diventa sera, si trasforma in musica e poi diventa notte. E pensare invece che qui, adesso, è solo mattina.

Soundtrack: Pink Floyd – Wish You Were Here (David Gilmour Unplugged)

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I TUOI OCCHI COSì BELLI NON LI HO VISTI MAI

Piazza di Spagna. Inizia e finisce qui la mia serata romana. In realtà finisce a una fermata dell’autobus di fronte Montecitorio, dall’altra parte di Via del Corso. Mi abbraccia, quasi commossa, che un secondo prima stava sorridendo perché faccio le battute sceme, mi stringe forte e poi ci scambiamo quelle frasi che si dicono spesso quando ci si saluta, ché non si sa cosa dire perché un po’ è imbarazzante e un po’ è sempre triste lasciarsi.
«Tranquilla, sentiamoci!»
«Assolutamente, dobbiamo!» e sale sull’autobus. «Devo venire a Milano!» e sorride. «Anche se mi sa che torni prima tu!» e sorrido io.
Le porte si chiudono e lasciano passare un suo bacio, di quelli dati con le dita davanti alla bocca, come nei film, che si perdono nell’aria ancora prima di arrivare a destinazione. Appoggio due dita sulle labbra, consapevole che il mio, di bacio, si sarebbe schiantato contro il vetro della portiera già serrata.
Piove da tutta sera, quella pioggia fine che sembra poca e invece ti bagna tanto il cappotto. Quella pioggerellina che sembra quel tempo stupido di Londra che c’è in primavera, quand’è grigia, in cui si gira tutto il tempo col cappuccio sulla testa e non si ha voglia di aprire gli ombrelli. Lei ha un cappello nero a falda larga che la protegge, io il cappuccio della felpa universitaria sotto il giubbetto di pelle rock’n’roll. Non l’avevo vista ancora vestita così, ché l’ultima volta che eravamo insieme, nel backstage, era un po’ più aggressiva, per mantenere l’immagine della radio. Abbiamo camminato tanto, per rompere il ghiaccio, e poi siamo finiti a cena, in un posto vicino a un palazzo importante, su uno dei colli.
«E qui cosa c’è?» mi chiede un po’ ingenua appena fuori dal ristorante, mentre una pattuglia di vigilanza ci passa accanto a lampeggianti spiegati.
«Il Ministero degli Interni» le rispondo e mi soffermo a pensare a voce alta quanto strano mi faccia trovarmi affascinato sotto questi palazzi colmi di racconti e di segreti che mi sento d’improvviso piccolo e curioso d’innanzi alla storia.
E’ una serata strana, una di quelle che vengono da sé senza pensarci: uscire con una persona di cui conosco più le curve del collo e dei fianchi anziché le abitudini e il carattere e cercare appunto di capirsi un po’, facendosi domande a caso, seduti a un tavolo, davanti a un filetto e dell’insalata. Parliamo di calcio, che non seguiamo, di retroscena imbarazzanti del mio lavoro e delle nostre terre, entrambe affacciate sul mare. Ci piacciono i tramonti, quelli del sole infuocato che si tuffa nell’acqua, penso sia una naturale abitudine per chi, come noi, è nato e ha respirato per anni la costa. E’ una giornata un po’ strana, questa, a parte la pioggia. Mentre mangiamo e chiacchieriamo mi soffermo a lungo a guardarla negli occhi: chiari e spesso lucidi, tristi, proprio perché è una giornata strana. Ogni volta che si accorge che la sto fissando commuoversi, sorride, trattiene e cambiamo discorso. Mi accorgo che è bella, e che nonostante la fragilità fuori è molto forte dentro, anche se ancora non lo sa.
Parliamo di storie che vengono dal passato, mentre torniamo indietro, a piedi sotto la pioggia. Storie di me, di tanti anni fa, che sembrano venire fuori da un romanzo, e che in alcuni tratti la commuovono ancora. Parliamo di convivenze, non tra di noi, e mi chiede cosa si prova ad averle vissute: «Sono quelle situazioni» dico io, «in cui capisci che non sei più tu, per intero, ma sei metà. E con le sensazioni e la pazienza, va costruita un’altra metà di te che non conosci, che sei tu insieme a qualcun altro». Mentre lo dico penso che è un concetto difficile, qualcosa che si sente dentro e basta, e che non è facile da disegnare neanche con le mani che gesticolano impazzite, e mi rendo conto che lo sto facendo tanto perché mi sento un po’ impacciato a ripensarci.
«Sei bella, tu!» penso di averglielo detto più volte, questa sera. Con nessuna malizia, però, forse un po’ di perversione, quella psicologica che scatta quando guardi davvero una persona negli occhi e pensi di volerglieli rubare. Sorride, ai miei complimenti, abbassa gli occhi per digerire l’imbarazzo e poi guarda da un’altra parte per nascondere il compiacimento.
Vorrei suonarle una cosa, ma non glielo dico, anche perché non ho uno strumento dietro e l’ipotesi di suonare l’aria non farebbe lo stesso effetto. Mentre mangiavamo era partito un brano dei Negramaro in sottofondo a uno spot di una partita di calcio, alla tivù.
«Eccoli i tuoi amici conterranei!» le avevo detto scherzando.
«Sì, stavo per girarmi a guardare ma mi sono trattenuta che poi mi dai della matta. Lui mi piace un sacco!»
Ho un bel ricordo di Giuliano. «Sei anche il provatore oltre che il fonico?» mi aveva detto entrando in studio mentre gli preparavo il pianoforte strimpellando la sua Solo Per Te. «Continua continua, ti prego! È bello!» aveva insistito mentre si sedeva su uno sgabello lì di fianco e mi ascoltava suonare.
«Mi perdo nella musica, quando mi isolo, nelle canzoni, e piango. Piango spesso quando ascolto la musica» mi confessa, Lei. Me la vedo intrappolata tra le note, in mezzo alle parole, concentrata, e mi piace. Mi piace quest’immagine che ho davanti adesso, quasi timida mentre si racconta, con le mani incrociate davanti al viso, la voce che un po’ si spezza e gli occhi lucidi, ancora una volta.
Sono davanti a Trinità dei Monti. Un po’ fradicio. L’ho appena salutata e vista andar via. Non la trinità, ovviamente. Il mio albergo in verità è poco più in giù ma ho fatto due passi per scattare una foto sotto la pioggia romana, prima di andare a dormire.
La scalinata è vuota, le luci gialle della piazza lasciano spazio al bianco della cima. Per terra, i sampietrini neri e bagnati sembrano uno specchio che riflette tutto al contrario. A metà della gradinata, una coppietta si abbraccia e si scambia baci prima di andare a dormire ma sono talmente tanti che questa buonanotte sembra non arrivare mai.
Attraverso Via di Propaganda e mi infilo poco più avanti nella via del mio albergo. Entro dentro e il portiere notturno mi guarda storto prima di salutare, rispondo e vado diretto verso l’ascensore. Mentre le porte si chiudono sento il portiere che mi urla «Buonanotte!».
Sorrido e schiaccio 3.
L’ascensore sale.

