reading, writing

Mese: aprile, 2014

LE DONNE CHE NON AMANO I FIORI

L’unica cosa che mi viene in mente è di ricorrere a un gesto, di nuovo. Così mi chino, tiro fuori le mutande dal mucchio di vestiti e me le infilo. Passo poi alla maglietta e ai jeans, ma senza tirare su la cerniera. Infine vado a verso il lavabo, prendo un pentolino e apro l’acqua.
«Mah, meglio preparare un tè,» dico con una voce che trema appena. In qualche modo sento di doverla risarcire perché resti mia amica e perché consideri il mio atto come una semplice caduta di stile, un incidente di percorso.
[…] Nel caso in cui Anna si mettesse a fare le valigie di colpo, per andarsene da qualche altra parte a scrivere la tesi, le direi senza esitare un istante: «Rimani, ti prego».
Arrivo a pensare che, chissà, per capovolgere la situazione, basterebbe una pianta (questa delle piante è un pensiero che mi viene in automatico). Per esempio, se cogliessi dal balcone un giglio bianco per lei…
«Sai dove sono le bustine del tè?» le domando con un tono che è tornato normale. Metto il pentolino sul fornello e accendo il gas. Continuo a dare le spalle alla madre di mia figlia; e poiché credo che sia in piedi vicino al tavolo, parlo in quella direzione. All’improvviso, però sento che è dietro di me, che il suo corpo preme contro il mio: un brivido bollente mi sale su per la schiena. Anna mi sfiora la spalla, il gomito, poi mi abbraccia.
«Scusa per prima, se sono scoppiata a ridere. Non era per te, ma per la gioia».
Poso in fretta la teiera, spengo il fuoco e seguo Anna in camera da letto. Sono più veloce di prima a spogliarmi, e non indugio, anche perché i pantaloni, in parte sono già sbottonati. Non sono neppure sicuro che le tende di velluto siano tirate bene: s’intravede il cielo serale, striato di nuvole. E’ di un rosa sorprendente.

