MALEDETTA PRIMAVERA

di icecamp

L’avevano detto che sarebbe piovuto. Anche se avevano semplicemente tramutato la brutta notizia in un delicato avviso che suonava tipo ‘potrebbe tornare il mal tempo’ e anche ‘cielo coperto e temperature a ribasso’. Quelle cose lì piene di frasi fatte che dicono i tizi in divisa in televisione o i giornalisti alla radio. Eh sì che io, le facce dei giornalisti della radio le conosco quasi tutte.
Ci aveva illusi, il sole di primo marzo, anche un po’ sole di primo pelo, ancora troppo timido per colorare tante giornate di fila. E’ così, questo periodo dell’anno, non sboccia mai del tutto finché non è troppo tardi e l’amato tepore primaverile non diventa improvvisamente insopportabile afa metropolitana. Destino crudele, quello delle mezze stagioni che non ci sono più. O forse qualcuno direbbe «E’ il karma, che ce voi fa’?».
Oggi è domenica, ho dormito fino a tardi perché questa settimana per me la parola riposo è stata un tabù, proprio nel senso che non ho nemmeno potuto nominarla nel timore che accadesse qualcosa pronta a rubarmi anche le ultime ore di pausa guadagnate con fatica. Colpa del karma, quel bastardo, questo sì.
Mi sono svegliato quasi all’ora di pranzo: niente caffè, niente brioche, niente colazione, solo il mix degli odori dei vari pranzi che salgono da tutti gli appartamenti del palazzo ed entrano dalla mia finestra, quella più alta. E di prima mattina, almeno per me, è una di quelle cose che fanno un po’ venire la nausea. Pasti a parte, ho passato tutto il tempo a non fare nulla, in verità mi sono preso cura di me, cercando di leggere qualche pagina del mio libro islandese che non finisce più, ascoltando la scaletta musicale di prova della nuova radio che siamo per lanciare e preparando la valigia per il ritorno di domani verso Roma.
Ho anche riposato un po’, poggiando lentamente il sedere sul divano che non toccavo da tempo, con la paura di non ricordarmene più la consistenza o di cadere direttamente per terra. Ci ho pensato ieri, quando, chiacchierando con Fa, lui mi ha domandato «Grande. Sei sempre attivo tu eh? Non esistono giornate sul divano per te, eh?».
«Sul divano adesso ci sono le lenzuola stirate e delle maglie che metterò in valigia domani. Na, direi che neanche oggi c’è spazio per me lì sopra» gli avevo risposto. Così oggi ho sistemato le lenzuola pulite a letto e ne ho approfittato per appuntarmi un po’ di idee di strategie per la radio, solo in maniera un po’ più comoda.
Mi alzo che la luce sta già scendendo e devo accendere quella dentro, per non rimanere al buio. Il copridivano con i motivi naif è spiegazzato, così lo stiro con una mano e rialzandomi, mentre mi sfrego un occhio mezzo addormentato, do un occhio fuori dalla finestra, verso il palazzo rosso dove lavora il mio medico e abita mio cugino.
Io lo so che il tramonto, con quel cielo che da azzurro diventa violaceo pezzato di nuvole rossicce che poi sfumano nel blu scuro è sempre più affascinante, ma quei grigi mixati col bianco mi bloccano a strizzare gli occhi e osservarne bene la grana, come fosse un foglio di carta per acquerello prima ancora di essere preparato con la spugna imbevuta d’acqua per accoglierne sopra sopra il colore. Un cielo ruvido, steso dietro le case, sopra le teste di quelli che corrono la maratona a testa bassa e non se ne accorgono nemmeno. Faccio una foto col cellulare e la inoltro. Ho la cattiva abitudine, da un po’, di condividere i miei paesaggi di questa città con una persona, perché ad entrambi piace osservarli allo stesso modo e con lo stesso gusto che non dobbiamo nemmeno dirceli, gli ingredienti di questa ricetta.
«E poi guarda questo cielo, che scherzetti mi fa.
E io lo trovo comunque così affascinante» scrivo nel messaggio di fianco alla foto.
«Lo è!» mi risponde subito la ragazza del divano, e so che un po’ mi sta odiando perché se lo sta perdendo.
Magica città in questa maledetta primavera. E io li sento tutti quegli odori che si infilano nel naso e fanno impazzire il cervello, che un po’ vuole arrivi il caldo per appendere il cappotto al chiodo e un po’ vuole ancora nascondersi dietro la sciarpa e proteggere il viso dal vento freddo che attacca le tonsille.
Forse non me lo perdonerò questo pensiero felice di vedere ancora le nuvole scure mentre mi sto già abituando al desiderio del caldo e delle gonnelline, delle gambe scoperte e delle scollature. Forse però è il modo giusto, quello di bagnarsi sotto la pioggia improvvisa mentre si torna a casa, per salutare appieno l’inverno. In fondo, cara primavera, che fretta c’era?

2014-03-23 18.40.34

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