Soundtrack: Negramaro e Gnu Quartet –  Futura (Tribute to Lucio Dalla)

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UNA MUSICA CHE NON SO SUONARE

Tu, Poeta, non volevi cavalcare il sogno del sentimento sfuggente? Del rapporto occasionale tra due possibili sguardi rubati a cena davanti a un tavolino quadrato troppo stretto per tutti e due?
Non volevi, Poeta, perderti nella città eterna e non trovarne più una via d’uscita?
Ho scritto una cosa sul viaggio, mentre stavo in treno in direzione Roma, sfrecciando attraverso un Paese coperto da nuvole grigie che a tratti sputavano pioggia. Poi sono entrato in galleria, ho perso la rete sul telefono dentro il quale avevo appena finito di scrivere, e appena uscito mi sono reso conto che invece di essere pubblicato, tutto quello che avevo scritto era svanito nel nulla. Niente di niente, nemmeno una parola recuperata. Ho perso tutto e non me lo ricordavo nemmeno più. E forse non sarei nemmeno stato capace di riscriverlo.
Allora sono arrivato a Termini, ho preso un taxi per andare in hotel e sono rimasto in silenzio per un po’, senza sapere di cosa parlare. Un furto, o forse un lutto, quello che ho subito. Una parte di me che sparisce di colpo tra le mie stesse mani. Tragico quanto divertente.
Di cosa dovrei parlare, adesso, Poeta, se dal viaggio di stamattina mi è stata rubata ogni parola?
Se dovessi parlare di donne allora scriverei un romanzo e mi perderei nella descrizione di ogni dettaglio e in ogni punto di vista, disturbato dall’idea di capelli lunghi che finiscono davanti agli occhi, come le tende sulle porte antiche delle case al mare dei nonni, in riva alla spiaggia dove bimbi urlano divertendosi a costruire castelli con la sabbia bagnata.
Se dovessi parlare di uomini allora disegnerei un fumetto. Uno di quelli che fa ridere davvero.
Se dovessi palare d’amore, perdonami, allora resterei zitto, inforcherei un archetto e imparerei a suonare un violoncello, ché delle note più alte porta il sapore dell’amplesso e delle corde della mente che stridono, mentre nelle note più basse si percepiscono le vibrazioni del cuore. Il suono della passione, Poeta. L’avevi mai sentito prima? Il suono di una musica che non so suonare.
Se dovessi parlare per forza, in fondo, preferirei rispondere alle domande più curiose e più private che tu possa pensare di farmi, anziché avere un argomento fisso e carta bianca. E allora non dovrei scrivere un romanzo ché non ne sarei capace, né disegnare un fumetto ché c’ho perso la mano da anni e né imparare uno strumento complesso alla mia età. E non è l’ansia di dover provare qualcosa di nuovo, che per quello mi è bastato guardare negli occhi una sconosciuta per sciogliere un laccio stretto al collo che serrava alla gola e un po’ soffocava, e mi è bastato sentirla al telefono mentre si giustificava per non aver avuto il tempo di condividere un saluto, subito, al mio arrivo.
Se dovessi parlare di me, Poeta, dovrei spogliarti nudo e metterti su un tavolo operatorio, vivisezionarti e guardarti dentro allo stomaco, contandole tutte, una ad una, le emozioni che volevi cavalcare nel tuo sogno.
Portami un pianoforte, Poeta, che mi viene in mente una serenata per quella sconosciuta, quella donna dalla quale anche tu ti faresti mettere, senza tante storie, su quel tavolo operatorio.
Non essere geloso, Poeta, per ciò contro cui non puoi competere. Quel mondo fantastico, quello delle donne, non t’appartiene. Io e te, Poeta, ne siamo spettatori, parte di un pubblico pagante di sensi.