Audur Ava Ólafsdóttir

Parto a leggere da qui, nel giro di mezz’ora arrivo alla fine, che vorrei tanto citare ma evito lo spoiler anche perché non va a finire tutto rose e fiori come può sembrare. E mi sono già contraddetto una volta.
Oggi improvvisamente il cielo s’è coperto ed è iniziato a piovere forte, di quelle scrosciate assurde che sembra più un temporale di fine estate inizio autunno, di quelli che voglio tuffarmi dalla finestra e iniziare a nuotare come fosse tutta un’immensa piscina, questa città.
Ho voglia di leggere, di finire questo racconto e di iniziare quello di una cara amica, che ha appena pubblicato e ho visto su internet. Io però lei non la vedo da anni, quando, prima che partisse per l’Europa, curava la redazione per le mie trasmissioni in radio e sorrideva sempre, timida e di poche parole, ma sorrideva.
Esco di casa, perché mi sta troppo stretta, e vado a fare due passi sotto l’ombrello. Una mano tiene il bastone e l’altra la tavoletta grigia che sputa fuori le pagine del libro. Mi fermo al semaforo e guardo dall’altra parte della strada: il chiosco del fioraio è aperto anche oggi, anche sotto la pioggia. Mi avvicino e mi fermo a guardare le piante che espone sul davanzale, mi piacerebbe vedere qualcosa di tanto colorato invece sono tonalità banali, fiori che riconosco facilmente e io di fiori non me ne intendo quasi per niente. Ne ho letto spesso a proposito ma alla fine non mi sono mai più di tanto interessato.
«Ti serve qualcosa?» mi dice l’indiano uscendo dal gabbiotto verde scuro.
«No, guardavo soltanto, non c’è tanto ma mi ha attirato comunque l’insieme dei profumi» non sto mentendo, è vero che stavo inalando un mix di profumi ma è dovuto alla giornata uggiosa e alla pioggia che estremizza tutti gli odori come farebbe un amplificatore con il suono di uno strumento elettrico.
«Sono i fiori che comprano gli innamorati!» mi risponde il tipo, con un sorriso e un fare un po’ romantico.
Ok, sorrido anch’io e prendo la mia strada, infilandomi nelle viuzze del parco. Il mio amico venditore stava iniziando a farneticare.
I-fiori-che-comprano-gli-innamorati. Eppure non ho tanti ricordi di fiori e di innamoramenti. Ci penso mentre cammino verso la metropolitana, che i profumi raccontano storie, a volte sono più bravi loro con gli odori che noi che le scriviamo con le parole. E in effetti pare che alle donne dei libri e dei film piacciano i fiori: perchè sono esseri, delicati e fragili, ma anche pungenti e a volte velenosi, perché richiedono una cura particolare e le donne si rispecchiano in essi. Questi fiori sanno essere di mille colori come le donne in base alle loro giornate, ai loro sentimenti, alle gioie o alle tristezze, eccetera eccetera. Internet dà questa strana spiegazione poetica che non mi convince. Non mi convince anche perché nei paragrafi successivi si parla solo di rose rosse e rose blu. Il classico e l’alternativo. Il diavolo e l’acqua santa. Mi viene in mente quella sera in cui passeggiando per Piazza del Popolo a Roma, sotto la pioggerellina maledetta, un venditore ambulante iniziò palesemente a dichiararsi alla ragazza con gli occhi stupendi che stava al mio fianco, cercando di infilarle una rosa dal gambo corto in tutte le tasche del giaccone mentre entrambi sbraitavamo ripetendogli che «no, non stiamo insieme, non siamo innamorati, non vogliamo rose, inutile che ce la regali» e lei era anche quasi infastidita. Allontanandoci cercai di sorridere per spezzare l’imbarazzo e lei guardandomi disse «Che poi a me non piacciono i fiori. Soprattutto le rose. Sì, apprezzerei il gesto ma poi, che me ne faccio di un mazzo di rose da portare in giro, sistemare a casa? No no no! Se dovesse essere un fiore che sia almeno qualcosa di diverso dal solito».
