UNA MUSICA CHE NON SO SUONARE

di icecamp

Tu, Poeta, non volevi cavalcare il sogno del sentimento sfuggente? Del rapporto occasionale tra due possibili sguardi rubati a cena davanti a un tavolino quadrato troppo stretto per tutti e due?
Non volevi, Poeta, perderti nella città eterna e non trovarne più una via d’uscita?
Ho scritto una cosa sul viaggio, mentre stavo in treno in direzione Roma, sfrecciando attraverso un Paese coperto da nuvole grigie che a tratti sputavano pioggia. Poi sono entrato in galleria, ho perso la rete sul telefono dentro il quale avevo appena finito di scrivere, e appena uscito mi sono reso conto che invece di essere pubblicato, tutto quello che avevo scritto era svanito nel nulla. Niente di niente, nemmeno una parola recuperata. Ho perso tutto e non me lo ricordavo nemmeno più. E forse non sarei nemmeno stato capace di riscriverlo.
Allora sono arrivato a Termini, ho preso un taxi per andare in hotel e sono rimasto in silenzio per un po’, senza sapere di cosa parlare. Un furto, o forse un lutto, quello che ho subito. Una parte di me che sparisce di colpo tra le mie stesse mani. Tragico quanto divertente.
Di cosa dovrei parlare, adesso, Poeta, se dal viaggio di stamattina mi è stata rubata ogni parola?
Se dovessi parlare di donne allora scriverei un romanzo e mi perderei nella descrizione di ogni dettaglio e in ogni punto di vista, disturbato dall’idea di capelli lunghi che finiscono davanti agli occhi, come le tende sulle porte antiche delle case al mare dei nonni, in riva alla spiaggia dove bimbi urlano divertendosi a costruire castelli con la sabbia bagnata.
Se dovessi parlare di uomini allora disegnerei un fumetto. Uno di quelli che fa ridere davvero.
Se dovessi palare d’amore, perdonami, allora resterei zitto, inforcherei un archetto e imparerei a suonare un violoncello, ché delle note più alte porta il sapore dell’amplesso e delle corde della mente che stridono, mentre nelle note più basse si percepiscono le vibrazioni del cuore. Il suono della passione, Poeta. L’avevi mai sentito prima? Il suono di una musica che non so suonare.
Se dovessi parlare per forza, in fondo, preferirei rispondere alle domande più curiose e più private che tu possa pensare di farmi, anziché avere un argomento fisso e carta bianca. E allora non dovrei scrivere un romanzo ché non ne sarei capace, né disegnare un fumetto ché c’ho perso la mano da anni e né imparare uno strumento complesso alla mia età. E non è l’ansia di dover provare qualcosa di nuovo, che per quello mi è bastato guardare negli occhi una sconosciuta per sciogliere un laccio stretto al collo che serrava alla gola e un po’ soffocava, e mi è bastato sentirla al telefono mentre si giustificava per non aver avuto il tempo di condividere un saluto, subito, al mio arrivo.
Se dovessi parlare di me, Poeta, dovrei spogliarti nudo e metterti su un tavolo operatorio, vivisezionarti e guardarti dentro allo stomaco, contandole tutte, una ad una, le emozioni che volevi cavalcare nel tuo sogno.
Portami un pianoforte, Poeta, che mi viene in mente una serenata per quella sconosciuta, quella donna dalla quale anche tu ti faresti mettere, senza tante storie, su quel tavolo operatorio.
Non essere geloso, Poeta, per ciò contro cui non puoi competere. Quel mondo fantastico, quello delle donne, non t’appartiene. Io e te, Poeta, ne siamo spettatori, parte di un pubblico pagante di sensi.

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