VORREI CHE TUTTO IL MONDO FOSSE BELLO COME DYNAMO

di icecamp

Quello è un posto con i poteri magici. Si fa tutto con le proprie forze. Vorrei che tutto il mondo fosse bello così.
Questo è ciò che dicono i bambini di quel posto, isolato in quell’oasi verde, dove sono stato anch’io a vivere, insieme a loro, le emozioni più forti. Era nato come un gioco, l’appello di un amico ed ex collega che stava facendo nascere questo progetto, per portare in aria la voce e la musica di questo luogo magico immerso nella natura. Ma la città nasconde sempre ciò che è veramente la magia. Quando iniziai ad andare al camp, a fare la radio da lì anziché starmene chiuso nello studio in centro, capii davvero.
Andavo in onda al mattino presto, in quel locale vetrato davanti alla mensa, per svegliarli uno a uno e aspettare che venissero giù a fare colazione. Loro accendevano la radiolina nelle loro camere e telefonavano per urlarmi buongiorno nelle orecchie. Richiedevano le canzoni e ballavano e cantavano ed era come se fossero tutti davanti a me, al solo ascoltarli, da questa parte delle cuffie.
Poi giravo tutto il giorno, correndo su e giù, dalla fattoria al teatro, per le mille cose da fare, con un cappello cornuto da vichingo e occhiali da sole a forma di cuore, sempre in felpa ché lì, tra le montagne toscane, anche l’estate è delle più fresche.
Ricordo alla sera le tazze di tè bollente chiacchierando in tutte le lingue del mondo anche se non ci si capiva niente e poi su in casa a caricare la stufa e preparare la trasmissione del giorno dopo con i piedi davanti al fuoco, stremato fino a che il sonno non fa crollare su una sediolina scomoda di legno. Ricordo ancora il canticchiare degli uccelli che voleva dire che il sole stava sorgendo e bisognava riaccendere i microfoni, e dopo qualche giorno che eri lì la sveglia elettronica non serviva più, come il cellulare, che alla fine rimaneva spento per giorni e non ci si pensava nemmeno.
Non andai più al camp, così, da un giorno all’altro, perché arrivò la chiamata in nazionale e giocare in due squadre, con sole ventiquattro ore al giorno, vuol dire non fare bene né l’una e né l’altra cosa. Allora si cambia, perché è più conveniente, perché è il sogno di quando ero piccolo, perché non lo so. So che non si motivano queste scelte. E so, nel profondo, che certe cose comunque non finiscono, e non si dimenticano. L’emozione di un saluto, quella di un abbraccio che fa sciogliere anche il mio di cuore, timido e duro, e quella frase che dissi a tutti per anni ogni volta che mi vedevano in faccia quando tornavo a casa.
«Se non ci vai, se non lo vivi, non puoi capire!»

dynamocamp_campagna2014

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