«Non ti piace nessun tipo di rosa?» le avevo chiesto incuriosito.
«Forse gialla! Vuol dire… amicizia, vero?» aveva detto dopo averci pensato un po’ su.
«Ahi. Gelosia!» dissi ridendo. E mi piace scoprire dai piccoli pensieri i più grandi dettagli delle donne. Lei fece un secondo di silenzio per poi cambiare discorso mentre la pioggia intanto aumentava.
Chi si innamora compra i fiori per i primi appuntamenti (che comunque io trovo scontato), chi è già innamorato poi non lo fa più. Forse perché cerca di coltivare l’orto per poi raccogliere i pomodori e farci una buona insalata per cena. Non è vero che le donne amano i fiori. Almeno una gran parte. Le rose poi, quelle che conosciamo bene, sembrano essere diventate troppo convenzionali. Quella sera non parlammo più di fiori, né di gelosia, né di uomini e donne della nostra vita attuale; delle storie del passato però, quelle che non c’entrano coi fiori, quelle sì.
Le donne che non amano i fiori amano i racconti, si siedono in terra e li ascoltano, passeggiano e guardano dritto negli occhi, in silenzio, ignorando la strada davanti, e viaggiano col pensiero. Sembra come che ciò che calpestino sia un’altra via e la loro destinazione sia l’ultima pagina del libro che stai scrivendo a voce alta e le stai dedicando in quel momento. Amo la donna che guarda curiosa e domanda con lo sguardo, che non si aspetta nient’altro che un mazzo di racconti da annusare, da spinare, stelo dopo stelo, e passare dalla sua alla mia mano, quando arriva il suo turno di parlare.
Arrivo a destinazione, scendo dalla metropolitana e mi ritrovo sorpreso sotto la radio, anche se oggi è domenica. Inconsciamente ho fatto la strada che percorro tutti i giorni, mentre sono ancora assonnato e con gli occhi chiusi, alle sei del mattino.
Salgo, mi spoglio e mi fermo a chiacchierare con le donne del primo piano che hanno le loro storie divertenti da raccontare: storie di torte di compleanno, candeline, allarmi antincendio scattati poche ore prima e nessun fiore di mezzo. Rido, mi fermo a osservarle nei loro lavori, mi godo la radio nel silenzio del weekend, lontano dal caos di tutti i giorni, come piace a me. Poi recupero l’ombrello umido, saluto e torno indietro verso casa.
Inizio a leggere il racconto nuovo, mi ha colpito il titolo, la copertina, poi ho notato che il nome dell’autrice non mi era per niente nuovo. Lo compro, lo apro, leggo le prime due righe. Scatto una foto della copertina e lo invio a lei. Non lo faccio mai ma sì, adesso pretendo una dedica e gliela chiedo.
«Al mio mago dei suoni preferito» le viene fuori spontaneo.
Mi commuove, la mia amica autrice che a me è sempre piaciuta un sacco per come sorrideva timidamente. Sono felice, ho voglia di scoprire qualcosa e forse non ne so ancora il nome. Si chiama curiosità, che mi dicono sia donna. Allora mi piace ancora di più, non le resisto.
Pagina uno, che poi non è una pagina. La tavoletta grigia mi dice solo unopercento. Avvicino il naso al display e no, non fa il solito odore dei libri nuovi. Semplicemente non fa odore. Se i libri dovessero essere fiori questo allora dovrebbe essere un fiore finto? No, non lo permetto. Il profumo delle parole sta nello sciogliersi una dietro l’altra: sono odori che immaginiamo, personaggi che conosciamo ad occhi chiusi e storie, le loro, che ascoltiamo nella nostra testa, senza che facciano rumore alle orecchie. Forse sono come quelle donne che non amano i fiori ma non aspettano altro che il momento in cui gli si presenta davanti agli occhi, e a tutto il corpo, una nuova storia da gustare.