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MALEDETTA PRIMAVERA

L’avevano detto che sarebbe piovuto. Anche se avevano semplicemente tramutato la brutta notizia in un delicato avviso che suonava tipo ‘potrebbe tornare il mal tempo’ e anche ‘cielo coperto e temperature a ribasso’. Quelle cose lì piene di frasi fatte che dicono i tizi in divisa in televisione o i giornalisti alla radio. Eh sì che io, le facce dei giornalisti della radio le conosco quasi tutte.
Ci aveva illusi, il sole di primo marzo, anche un po’ sole di primo pelo, ancora troppo timido per colorare tante giornate di fila. E’ così, questo periodo dell’anno, non sboccia mai del tutto finché non è troppo tardi e l’amato tepore primaverile non diventa improvvisamente insopportabile afa metropolitana. Destino crudele, quello delle mezze stagioni che non ci sono più. O forse qualcuno direbbe «E’ il karma, che ce voi fa’?».
Oggi è domenica, ho dormito fino a tardi perché questa settimana per me la parola riposo è stata un tabù, proprio nel senso che non ho nemmeno potuto nominarla nel timore che accadesse qualcosa pronta a rubarmi anche le ultime ore di pausa guadagnate con fatica. Colpa del karma, quel bastardo, questo sì.
Mi sono svegliato quasi all’ora di pranzo: niente caffè, niente brioche, niente colazione, solo il mix degli odori dei vari pranzi che salgono da tutti gli appartamenti del palazzo ed entrano dalla mia finestra, quella più alta. E di prima mattina, almeno per me, è una di quelle cose che fanno un po’ venire la nausea. Pasti a parte, ho passato tutto il tempo a non fare nulla, in verità mi sono preso cura di me, cercando di leggere qualche pagina del mio libro islandese che non finisce più, ascoltando la scaletta musicale di prova della nuova radio che siamo per lanciare e preparando la valigia per il ritorno di domani verso Roma.
Ho anche riposato un po’, poggiando lentamente il sedere sul divano che non toccavo da tempo, con la paura di non ricordarmene più la consistenza o di cadere direttamente per terra. Ci ho pensato ieri, quando, chiacchierando con Fa, lui mi ha domandato «Grande. Sei sempre attivo tu eh? Non esistono giornate sul divano per te, eh?».
«Sul divano adesso ci sono le lenzuola stirate e delle maglie che metterò in valigia domani. Na, direi che neanche oggi c’è spazio per me lì sopra» gli avevo risposto. Così oggi ho sistemato le lenzuola pulite a letto e ne ho approfittato per appuntarmi un po’ di idee di strategie per la radio, solo in maniera un po’ più comoda.
Mi alzo che la luce sta già scendendo e devo accendere quella dentro, per non rimanere al buio. Il copridivano con i motivi naif è spiegazzato, così lo stiro con una mano e rialzandomi, mentre mi sfrego un occhio mezzo addormentato, do un occhio fuori dalla finestra, verso il palazzo rosso dove lavora il mio medico e abita mio cugino.
Io lo so che il tramonto, con quel cielo che da azzurro diventa violaceo pezzato di nuvole rossicce che poi sfumano nel blu scuro è sempre più affascinante, ma quei grigi mixati col bianco mi bloccano a strizzare gli occhi e osservarne bene la grana, come fosse un foglio di carta per acquerello prima ancora di essere preparato con la spugna imbevuta d’acqua per accoglierne sopra sopra il colore. Un cielo ruvido, steso dietro le case, sopra le teste di quelli che corrono la maratona a testa bassa e non se ne accorgono nemmeno. Faccio una foto col cellulare e la inoltro. Ho la cattiva abitudine, da un po’, di condividere i miei paesaggi di questa città con una persona, perché ad entrambi piace osservarli allo stesso modo e con lo stesso gusto che non dobbiamo nemmeno dirceli, gli ingredienti di questa ricetta.
«E poi guarda questo cielo, che scherzetti mi fa.
E io lo trovo comunque così affascinante» scrivo nel messaggio di fianco alla foto.
«Lo è!» mi risponde subito la ragazza del divano, e so che un po’ mi sta odiando perché se lo sta perdendo.
Magica città in questa maledetta primavera. E io li sento tutti quegli odori che si infilano nel naso e fanno impazzire il cervello, che un po’ vuole arrivi il caldo per appendere il cappotto al chiodo e un po’ vuole ancora nascondersi dietro la sciarpa e proteggere il viso dal vento freddo che attacca le tonsille.
Forse non me lo perdonerò questo pensiero felice di vedere ancora le nuvole scure mentre mi sto già abituando al desiderio del caldo e delle gonnelline, delle gambe scoperte e delle scollature. Forse però è il modo giusto, quello di bagnarsi sotto la pioggia improvvisa mentre si torna a casa, per salutare appieno l’inverno. In fondo, cara primavera, che fretta c’era?

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PIOLA. FERMATA PIOLA.

