HIC ET NUNC

di icecamp

Pochi mesi fa è scomparso Carlo Mazzacurati, un regista italiano, Veneto, uno dei simboli umani e artistici in quel di Padova, uno di quegli uomini che, a mio avviso, puoi incontrare per strada tutti i giorni e non riconoscere per anni e anni. Uno di quegli uomini famosi davvero, ché la fama, quella vera, se la porta dentro e non sul volto come una star di Hollywood.
Ho letto un articolo sul giornale, poi rincarato su internet, e ho pensato che in realtà il suo volto non l’avevo mai visto, il suo nome non l’avevo mai memorizzato ma un sacco di suoi film girati e sceneggiati li conosco pure bene.
Ho ripensato velocemente a una cosa su cui un tempo riflettevo molto e poi di colpo mi è sfuggita di mente come una saponetta schiumosa tra le mani umide sotto il getto d’acqua nel lavandino. Ho ripensato alla malattia. E alla morte.
Credo che la prima immagine che si possa avere della morte sia qualcosa di scuro, l’incappucciato con la falce tra le mani, oppure un figaccione in smoking, con la riga laterale nei capelli, come Brad Pitt in Vi Presento Joe Black. Punti di vista.
Credo che una qualsiasi immagine della morte io non ce l’abbia più da quando ho smesso di parlare direttamente con Dio. Ma non è stata mica colpa mia, eh. Penso che lui si sia offeso quella volta in cui gli confessai che Babbo Natale non esiste e che il colore rosso dei suoi abiti era stata tutta una roba di marketing mossa da Coca Cola. Anche se credo se la sia presa ancora di più quel natale che notai un crocifisso appeso poco sopra la capanna della natività nel presepe, a casa di amici, e lasciai un post-it sulla stella cometa con su scritto #SPOILER. Lo so, lo so, non si fa, ma era talmente palese che non ho resistito. E poi io l’avevo fatto per rispetto del bambino nella culla.
Ripensare a una cosa come morire però non mi fa angosciare, forse non mi fa nemmeno paura. Rifletto sul fatto che non posso perdermi tutto il resto e soprattutto non posso perdermi me stesso, e con me stesso in effetti ho un po’ di conti da fare. Mi ritaglio un po’ di tempo per me, da un anno e mezzo a questa parte. Esco con chi voglio, vado dove voglio, quando voglio, mi assento se ho bisogno di stare da solo, prendo, parto e cerco di fare incontri.
Gli incontri, con chi non conosco o con chi non vedo da tanto, credo siano la giusta formula della felicità. Incontrare una donna, ad esempio, parlare, scambiarsi gesti e sensazioni, anche se sconosciute, aiutano il cuore a battere più a tempo, come nella musica di un concerto che carica di adrenalina a centro palco e non ci fa tappare le orecchie o rintanare in un angolo del backstage.

Non voglio commettere l’errore assurdo che fanno tutti, quello di avere la convinzione di poter vivere per sempre, quasi senza preoccuparsi del tempo. Voglio godere del breve tempo che ho a disposizione e sbagliare, se è necessario, e sentirmi ignorante di sentimenti per impararne il valore ogni giorno che passa. Almeno non potrò dire di aver avuto tempi morti nella mia vita. Il brivido di incontrarsi, di un appuntamento che durerà poche ore ma che mi lascia pagine da scrivere e rileggere, foto da scattare e riguardare, è ciò di cui ho bisogno per prendermi cura di me.
Non cadiamo nell’errore di interpretare l’incontro solo da un punto di vista fisico o di un esagerato bisogno d’amore. Lasciamolo fine a 
sé stesso. Non facciamo l’errore di sottovalutare la situazione, di farla diventare un’abitudine per cui tutto e concesso e tutto è confessabile. Non ci è concesso il cuore di qualcuno se non lo stiamo chirurgicamente operando.
Tutto ciò che mi regala un incontro è principalmente un modo per vivere la mia vita all’interno di un incrocio, come per strada, e capire a chi va la precedenza semplicemente parlando, ascoltando, condividendo. Senza suonare il clacson.
Mi hanno chiesto «Pensi di poterti innamorare anche ad un solo incontro? Come fai?» sfiorando a volte la follia della domanda stessa, che diventa quasi alienante e dalle sfumature romantiche. «Innamorarsi? Amore?» ho risposto «Sì, se credi in quel fenomeno commerciale che chiamano colpo di fulmine» oppure, ho pensato mentre lo dicevo, semplicemente ti lasci andare e racconti una storia, magari quella vera, la tua. Potrei innamorarmi di una storia vera, all’istante, questo sì.
Amor c’ha nullo amato amar perdona scriveva uno bravo. A volte vorrei poter capire se è vero al cento per cento che un sentimento, se è davvero così forte, non può essere indifferente e non ricambiato. Ecco, mi sa che dovrei chiedere un consulto a quello bravo.

sii_gentile_sempre
Annunci