Soundtrack: Shlohmo – Seriously

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VOYEUR

Era un po’ che non osservavo come ti muovevi e come poi ti poggiavi su te stessa, senza fare rumore attorno. Era passato quel tempo in cui il giorno si colorava dei tuoi toni, spesso grigi, dalle sfumature amaranto ma nelle mie notti silenziose quella tavolozza di colori consumati era lì e non ho mai smesso di usarla. Ho continuato a sognare una bambina dal cappotto rosso tra la gente sbiadita di Schindler che corre a nascondersi sotto a un letto sfatto e mette le mani sulle orecchie mentre scuote la testa, spaventata. Ho tinto le note di porpora, ho continuato a guardare il cielo che si colora di vaniglia quando le nuvole alla sera hanno il colore del sole.
Era un po’ che non mi fermavo a fissarti, nascosto dietro alla porta chiusa. Al buio, mentre sedevi per terra, nuda, ho improvvisato al piano un blues in minore.
Come tela la tua pelle, come setole di un pennello vissuto i tuoi capelli. Se chiudo gli occhi la vedo, la vernice che cola su di te e gocciola sul pavimento.
La tua storia ti compare addosso, tatuata in forme che conosco, che raccontano momenti che si chiamano ricordi e che hanno profumi condivisi.
Il tuo corpo è un cavalletto immobile al centro della stanza buia in cui mi muovo lentamente, per non inciampare. Avanzo a braccia in avanti, tese, nell’attesa di un nuovo contatto che ne disegnerà una nuova curva morbida, d’inchiostro indelebile.

Soundtrack: A Study in Blue (Piano Solo)

10178075_1429264650659267_5536725945952500971_nphoto : Andrea Sileo | model: Edy Sanuyelocation : studio nero

E IO CHE ASPETTAVO DI VEDERE LE NUVOLE

Non è facile dormire quando sai che potresti non svegliarti e perdere un aereo. Ho sempre vissuto con questo leggero filo d’ansia che mi capita ogni volta che ho un volo da prendere. Sono uno che di default non ama far tardi agli appuntamenti, mi piace arrivare puntuale e a volte anche in anticipo, e piuttosto aspettare. E si sa, negli appuntamenti con le donne, che spesso e volentieri si finisce ad aspettare anche tanto. Quel genere di attesa però non mi dispiace affatto.
Stanotte non ho dormito, ché sono uscito tardi dalla radio, sono rientrato a casa alle 2 del mattino e la sveglia era già programmata alle 4 di modo che potessi fare la valigia con calma e anche tutte quelle cose che sono solito fare al mattino presto quando mi sveglio: capire chi sono, da dove vengo, perché esisto e perché devo essere ancora una volta la prima forma di vita intelligente a mettere i piedi fuori dal letto a orari improponibili. Ho detto davvero intelligente?
Ho dormito un’ora appena, ho fatto una doccia, messo due vestiti in borsa e guardato l’ennesima puntata di una serie tv in streaming sul computer, poi ho inforcato armi e bagagli e sono sceso giù ad aspettare il taxi.
Viaggio spesso, più per lavoro che per piacere, oggi sto tornando qualche giorno a casa dai miei e mi fa strano credere che sia un viaggio di piacere e non di lavoro, lo digerisco sempre troppo tardi.
Da quando viaggio in solitaria ho imparato ad amare e odiare i treni mentre per gli aerei non ho mai provato sentimenti particolari. Mi piace l’idea del volo e della velocità per raggiungere ogni posto ma per l’aereo in particolare non nutro fascino, ne sono quasi indifferente. Invece amo tantissimo gli aeroporti. Sono quei luoghi che non hanno spazio né tempo, come fossero collocati nel nulla, in un buco nero. Mi piace ritagliarmi i miei silenzi e osservarne le persone, la segnaletica, i percorsi che si snodano tra le varie sale, mentre compio le solite azioni di routine: check-in, controlli di sicurezza, ricerca del gate, attesa, imbarco.
Mentre raggiungo la mia uscita mi soffermo ad ascoltare un brano che suona a palla dentro un negozio di cosmetici lì di fianco. Lo riconosco, è un pezzo elettronico tedesco di un paio di anni fa, che suona con lo stile funk anni Ottanta che non stona mai. Nel ritornello urla la parola Alzati! come fosse un invito a tutti i mattinieri collassati in attesa degli imbarchi a svegliarsi e iniziare la giornata.
Arrivo al terminal del mio gate canticchiando in testa la melodia di prima e mi accorgo, guardando fuori dal vetro, verso la pista, che sta albeggiando. In qualche modo ho tirato su le tende anche oggi. Mi siedo e cerco di leggere un po’ ma dev’esserci qualcosa di soporifero nelle parole dei libri, ogni volta finisce che leggo una pagina velocemente, quella dopo più volte, riprendendo più punti, e quella dopo ancora me la immagino perché sto già in quella fase strana di dormiveglia. In verità succede spesso che quando sono stanco mi venga veramente voglia di leggere qualcosa o di guardare un film. So che non resisterò più di qualche minuto ma la testardaggine alla fine vince sempre, o almeno pensa di farlo, dato che a vincere poi è comunque il sonno. Mi sforzo di non dormire seduto su quella sedia scomoda di metallo e mi accorgo di una donna, che mi si siede accanto, e inizia a giocare a un gioco strano sul cellulare. Mentre sfrega le dita violentemente contro il display come fosse una lama per affettare la frutta che compare sullo schermo, le scivola una spallina della maglia beige che lascia vedere una buona parte della schiena. Non mi sono più reso conto in effetti se stesse battendo il record nel videogame né tantomeno capito nei minuti successivi se avessi vinto o meno la stanchezza insistente delle prime ore del mattino. E’ la primavera, sì, è di certo colpa sua. Ed è bello poter scaricarle la colpa per ogni piccola distrazione, in questo periodo dell’anno.
Si forma la coda, davanti al gate, vuol dire che tra qualche minuto imbarcheranno, mi alzo e attendo il mio turno; come fosse un taglio di scena in un film mi ritrovo seduto in aereo, con la cintura allacciata, a guardare fuori dal finestrino mentre le hostess mostrano come indossare la mascherina per l’ossigeno. Alla mia sinistra c’è ancora quella donna, che sfrega insistente l’indice contro il display del cellulare. Déjà-vu.
Mi piace vedere le nuvole quando volo, dal di sopra, percepire quella sensazione di passare attraverso il nulla ma di non riuscire poi a vederne al di là e incollare il naso contro il finestrino cercando qualcosa in mezzo alle montagne o contando le increspature bianche sulla superficie del mare. Attendo sempre il momento del volo per guardare di sotto e lasciarmi ammaliare un po’ dalla natura.
Quando invece riapro gli occhi sono a pochi metri da terra, qualche attimo prima della toccata tra il carrello e l’asfalto e l’inizio del rumore infernale dell’inversione di spinta per frenare l’aereo. E io che aspettavo ancora di vedere le nuvole. Non me lo perdonerò mai, questo strano vizio di addormentarmi prima ancora che l’aereo decolli, o forse è lo strano vizio di prendere gli aerei prestissimo al mattino.