Venerdì sera, ieri sera. Esco da lavoro distrutto e so che non è ancora finita la giornata, ché tra due ore sono in diretta e finirò a mezzanotte. Sembra esserci una sorta di rassegnazione in me, nei confronti della mia trasmissione del venerdì sera, è come una relazione che ormai dura da quasi tre anni, in cui ci si conosce bene e tutto in quel frangente di tempo è un rituale meccanico e allo stesso tempo abitudinario, ma comunque piacevole e stimolante. Una di quelle cose che si fanno per inerzia ma che non stancano mai.
Piola. Fermata Piola. Politecnico Università degli Studi. Lo dice la voce sintetica sparata a palla dagli altoparlanti scassati sul tetto della banchina del metrò. Esco dal vagone, schivo due ragazzi che si lanciano verso il treno dagli ultimi cinque gradini, dribblo una vecchia col barboncino al guinzaglio e imbocco la scala mobile a sinistra. La gente che torna a casa, di venerdì sera, è già più lenta rispetto agli altri giorni della settimana. Si ferma sul gradone che la porta su in automatico e a malapena alzano la punta dei piedi quando la scala finisce. Io salgo e scendo a piedi, comunque, anche sulle scale mobili del venerdì sera, un gradone dopo l’altro. E’ un’abitudine che ho preso appena trasferito a Milano, dove i miei ritmi fin da subito si sono moltiplicati per tre e spesso non c’è sabato né domenica.
Sull’ultima rampa di scale mi fermo, a metà, con un po’ di fiatone, e mi lascio trasportare dal nastro. Alzo la testa e do una forma all’ombra che sta su due gradini sopra. Giacchetto di pelle scura, come il mio, gonna dritta sulle cosce, calze e stivali, neri. Come dei brandelli, pezzi di una maglia beige escono un po’ scombinati da sotto il giacchetto. Porta una borsa di pelle rossa con tante zip sulla spalla sinistra e una di tela bianca semplice e piena di fogli sulla destra, un po’ come fosse per metà diavolo e metà acqua santa.
Arrivati in cima alla scala mobile la seguo come un’automobile da corsa prende la scia dell’avversario che lo precede, svolta a sinistra verso la mia uscita e svolto anch’io. Ci avviciniamo sulle scale di pietra che portano in superficie, lei è appesantita e rallenta un attimo, io per non scontrarla allungo il passo e l’affianco, la guardo e noto che tiene la testa bassa e procede a passi lenti perché sta leggendo. Erano mesi che non ci facevo caso, alle ragazze coi libri per strada, forse perché egoisticamente ho sempre sostenuto che ci vuole una buona visione periferica e un po’ di sensi di ragno per camminare in mezzo alla città mentre ci si concentra nel leggere qualcosa (e la mia modestia l’attribuisce ovviamente ai miei pregi) o forse perché ultimamente di rado si vedono in giro solo libri digitali rinchiusi in quei reader sottili e leggeri che stanno più comodi in tasca. Cerco di sbirciare la copertina e in cima alle pagine, senza farmi accorgere, per carpire informazioni sul titolo o almeno l’autore, poi, come volevasi dimostrare, lei alza la testa e, puntandomi, si accorge del mio curioso stalking culturale.
Infila l’indice della mano sinistra tra le pagine, a mo’ di segnalibro, chiude il tomo e si affretta in cima alle scale, verso il percorso pedonale che collega la facoltà di architettura e via Ampère alla metropolitana. Arrivo in cima e prendo la mia direzione, che è anche la sua, lei si volta verso destra e poi verso sinistra, incrociando il mio sguardo che intanto la supera a passo svelto. Vado avanti di qualche metro, seguendo la sua ombra allungata dai lampioni stradali, sul selciato sotto ai piedi, poi mi giro indietro e noto che mi fissa. Ci guardiamo, giusto l’attimo di un sorriso, poi lei intimidita apre il libro e continua a leggere mentre cammina. Improvvisamente ho scattato una foto, nella mia mente, al suo viso che non avevo ancora inquadrato per bene: mora, coi capelli un po’ mossi e sciolti, caduti fin sotto le spalle e un po’ davanti al viso, lungo una guancia; occhi scuri e profondi che non se ne vede la fine, taglio da orientale quasi a mandorla e lineamenti forti nel profilo che si chiude in un mento quasi a punta al quale s’attacca il collo sottile. Ha la bocca piccola e il naso a punta, quando ha sorriso ha lasciato sbucare il bianco dei denti tra le labbra rosse, che poi serra per morderle un po’, mentre torna concentrata alla lettura.
Camminiamo a fianco, sui due marciapiedi ai lati opposti della strada, arriviamo allo stesso semaforo, rosso, e lei con una mano raccoglie i capelli scuri e li lascia cadere su una sola spalla: li vedo, i suoi tratti mediterranei che mi ricordano i boschi fitti dei miei colli e il profumo fortissimo del mio mare. Al verde, le nostre strade si separano. Lei corre incontro al tram, facendogli segno con un braccio alzato, che intanto suona la campanella all’auto che non lo fa passare all’incrocio. Io invece imbocco il parchetto di Piazza Leonardo Da Vinci fino a vedere sbucare l’immensa facciata del rettorato del Politecnico rinchiusa tra le due cancellate nere aperte ancora per poco. Mi giro ancora una volta, mentre il tram mi sfreccia a fianco noto che lei ha il naso quasi spiaccicato contro il finestrino e guarda verso di qua. Poi sorride ancora prima di tornare a leggere.
Scavalco gruppetti di studenti che finiscono le lezioni e tornano a casa che, al mio passare, mi fissano come fossi un alieno che entra in università a quell’ora, sì che non sanno che io non vado a studiare ma a fare la rock star.
Entro in radio e saluto tutti con un volume forse un po’ alto della voce, poi guardo dentro lo studio e faccio segno di ciao alzando la testa e schiacciando un occhio. Butto la tracolla nel carrello della spesa all’ingresso della redazione e poi tolgo il giubbetto e la sciarpa. Dall’altra parte del vetro Sonia mi guarda, ché non ho ancora salutato e il viso le diventa di colpo rosso, forse per il caldo tropicale che viene fuori dal mixer e dalle apparecchiature. Le sorrido e appena parte il disco entro in regia e le poggio una mano sulla guancia.
«Fa caldo eh?» le dico mentre mi annuisce con la testa.
Saluto Luigi davanti al microfono e mi ripresento per l’ennesima volta al nuovo stagista.
«Ci siamo già conosciuti!» mi dice, sorridendo e squadrandomi.
«Hai ragione, scusa, ma io continuerò a presentarmi per almeno i prossimi due mesi. Poi inizio a ricordarmi, promesso!». Scoppia una risata generale, tutti mi guardano e anch’io mi sto accorgendo dei i loro sguardi.
Esco dallo studio e mi butto su una sedia, stremato, osservandomi intorno e sbloccando il mio account sul computer di produzione.
Chiudo un attimo gli occhi mentre Windows si logga e sfoglio tra i ricordi il volto della ragazza col libro di poco fa. Conto gli sguardi che ci siamo lanciati, che stanno appena in una mano, e li chiudo a pugno. Poi ripenso a tutti gli altri che mi hanno squadrato nel tragitto metropolitana-radio e riapro la mano per lasciarli andare, tutti quanti. Chissà, forse ho un enorme brufolo in faccia, ho pensato, come un sedicenne, o forse è la primavera che sta arrivando, che ha più o meno la stessa età.

