ON THE WAY BACK

di icecamp

Nel viaggio siamo soggetti a un’altra dimensione del tempo. E’ come una scaletta di quelle piccole e ripiegabili che si tengono negli stanzini delle scope, tra la polvere, in casa. La si tira fuori solo ogni tanto e, quando la usiamo, ci accorgiamo sempre di quei pochi gradini che vanno in su e gli stessi che vanno in giù dall’altra parte. Da piccolo ho sempre fatto il giochino di salire da un lato per poi scendere dall’altro.
Il verso del viaggio è quello della scaletta domestica. Quando parto metto il piede sul primo gradino, cercando di non sbilanciarmi altrimenti vado giù io con tutta la valigia. La destinazione è il punto più alto, da lì ci si gode il panorama, le sensazioni di vertigine e di adrenalina messe insieme, ed entrambe vorrei potessero non finire mai. Poi, come in un countdown, iniziano i gradini verso il basso, la fine del viaggio, il ritirarsi delle vertigini come la pelle d’oca quando sparisce dal braccio e ogni sensazione carica si colora di quelle sfumature nostalgiche che ovattano i suoni e fanno cogliere agli occhi ogni dettaglio.
Mi viene in mente Novecento, il pianista di Baricco, sulla scaletta del Virginian mentre prova a scendere dal suo viaggio infinito sull’oceano. Ma un certo punto si volta indietro, lui, e risale a bordo, cazzo. E’ vero, ci sono quei viaggi a senso unico che non vogliono sentir storie e, anzi, a volte, sono quelli che non permettono alle paure che abbiamo addosso di trovare un senso per essere superate del tutto. Ma quelle sono altre storie.
Ultima sera a Roma e mi sono concesso un incontro un po’ più normale, senza ricordi che vanno tanto indietro nel tempo. Esco dalla redazione, imbocco via del Corso da Montecitorio e svolto in via Condotti verso Piazza di Spagna, incrocio Guido, tornato a casa pochi mesi fa. Vederlo dopo anni al di fuori del contesto radio, in mezzo a una via trafficata di un’altra città, che non è la nostra degli ultimi tempi, mi fa un po’ strano, un po’ come incontrarsi in terra straniera. Mi chiede cosa non ho ancora visto, gli dico che non sono un turista e che accetto visite a soli posti particolari. Finiamo ai Fori Imperiali, chiacchierando di amici in comune e di storie sentimentali, roba da maschi che non si vedono da un po’, insomma. In mezzo alle rovine ci fermiamo a guardare un po’ il panorama.
«Qui ci portavo le ragazzette in vespa. E’ perfetto.» mi confessa. E intanto il sole è tramontato quasi del tutto e le luci della città iniziano a brillare gialle e rossicce nell’aria. Ha ragione, sulla perfezione del posto, sulle ragazze non lo so ancora.
Ci salutiamo davanti a Termini, io entro in stazione e inizio a vagare, ricordando momenti di cinque anni fa quando sparii da Milano per un weekend, in corsa contro il tempo di una storia che stava già finendo. Mi guardo intorno, poco è cambiato. Mi perdo un po’ tra la gente, poi mi siedo nello stesso punto davanti allo stesso binario, in cui, per la prima volta in vita mia, in quel giorno di tanto tempo fa, mi sentii davvero solo, lontano da casa e senza una meta.
Ventiquattro ore dopo sono a bordo dell’aereo e mi sto allacciando la cintura, Vittoria al mio fianco commenta degli scatti di Martina Stella su Maxim e intanto si lamenta perché stasera arriverà a casa tardi e domattina dovrà svegliarsi alle quattro per essere in onda alle sette. La comprendo, è il profondo terrore di non dormire per noi che tiriamo su le tende, ma pian piano ci si abitua anche alle poche ore di sonno e a questo nostro strano fuso orario.
Nello stesso istante in cui prendo il telefono e faccio per metterlo offline, iniziano ad arrivare messaggi dalle persone che ho incontrato e vissuto in questi giorni.
Buon ritorno – leggo tra tutti – goditi il tragitto, sono le emozioni più belle. Anzi se posso, ascolta Gioia Infinita dei Negrita. E’ la mia canzone di ogni way back: il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima. Nei silenzi ognuno piano fruga dentro di sé.
Riesco al volo a recuperarla mentre quel suono strozzato di cornetta telefonica annuncia con accento romanesco che è il momento di spegnere i dispositivi elettronici. Mi ricordo al volo di alcuni amici piloti che mi hanno rivelato il vero motivo per cui viene fatta questa richiesta. Grossa stronzata.
Play.
L’onda lunga dell’asfalto schiaccia le parole, sguardi persi oltre i vetri, oltre di noi.

foriromanight

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