Soundtrack: Pitchben – Stand Up

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PER TUTTE LE ALTRE DESTINAZIONI

Ogni tanto vorrei scrivere un racconto, qualcosa di semplice che si possa leggere al mattino quando si è ancora addormentati o in pausa a lavoro, per smollare un po’ di stress, o anche la sera mentre ci si butta a letto stanchi che non si capisce più niente.
Ogni tanto vorrei scrivere un racconto, invece finisco sempre a parlare di me. Forse perché è più facile, come lo erano a scuola i temi che iniziavano con un titolo tipo “Racconta la gita di ieri allo zoo”. Io ero realmente felice di fare quei temi, ricordo benissimo che attendevo con ansia il tema del giorno dopo e non vedevo l’ora di buttare giù quattro parole che suonavano simili a un glorioso c’ero anch’io! 
C’è sempre stata questa mia figura egocentrica all’interno dei miei racconti ma mai come presa di posizione egoista in cui esisto solo io al centro dell’universo. Forse perché da piccolo ero un chiacchierone e sono cresciuto in mezzo ai chiacchieroni che pretendevano di dover parlare alzando la voce più forte delle altre, fino quasi ad urlare. Quella, lo so, si chiama anche schizofrenia, me ne tiro fuori.
A un certo punto della mia vita, ho iniziato a ritagliarmi dei momenti per me, starmene zitto (perché ho anche avuto i periodi in cui parlavo tanto da solo) e mettermi ad ascoltare. Ho trovato i miei spazi, sempre stretti per cui potessi entrarci solo io. Ricordo che ascoltavo la pioggia, accovacciato sulla lastra di marmo tra l’infisso della finestra del bagno e la tapparella sul lato esterno: chiudevo la persiana per fare entrare meno luce possibile e mi concentravo su come il suono dello scrosciare si attutisse e diventasse man mano più gonfio. Ricordo che mi sdraiavo sotto il pianoforte, quando non avevo più voglia di studiarci sopra, e martellavo con le dita sulla cassa armonica di legno, concentrandomi sul rimbombo e l’eco delle meccaniche sul telaio nascosto di legno e ghisa. Se mi concentravo per bene riuscivo a percepire le note delle corde che vibravano alla mia percussione, di certo non facevano una melodia ben distinta: suonavano insieme, tutte sporche, e quasi mi addormentavo in quel totale riverbero.
Ogni tanto vorrei scrivere un racconto, in verità ho sempre sognato di poter scrivere un racconto per bambini, di riuscire a buttare nel cestino le parole difficili che usano i grandi e disegnare una storia di poche righe, di pochi personaggi, che sia semplice come uno di quei ritratti incompiuti in cui compaiono le linee leggere dei tratti fondamentali e tutto il resto, come le parti di luce riflessa, le punte dei capelli, la trama della maglia sulle spalle e anche alcuni tratti del viso, sono lasciati in bianco, perché è l’occhio insieme alla fantasia a ricostruire sempre ciò che manca in ciò che ci viene mostrato. E questo i bambini lo sanno benissimo.
Dalla pioggia, dal pianoforte, dagli schiamazzi dei chiacchieroni, ho imparato che ascoltare è necessario se vuoi comunicare, ché se non s’ascolta la storia di un pezzo di legno pieno di corde e martelletti non si potrà mai suonare una musica adatta e se non si dà retta a un chiacchierone psicopatico, non si avrà mai un aneddoto divertente da raccontare a qualcuno appena conosciuto.
Negli ultimi giorni ho avuto tanto a che fare con la musica live: ho cercato dei suoni particolari per scrivere una parte di archi a una melodia per piano, ho conosciuto un duo americano che di archi e piano ne fanno la loro passione, ieri ho purtroppo appreso che un artista di cui amo il singolo in realtà dal vivo suona malissimo e oggi ho anche cercato di interpretare il dialetto inglese, strettissimo, di un ragazzetto fonico che mi stava semplicemente dicendo che sulla base di Rather Be le coriste volevano una voce asciutta mentre al violinista andava tutto bene così. Cose semplici che si fanno schiacciando due tastini, se dette chiaramente senza mangiarsi le parole.
Mentre in regia tutti battevano testa e piedi a tempo, io ho continuato a pensare al racconto che potrei scrivere:
«Potresti scrivere di un uomo comune, che poi sei tu, a cui un giorno succede qualcosa di strano e parte per ritrovare sé stesso»
«Lo fa già Fabio Volo»
«Potresti scrivere di donne, allora, che tu ne hai avute tante»
«Bugiardo. Sarebbe un falso storico»
«Scrivi una fiaba, tanto è facile, inizia con C’era una volta e finisce con…»
«Vissero tutti felici e.. scontati. Dai! Piantala!»
Alla fine sono arrivato a casa e ho scritto l’inizio di una lettera, che l’avevo promesso tempo fa, avevo comprato busta e francobollo ma mai preso in mano la penna e scritta una parola. Che strano, scrivere una lettera dopo tanto tempo, ricordo che ero bambino e portavo l’apparecchio ai denti. Passavo le estati a lavorare in magazzino con mio padre e mio fratello e nelle pause scrivevo lettere da spedire e se rimaneva spazio alla fine del foglio lo riempivo con un disegno. Poi rubavo i duecento lire per comprare il francobollo e correvo in bici al tabacchi vicino scuola che aveva le cassette rosse con lo sportellino cigolante. Mi sono sempre goduto il momento in cui le dita spingono giù la busta controllando ansiosamente di aver imbucato Per la città e non Per tutte le altre destinazioni.
Mi alzo. Tolgo la maglia e vado in bagno. Lavo i denti.
«Devi tagliare la barba, sono settimane che rimandi e non lo fai mai»
«Lo so. Lo faccio domani»
«Che occhiaie grandi che hai!» e ripenso al racconto da scrivere. E anche un po’ alla nonna di Cappuccetto.
In effetti, non c’è nessun altro posto in cui vorrei essere adesso. Nel bosco, con le focacce calde da mangiare ché tanto per la nonna sono tante, a chiacchierare col lupo.

Soundtrack: Clean Bandit feat. Jess Glynne – Rather Be (live @LiveLounge)