Soundtrack: Louis Prima – Just a Gigolo

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LA LUCE ALLE SEI DEL MATTINO

Mi ero dimenticato della luce alle sei del mattino. E questo vuol dire tante cose.
La luce alle sei del mattino vuol dire che esco di casa e devo stare attento ad avere una faccia abbastanza accettabile per la società, perché si sa che fin ch’è buio si può essere un po’ chi si vuole, un supereroe magari, tipo Batman, ma quando poi c’è la luce è meglio ritornare ad essere il Bruce Wayne di sempre, anche se nella mia versione sarei un Bruce Wayne di periferia, e non proprio così ricco. Anzi.
La luce alle sei del mattino vuol dire che inizio a perdermi le albe e che mi godrò per tutti questi mesi soltanto i tramonti, quelli del sole alla sera e quelli della luna al mattino, che diventa rosa e timida e si nasconde dietro un velo di cielo appena diventato azzurro.
La luce alle sei vuol dire anche che la città fa un po’ quello che vuole, i semafori iniziano a funzionare di punto in bianco e i lampioni arancioni mi si spengono in faccia mentre attraverso la strada. Significa anche che le giornate diventano più lunghe e che è quasi primavera. Tutta questa luce alle sei del mattino vuol dire che di certo oggi non pioverà, e probabilmente farà caldo.
Vuol dire che qualcuno oggi in giro, per strada, oserà qualche canotta con gonna corta, gambe nude e scarpe basse, in stile collegiala, o semplicemente sbottonerà un paio di centimetri in più della camicia.
La luce alle sei del mattino, per la prima volta, vuol dire che sta finendo marzo e che quindi devo ritagliarmi del tempo per fare un paio di lavatrici al volo e chiudere l’ennesima valigia per Roma per altri tre giorni. Pensavo, a proposito di ciò, che mi piacerebbe quasi diventasse un’abitudine, questa del viaggio in toccata e fuga. Ma pensavo anche che sono i sintomi della bella stagione, questi, che fanno ragionare poco e fanno respirare di più. O forse è solo colpa della luce al mattino presto che inizia a condizionarmi sul serio.
Che poi la cosa strana non è che faccia giorno più presto e sera più tardi, ma lo svegliarsi per mesi e dover accendere tutte le luci in casa altrimenti prendo le porte e i pilastri del soppalco in faccia aprendomi il naso e poi, di punto in bianco, un giorno apro gli occhi e capisco che inizierò di certo, almeno per un po’, a pagare meno le bollette della corrente.
Però non posso lamentare nulla, sia della luce alle sei del mattino che della sveglia che mi butta giù dal letto così presto. Perché in fondo mi godo l’aria fresca in faccia prima che diventi calda e umida e quelle tonalità delicate d’acquerello che fanno i colori del giorno.