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GLI INNAMORATI NON SI BACIANO PIU’ IN MEZZO ALLA GENTE

Me ne sono accorto oggi in metropolitana, uno di quei luoghi affollati ma non troppo, un luogo comune, piccolo, in cui si convive con altra gente e si condividono parti brevi ma intense di queste nostre vite. Tornavo a casa dopo un torneo di calcio di beneficenza che i miei colleghi hanno brillantemente vinto giocando con la squadra della radio.
Entro a Centrale e mi siedo, ché sono sfinito dopo l’intera giornata sotto il sole passata in panchina a motivare i campioni. Il vagone è affollato, non di certo come all’ora di punta in piena settimana, la gente è rilassata da questa prima domenica di caldo milanese e nell’aria sembra quasi morta la solita tensione che si respira durante i giorni in cui la metropolitana si prende solo per andare a lavoro e tutti corrono come dei forsennati per non perdere le coincidenze dei treni.
Mi soffermo a guardare intorno. Una coppia di giovani, uomo e donna, entrati insieme chiacchierando, si aggrappano a due pali distanti e non si parlano per le due fermate successive, si danno anche le spalle per un momento. Scendono a Loreto, lui la cinge con un braccio e lei sorride guardandogli la punta del naso, poi si incamminano abbracciati verso l’uscita della stazione.
Un altro gruppo di donne con varie buste di negozi legate al braccio entrano starnazzando per poi abbassare violentemente il volume della voce e quasi ignorarsi a vicenda interrompendo di colpo il discorso sui mariti infedeli di cui stavano allegramente parlando. Una ragazza, bionda e sorridente, avvicina la mano a quella del suo accompagnatore sedutole vicino con l’intento di avvicinarsi e dargli un bacio. Lui si guarda prima intorno, poi, tenendo gli occhi aperti, risponde al bacio rimanendo schivo.
Accanto a lui, in piedi, con le spalle poggiate alle porte chiuse della carrozza, noto una ragazza: ha i leggins con una texture geometrica che richiama una greca, una blusa smodata che le copre appena il sedere e scollata in alto, una sciarpetta leggera ormai quasi del tutto slegata e i capelli raccolti che lasciano intravedere gli auricolari nelle orecchie. La fisso: mi piace immaginare che musica stia ascoltando e penso a un mood elettronico di qualche anno fa, l’esatto istante in cui i Depeche Mode cantano Io non riesco proprio a non affondare nel tuo letto in Just Can’t Get Enough ma nello stesso istante ipotizzo che potrebbe benissimo ascoltare Le domeniche d’agosto quanta neve che cadrà intonata da Gigi D’Alessio.
Si accorge che la sto fissando, alza lo sguardo, e in quell’istante rido per il mio pensiero nazional popolare di poco prima. Lei quasi offesa si gira dall’altra parte, fissando un finestrino, poi torna a guardarmi quando io faccio finta di non vederla più. Scende a Piola, una fermata prima della mia, e attraversa le porte fissandomi incuriosita, mentre il mio sguardo incrocia il suo. Salta in banchina, schiva un paio di bambini che corrono per entrare in tempo sul treno e si gira di scatto, ancora imbarazzata, mentre imbocca la scala mobile per tornare in superficie.
Penso che la gente abbia paura della socialità, della civiltà di sempre, come se fosse reato vivere in un ambiente pieno zeppo di altra gente comune. Fanno tutti finta di essere anonimi e allo stesso tempo i più celebri, si guardano intorno come se chiunque potesse riconoscerli e allo stesso tempo si assicurano che tutti quanti li ignorino. Si nascondono dietro se stessi, si rintanano negli angolini come per non farsi vedere e invece attirano proprio l’attenzione di tutti.
E’ una cosa tenera, come i bimbi che giocano a nascondino tra le gambe dei genitori e quando si trovano sorridono, però è anche una cosa patetica, proprio perché bimbi non lo si è più.
Non riesco a spiegarmi questo senso generale di imbarazzo. Sembra come se una donna non possa essere naturale con un uomo anche in mezzo ad altri esseri respiranti, come se i baci della gente fossero improvvisamente diventati sociofobici.
Ma non è solo dei baci che mi rendo conto. La gente in generale non si guarda più. Si parla tanto, spesso anche addosso, come se quello che uno ha da dire è di certo più importante della cosa dell’altro ma in generale non ci si guarda più negli occhi.
Ne soffrivo anch’io, di questa malattia, mi sono nascosto per anni dietro il pensiero che mi piacesse osservare il naso e la bocca mentre qualcuno mi parlava. Un giorno alzai la testa, proprio alla fermata della metropolitana, e guardai uno degli sguardi più belli che ad oggi ho ancora impresso.
«Ti sto guardando negli occhi!» dissi di scatto, interrompendo il suo discorso.
Lei sorrise, stupita.
«Non l’avevo mai fatto finora» confessai emozionato, come un bambino che stava scoprendo un mondo nuovo.
Lambrate FS. Fermata Lambrate FS. Dovrebbe dire così la vocina, mentre si aprono le porte, ma sono ormai un po’ di volte che non ci faccio più caso. Sarà che a casa ci torno solo in condizioni pietose, con lo scopo di morire a letto, spesso anche a digiuno; sarà che quando arrivo a destinazione, di solito, abbandono ogni sensazione, non mi concentro più sui particolari e mi godo il semplice momento di essere riuscito ancora una volta a tagliare il traguardo. Sarà che è primavera e io inizio a distrarmi più spesso anziché puntare l’obiettivo. E adesso dovrei iniziare a scrivere a rallentatore e lasciare partire in sottofondo Chariots of Fire come in Momenti di Gloria.

Soundtrack: Depeche Mode – Just Can’t Get EnoughVangelis – Chariots of Fire

metromilano

DI NASCOSTO NEL GIARDINO SEGRETO

Sono immerso tra le piante per l’intera giornata, penso costantemente al giardino; però, mentre lavoro la terra, una buona dose di tempo se ne va in riflessioni sul corpo, che non riesco ad accantonare completamente neppure durante gli incontri quotidiani con l’abate. Mi sembra che il corpo si affacci in una certa zona del mio cervello ogni venti minuti circa, alle volte senza nessuna ragione particolare legata alla situazione o all’ambiente. Sono arrivato qui di mia totale e spontanea iniziativa, animato dal desiderio di occuparmi dei fiori, cercando nel frattempo di rimettere un po’ d’ordine nella mia vita.
Niente: se mi concentro sulle questioni grammaticali, il corpo passa in secondo piano per un attimo, ma non appena smetto di dedicarmi alla formazione delle parole, ecco che il corpo ricompare, come una macchia d’inchiostro che si allarga sulla tovaglia bianca. In apparenza, parlo con padre Tommaso del giardino: in verità, la mia mente combatte contro i miei istinti.

Audur Ava Ólafsdóttir

L’artista con la sua arte ti trasporta nei mondi in cui vuole portarti. Dove vuoi portarmi, tu, artista?
Perché, mi chiedo, ti seguo senza fiatare, senza mai domandarmi il motivo per cui tu non parli mai mentre mi fai strada in questo bosco? Perché sono solo io a fare le domande qui, artista? Hai mai scelto un albero tra tutti questi? Li hai mai abbracciati, uno ad uno, questi alberi? Ne hai mai scelto uno in cui infilarti e vivere per sempre?
Qual è il tuo mondo, artista? Me lo mostri tra le parole, ogni volta, o è soltanto la facciata di questa tua enorme reggia nascosta, ciò che leggo?
E’ arrivata la primavera, i fiori stanno sbocciando nel tuo giardino, lascia che vi entri e che sistemi le siepi, che strappi via le erbacce e curi le tue rose candide e i delicati esotici tiaré.
Hai mai provato ad immergerti nei profumi dei tuoi fiori? Ti sei mai perso in un rampicante mentre si aggrappa lungo le cancellate di ferro freddo e le pareti di cemento intento ad arrivare a grattare le tegole del tetto?
Hai mai annusato il corpo di una donna mentre si arrampica con le sue braccia fino al tuo collo sfregandosi violenta contro la tua pelle? Lasciami vaneggiare, artista, come spesso fai tu. Ho bisogno di sognare ancora come l’altra notte e non solo: se posso, voglio viverla tutta, questa natura che fiorisce. Perché la donna è la pianta più bella quando ti infila le radici dentro e ti invade, come fossi terra succosa di minerali dentro cui nutrirsi e crescere. Apri le finestre che non ce n’è più di freddo al di là, apri i cancelli e lascia entrare la luce. Quando vedrai sbocciare una donna, a primavera, e ne sentirai forte i profumi di fiore dentro al naso, come se l’aria avesse le bollicine e fosse improvvisamente frizzante, allora ne canterai la follia e ne suonerai la dolcezza delle forme nei movimenti di femmina. E la vedrai dormire, aprendo gli occhi prima che ti sorprenda l’alba, in un selvaggio abbraccio che hai tu stesso disegnato, in un letto sfatto che non ti copre più la pelle, ché fa caldo fuori, ché è primavera già da un pezzo e non te n’eri ancora accorto.

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DARDO AWARDS 2014

premiodardo

Il Dardo è un premio molto speciale perché riconosce i valori personali, etici, culturali e letterari trasmessi attraverso la scrittura.
E’ un premio che viene conferito agli autori e scrittori da altri autori.

Il regolamento per ricevere il premio, una volta ricevuta la nomina, è molto semplice:

  1. Mostrare l’ immagine del premio
  2. Ringraziare chi ti ha nominato
  3. Nominare altri bloggers, 15 per l’ esattezza.

Volevo ringraziare la gentile Mara di paveseggiando.wordpress.com, per questo suo bellissimo pensiero e per avermi conferito la nomination.

E’ un riconoscimento che desidero condividere con:

http://farovale.wordpress.com

http://paveseggiando.wordpress.com

http://menteminima.wordpress.com

http://labloggastorie.wordpress.com

http://brunettecake.wordpress.com

http://irenetempestini.wordpress.com

http://farefuorilamedusa.com

http://italianamentescoretta.com

http://viaggioperviandantipazienti.wordpress.com

http://vetrocolato.wordpress.com

http://ilmiogiardinofiorito.wordpress.com

http://tiasmo.wordpress.com 

http://memoriediunavagina.wordpress.com

http://articoliliberi.com

http://amoilweb.wordpress.com

QUANDO LA NOTTE CI PENSO E NON DORMO

«Hai presente la ricetta della mamma per le polpette?»
«Di carne o di pesce?»
«Di pesce. Ho provato a friggerne qualcuna, ma si disfano tutte»
«Magari hai dimenticato di metterci la fecola di patate»
«Nell’impasto, intendi?»
«Sì, un paio di cucchiai»
«E c’era da aggiungere altro, mio caro Lobbi?»
«Uova e cipolla, se non ricordo male»
«Mi pareva di aver sbagliato qualcosa.»
Rimane in silenzio per un attimo, poi mi domanda se ho conosciuto qualcuno del posto.
«No, veramente solo l’abate, padre Tommaso»
«Non c’è nemmeno una ragazza che ti fa il filo?»
«No, nessuna»
«E Anna?»
«Anna cosa? La questione è chiusa, papà. Basta»
«Io non me la lascerei scappare, fossi in te»
«Non è che abbia molta scelta. Anche la partner dev’essere d’accordo. Non ci si può mica innamorare a comando.»
«E’ un gioco da ragazzi, mio caro Lobbi.»