Soundtrack: Cyndi Lauper – True Colors

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HIC ET NUNC

Pochi mesi fa è scomparso Carlo Mazzacurati, un regista italiano, Veneto, uno dei simboli umani e artistici in quel di Padova, uno di quegli uomini che, a mio avviso, puoi incontrare per strada tutti i giorni e non riconoscere per anni e anni. Uno di quegli uomini famosi davvero, ché la fama, quella vera, se la porta dentro e non sul volto come una star di Hollywood.
Ho letto un articolo sul giornale, poi rincarato su internet, e ho pensato che in realtà il suo volto non l’avevo mai visto, il suo nome non l’avevo mai memorizzato ma un sacco di suoi film girati e sceneggiati li conosco pure bene.
Ho ripensato velocemente a una cosa su cui un tempo riflettevo molto e poi di colpo mi è sfuggita di mente come una saponetta schiumosa tra le mani umide sotto il getto d’acqua nel lavandino. Ho ripensato alla malattia. E alla morte.
Credo che la prima immagine che si possa avere della morte sia qualcosa di scuro, l’incappucciato con la falce tra le mani, oppure un figaccione in smoking, con la riga laterale nei capelli, come Brad Pitt in Vi Presento Joe Black. Punti di vista.
Credo che una qualsiasi immagine della morte io non ce l’abbia più da quando ho smesso di parlare direttamente con Dio. Ma non è stata mica colpa mia, eh. Penso che lui si sia offeso quella volta in cui gli confessai che Babbo Natale non esiste e che il colore rosso dei suoi abiti era stata tutta una roba di marketing mossa da Coca Cola. Anche se credo se la sia presa ancora di più quel natale che notai un crocifisso appeso poco sopra la capanna della natività nel presepe, a casa di amici, e lasciai un post-it sulla stella cometa con su scritto #SPOILER. Lo so, lo so, non si fa, ma era talmente palese che non ho resistito. E poi io l’avevo fatto per rispetto del bambino nella culla.
Ripensare a una cosa come morire però non mi fa angosciare, forse non mi fa nemmeno paura. Rifletto sul fatto che non posso perdermi tutto il resto e soprattutto non posso perdermi me stesso, e con me stesso in effetti ho un po’ di conti da fare. Mi ritaglio un po’ di tempo per me, da un anno e mezzo a questa parte. Esco con chi voglio, vado dove voglio, quando voglio, mi assento se ho bisogno di stare da solo, prendo, parto e cerco di fare incontri.
Gli incontri, con chi non conosco o con chi non vedo da tanto, credo siano la giusta formula della felicità. Incontrare una donna, ad esempio, parlare, scambiarsi gesti e sensazioni, anche se sconosciute, aiutano il cuore a battere più a tempo, come nella musica di un concerto che carica di adrenalina a centro palco e non ci fa tappare le orecchie o rintanare in un angolo del backstage.

Non voglio commettere l’errore assurdo che fanno tutti, quello di avere la convinzione di poter vivere per sempre, quasi senza preoccuparsi del tempo. Voglio godere del breve tempo che ho a disposizione e sbagliare, se è necessario, e sentirmi ignorante di sentimenti per impararne il valore ogni giorno che passa. Almeno non potrò dire di aver avuto tempi morti nella mia vita. Il brivido di incontrarsi, di un appuntamento che durerà poche ore ma che mi lascia pagine da scrivere e rileggere, foto da scattare e riguardare, è ciò di cui ho bisogno per prendermi cura di me.
Non cadiamo nell’errore di interpretare l’incontro solo da un punto di vista fisico o di un esagerato bisogno d’amore. Lasciamolo fine a 
sé stesso. Non facciamo l’errore di sottovalutare la situazione, di farla diventare un’abitudine per cui tutto e concesso e tutto è confessabile. Non ci è concesso il cuore di qualcuno se non lo stiamo chirurgicamente operando.
Tutto ciò che mi regala un incontro è principalmente un modo per vivere la mia vita all’interno di un incrocio, come per strada, e capire a chi va la precedenza semplicemente parlando, ascoltando, condividendo. Senza suonare il clacson.
Mi hanno chiesto «Pensi di poterti innamorare anche ad un solo incontro? Come fai?» sfiorando a volte la follia della domanda stessa, che diventa quasi alienante e dalle sfumature romantiche. «Innamorarsi? Amore?» ho risposto «Sì, se credi in quel fenomeno commerciale che chiamano colpo di fulmine» oppure, ho pensato mentre lo dicevo, semplicemente ti lasci andare e racconti una storia, magari quella vera, la tua. Potrei innamorarmi di una storia vera, all’istante, questo sì.
Amor c’ha nullo amato amar perdona scriveva uno bravo. A volte vorrei poter capire se è vero al cento per cento che un sentimento, se è davvero così forte, non può essere indifferente e non ricambiato. Ecco, mi sa che dovrei chiedere un consulto a quello bravo.