Audur Ava Ólafsdóttir

Cibo e amore. Dialogo di sensi. C’entra la bocca per uno e per l’altro, dalle parole che ci scambiamo ogni giorno alle sole labbra che si muovono senza emettere suono. Così come c’entrano i gran mal di pancia, per i momenti in cui esplode la gioia e per quelli in cui si soffre fino ad impazzire.
Ci si innamora come si va al McDonald’s, citando Beigbeder, e in fondo Frédéric non ne ha tutti i torti. Ci si innamora come si mangia un panino: si sceglie il gusto preferito o quello con gli ingredienti che possono piacere e che più si avvicinano ai nostri desideri più profondi. Poi il peccato di gola: si divora in morsi veloci a un tavolino mentre si chiacchiera con gli amici. Così le chiacchiere rimangono nell’aria mentre i bocconi masticati finiscono dritti nello stomaco. E quando dopo magari ne facciamo indigestione, per aver mangiato troppo in fretta, le chiacchiere degli amici sono ancora lì, che aleggiano sul bancone del bar e noi si finisce a berci sopra, per dimenticare il dolore, o forse solo per credere sia momentaneamente possibile dimenticare.
Innamorarsi è un inciampare veloce e cadere rovinosamente, ridere per l’imbarazzo davanti a tutti gli altri preoccupati che ci vedono a terra e mascherare il bruciore della sbucciatura con un banale “è tutto ok!”.
Bugiardo. Ma rassicurante e coraggioso. Questo è l’abito di un innamorato. Quello della sera e da giorno per il lavoro. E anche un po’ il pigiama.
Ho spento le luci, pronto per andare a dormire, mi spoglio nella penombra ché non voglio vedermi nudo e riflesso da solo in giro per casa mentre socchiudo le finestre e mi arrampico sul soppalco. Sono in mutande, dentro una larga maglietta grigia con su uno strano disegno a colori festosi e la scritta Stockholm Water Festival che fa da targa a uno dei tipici souvenir di quei viaggi anni novanta regalati a qualcuno della famiglia e poi riciclati di volta in volta.
Mi siedo al pianoforte, che è come uno dei panini più buoni che possa aver mangiato e ogni volta che lo vedo devo avvicinarmi per fargli una carezza o accennare, anche a muto, un accordo a caso, che prenda un po’ di tasti bianchi e un po’ di neri. Ho appena finito di lavorare a delle melodie di violini e violoncello per il tema di un video pubblicitario girato da un amico. Il mio accordo va a fondo, è un Do minore, o C min per come dovrebbe essere scritto. Giro il volto verso la finestra che dà sul cortile di questi tre palazzi incastrati e sulla strada illuminata di arancio dell’isolato a fianco: vedo la stanza, vuota, con ancora in mezzo la valigia di Roma di qualche giorno fa, aperta, con un paio di scarpe buttate dentro a caso che non c’entrano neanche più di tanto. Poco dietro, sul divano, due asciugamani bianchi, appena stirati e abbandonati ché non avevo voglia di portarli subito in bagno. Accanto a questi un gioco di ombre mi mostra come una figura di donna, seduta nell’angolo del divano e sembra tenere uno dei cuscini beige sulla pancia, lo abbraccia e guarda verso di me incuriosita. Sembra stia aspettando qualcosa. Appoggio le dita sui tasti, le lascio camminare lentamente come se impaurite volessero accorciare ogni centimetro di distanza tra di noi fino a strapparle quel cuscino di dosso e sostituirmi io stesso all’abbraccio.
Mi perdo nella melodia, con un orecchio più vicino alle mani e l’altro in attesa di una parola, di questa figura dal quale non stacco lo sguardo. Suono come se le chiedessi qualcosa, come se cercassi con le note di pronunciare il suo nome. Inciampo nel desiderio e cado indietro in un pensiero.
Mi osservo intorno e mi accorgo di esserci io, e basta, nel centro della camera, con un indice sollevato e il medio sul mi bemolle che chiude il giro. Mi capita spesso di innamorarmi di questa stanza, la vivo da solo ed è come la mia donna: la vedo di notte quando vado a dormire e la lascio al mattino quando esco di casa prima dell’alba. Lei dorme e pare attendermi ogni volta. C’è un po’ di tutto sparso in giro per la stanza, che sembra tutto a posto ma in un ordine discutibile. Li ho sempre raccolti e conservati per bene , quel po’ di me e le mie cose intime, il ricordo di donne straniere e il sentore di ogni loro passaggio.
Mi alzo dal piano e con le mani avanti cerco nell’aria la strada per raggiungere la scala che porta su, al letto. Svolto a sinistra facendo attenzione a non prendere gli spigoli del tavolo con i fianchi e d’improvviso quasi mi trattengo dal tirare un urlo per non svegliare il mondo: prendo in pieno la valigia con un piede. Lei, se ne stava lì, ferma, e io, uomo, a suonare per un’altra nella mia testa. Che si sà, la valigia è comunque donna e vuole vincere lei a tutti i costi. Ma io la amo proprio perché è così: donna e gelosa, ogni volta.

Soundtrack: Nocturne In A Room (Piano Solo)

nocturne in a room

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