sii_gentile_sempre

NICE TO MEET YOU

Mi hanno detto che fa il giro della rete, da appena un giorno. La rete, non quella da pesca, ma quella in cui stanno inciampando tutti. Banalmente sì, pensiate mi riferisca a quella rete in cui passiamo la maggior parte delle nostre vite, come fossimo gatti, che ne hanno tante, e le sprechiamo tutte scrollando col topo in mano e cliccando in alto e in basso.
C’è una sensibilità nascosta dietro questi gesti, soprattutto quando la mano si ferma e gli occhi si aprono per leggere, guardare, fissare in un punto. Nella rete siamo tutti pesci e pescatori. Banalmente sì, pensiate mi riferisca a qualcosa che andrebbe criticata. Ma banalmente, sì, si chiama emozionarsi.
E poi c’è quella cosa, vi dico, che si chiama sintesi di gesti, di attenzioni che non ci rivolgiamo più perché non ci guardiamo più negli occhi. Non siamo più abituati, come quando eravamo bambini, a inciampare nei sorrisi di chi ci sta davanti, a sfiorare una mano anche solo per trascinarci a giocare, ad avvicinarci talmente tanto al viso di qualcuno solo per sentire quanto è fredda la punta dell’altro naso rispetto alla nostra.
C’è questa cosa, che si chiama sintesi di sensi, che le raggruppa tutte, le emozioni: una cosa piccola a cui abbiamo dato il peso di un’importanza sacra, dimenticandocene l’essenzialità.
C’è questa cosa, che si fa guardandosi, e pronunciando, anche timidamente, poche parole in una mezza smorfia del viso.
«Piacere di conoscerti»

PROFUMO DI DONNA

– Hai fretta? – domanda. – Cioè, hai previsto di arrivare a destinazione entro una data precisa?
– No, non proprio, ma mi rimane tanta strada davanti, questo sì, –  rispondo io per apparire più convincente. Devo stare in guardia: potrebbe sorgere qualche imprevisto, magari sotto forma di una richiesta a sorpresa. Spesso le donne hanno già progettato qualcosa nella loro testa, con largo anticipo, e senza che uno neppure se ne renda conto.
– No perché sai, volevo invitarti a dormire da me, – ribatte lei. – Sono in affitto assieme a due mie compagne di corso, ma c’è abbastanza posto anche per te.
Mi spremo le meningi per capire quali pericoli correrei se accettassi la proposta. Per esempio, entrare  per un attimo nella vita di un’altra persona, si rischia di diventare più importanti di quelli che ne fanno parte da anni. E per esperienza diretta, so che le coincidenze a volte si rivelano astute e fatali.
– Sul serio, – continua sistemandosi i capelli infilando un boccolo sotto la fascia. E poi inizia a essere buio, scende la sera.

Audur Ava Ólafsdóttir

Le fisso il collo, uno stretto cilindro di pelle chiara che si raccorda alle spalle piccole in una curva morbida simmetrica. Ha le braccia alzate, gomiti in aria, e sta legando i capelli. E’ sempre un casino quando i capelli lunghi ti finiscono tra le dita quando massaggi la schiena di una donna.
«Non riesco mai a capirli questi capelli» e intanto continua ad armeggiare con l’elastico, quasi infastidita.
«Stai facendo la coda? Lo sai che una donna con la coda è quasi sempre sessualmente più appetibile che con i capelli sciolti?» le dico.
«Ah sì?» interrompe alzando lo sguardo chiaro incrociandolo col mio.
Raccoglie i capelli e sfila l’elastico dal polso con un gesto quasi atletico. Mi lascia intravedere una coda di cavallo per qualche attimo e poi sorridendo, come volutamente, la raccoglie in uno chignon un po’ sgangherato.
Mi alzo dal divano dove le ero seduto a fianco, dopo averle insegnato come si accorda una chitarra. Trascino una poltrona bianca, che sembra rubata ad un parrucchiere, davanti a me, in centro al backstage. La avvicino al divano finché non sfiora le mie ginocchia. Le dico di sedersi con un gesto muto della mano che batte sullo schienale della poltrona e mi alzo per sfilarle leggermente il giubbetto di pelle per scoprirle le spalle. Con un gesto più veloce del mio, le sue braccia si lasciano andare indietro e il giacchetto improvvisamente cade giù del tutto. Mi soffermo a guardarle il corpo, coperto dalla canotta con la stella rossa della radio, poi, mentre mi siedo dietro di lei, appoggio leggermente le nocche sul collo e apro lentamente le dita mentre scivolano verso il basso, come in un accordo di settima aumentata.
Mi piacciono le donne quando seguono interessate un discorso nuovo, che va fuori dagli schemi classici di una conversazione senza impegno.
Mi piacciono quando si avvicinano caute con lo sguardo pronto a far scattare la difesa e poi si rilassano sorridendo un po’ stupite, lasciando trasudare la loro complessiva bellezza disarmante.
Mi piace osservare la schiena, nelle donne, contarne i nei, uno per uno, e disegnarci attorno cerchi, mentre le dita premono sulla pelle, massaggiandola.
Mi piace sentire raccontarmi le loro storie, mentre chinano in avanti il capo, mostrando in fuori la spina dorsale, tra un respiro profondo e un altro. Mi piace chiudere gli occhi, mentre loro raccontano, e sentirne le sfumature della voce che cambia a ogni mia pressione, come fosse musica che esce nell’aria mentre schiaccio i tasti di un pianoforte.
Adoro sentire il profumo di donna, che entra dentro il naso e va a toccare quelle parti nella testa che smuovono i brividi: raccontano il resto delle storie, quei profumi, quando le labbra si serrano e le parole diventano silenzio.
Adoro sentirne un grazie, dalle donne, anche soffocato, e dirlo io a loro prima ancora di riceverlo.
Mi piace guardarne le mani e fantasticare su cosa potrebbero scrivere su un foglio di carta bianca, e immaginarne la calligrafia. Sogno di ricevere una lettera, da una donna, o una cartolina di quelle vecchie che si rovinano subito gli angoli, con su scritto “Ciao! Sono qui”. Adoro follemente desiderarle, le donne, e in quel sono qui sentirmi desiderato, anche a distanza.
Adoro le donne non nel loro giorno di festa, ma due giorni dopo, quando le mimose iniziano a diventare giallo scuro prima di appassire, e le adoro per tutti i giorni dopo ancora, in cui lentamente tornano a far fiori.

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ON THE WAY BACK

Nel viaggio siamo soggetti a un’altra dimensione del tempo. E’ come una scaletta di quelle piccole e ripiegabili che si tengono negli stanzini delle scope, tra la polvere, in casa. La si tira fuori solo ogni tanto e, quando la usiamo, ci accorgiamo sempre di quei pochi gradini che vanno in su e gli stessi che vanno in giù dall’altra parte. Da piccolo ho sempre fatto il giochino di salire da un lato per poi scendere dall’altro.
Il verso del viaggio è quello della scaletta domestica. Quando parto metto il piede sul primo gradino, cercando di non sbilanciarmi altrimenti vado giù io con tutta la valigia. La destinazione è il punto più alto, da lì ci si gode il panorama, le sensazioni di vertigine e di adrenalina messe insieme, ed entrambe vorrei potessero non finire mai. Poi, come in un countdown, iniziano i gradini verso il basso, la fine del viaggio, il ritirarsi delle vertigini come la pelle d’oca quando sparisce dal braccio e ogni sensazione carica si colora di quelle sfumature nostalgiche che ovattano i suoni e fanno cogliere agli occhi ogni dettaglio.
Mi viene in mente Novecento, il pianista di Baricco, sulla scaletta del Virginian mentre prova a scendere dal suo viaggio infinito sull’oceano. Ma un certo punto si volta indietro, lui, e risale a bordo, cazzo. E’ vero, ci sono quei viaggi a senso unico che non vogliono sentir storie e, anzi, a volte, sono quelli che non permettono alle paure che abbiamo addosso di trovare un senso per essere superate del tutto. Ma quelle sono altre storie.
Ultima sera a Roma e mi sono concesso un incontro un po’ più normale, senza ricordi che vanno tanto indietro nel tempo. Esco dalla redazione, imbocco via del Corso da Montecitorio e svolto in via Condotti verso Piazza di Spagna, incrocio Guido, tornato a casa pochi mesi fa. Vederlo dopo anni al di fuori del contesto radio, in mezzo a una via trafficata di un’altra città, che non è la nostra degli ultimi tempi, mi fa un po’ strano, un po’ come incontrarsi in terra straniera. Mi chiede cosa non ho ancora visto, gli dico che non sono un turista e che accetto visite a soli posti particolari. Finiamo ai Fori Imperiali, chiacchierando di amici in comune e di storie sentimentali, roba da maschi che non si vedono da un po’, insomma. In mezzo alle rovine ci fermiamo a guardare un po’ il panorama.
«Qui ci portavo le ragazzette in vespa. E’ perfetto.» mi confessa. E intanto il sole è tramontato quasi del tutto e le luci della città iniziano a brillare gialle e rossicce nell’aria. Ha ragione, sulla perfezione del posto, sulle ragazze non lo so ancora.
Ci salutiamo davanti a Termini, io entro in stazione e inizio a vagare, ricordando momenti di cinque anni fa quando sparii da Milano per un weekend, in corsa contro il tempo di una storia che stava già finendo. Mi guardo intorno, poco è cambiato. Mi perdo un po’ tra la gente, poi mi siedo nello stesso punto davanti allo stesso binario, in cui, per la prima volta in vita mia, in quel giorno di tanto tempo fa, mi sentii davvero solo, lontano da casa e senza una meta.
Ventiquattro ore dopo sono a bordo dell’aereo e mi sto allacciando la cintura, Vittoria al mio fianco commenta degli scatti di Martina Stella su Maxim e intanto si lamenta perché stasera arriverà a casa tardi e domattina dovrà svegliarsi alle quattro per essere in onda alle sette. La comprendo, è il profondo terrore di non dormire per noi che tiriamo su le tende, ma pian piano ci si abitua anche alle poche ore di sonno e a questo nostro strano fuso orario.
Nello stesso istante in cui prendo il telefono e faccio per metterlo offline, iniziano ad arrivare messaggi dalle persone che ho incontrato e vissuto in questi giorni.
Buon ritorno – leggo tra tutti – goditi il tragitto, sono le emozioni più belle. Anzi se posso, ascolta Gioia Infinita dei Negrita. E’ la mia canzone di ogni way back: il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima. Nei silenzi ognuno piano fruga dentro di sé.
Riesco al volo a recuperarla mentre quel suono strozzato di cornetta telefonica annuncia con accento romanesco che è il momento di spegnere i dispositivi elettronici. Mi ricordo al volo di alcuni amici piloti che mi hanno rivelato il vero motivo per cui viene fatta questa richiesta. Grossa stronzata.
Play.
L’onda lunga dell’asfalto schiaccia le parole, sguardi persi oltre i vetri, oltre di noi.

foriromanight

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