QUANDO LA NOTTE CI PENSO E NON DORMO

di icecamp

«Hai presente la ricetta della mamma per le polpette?»
«Di carne o di pesce?»
«Di pesce. Ho provato a friggerne qualcuna, ma si disfano tutte»
«Magari hai dimenticato di metterci la fecola di patate»
«Nell’impasto, intendi?»
«Sì, un paio di cucchiai»
«E c’era da aggiungere altro, mio caro Lobbi?»
«Uova e cipolla, se non ricordo male»
«Mi pareva di aver sbagliato qualcosa.»
Rimane in silenzio per un attimo, poi mi domanda se ho conosciuto qualcuno del posto.
«No, veramente solo l’abate, padre Tommaso»
«Non c’è nemmeno una ragazza che ti fa il filo?»
«No, nessuna»
«E Anna?»
«Anna cosa? La questione è chiusa, papà. Basta»
«Io non me la lascerei scappare, fossi in te»
«Non è che abbia molta scelta. Anche la partner dev’essere d’accordo. Non ci si può mica innamorare a comando.»
«E’ un gioco da ragazzi, mio caro Lobbi.»

Audur Ava Ólafsdóttir

Cibo e amore. Dialogo di sensi. C’entra la bocca per uno e per l’altro, dalle parole che ci scambiamo ogni giorno alle sole labbra che si muovono senza emettere suono. Così come c’entrano i gran mal di pancia, per i momenti in cui esplode la gioia e per quelli in cui si soffre fino ad impazzire.
Ci si innamora come si va al McDonald’s, citando Beigbeder, e in fondo Frédéric non ne ha tutti i torti. Ci si innamora come si mangia un panino: si sceglie il gusto preferito o quello con gli ingredienti che possono piacere e che più si avvicinano ai nostri desideri più profondi. Poi il peccato di gola: si divora in morsi veloci a un tavolino mentre si chiacchiera con gli amici. Così le chiacchiere rimangono nell’aria mentre i bocconi masticati finiscono dritti nello stomaco. E quando dopo magari ne facciamo indigestione, per aver mangiato troppo in fretta, le chiacchiere degli amici sono ancora lì, che aleggiano sul bancone del bar e noi si finisce a berci sopra, per dimenticare il dolore, o forse solo per credere sia momentaneamente possibile dimenticare.
Innamorarsi è un inciampare veloce e cadere rovinosamente, ridere per l’imbarazzo davanti a tutti gli altri preoccupati che ci vedono a terra e mascherare il bruciore della sbucciatura con un banale “è tutto ok!”.
Bugiardo. Ma rassicurante e coraggioso. Questo è l’abito di un innamorato. Quello della sera e da giorno per il lavoro. E anche un po’ il pigiama.
Ho spento le luci, pronto per andare a dormire, mi spoglio nella penombra ché non voglio vedermi nudo e riflesso da solo in giro per casa mentre socchiudo le finestre e mi arrampico sul soppalco. Sono in mutande, dentro una larga maglietta grigia con su uno strano disegno a colori festosi e la scritta Stockholm Water Festival che fa da targa a uno dei tipici souvenir di quei viaggi anni novanta regalati a qualcuno della famiglia e poi riciclati di volta in volta.
Mi siedo al pianoforte, che è come uno dei panini più buoni che possa aver mangiato e ogni volta che lo vedo devo avvicinarmi per fargli una carezza o accennare, anche a muto, un accordo a caso, che prenda un po’ di tasti bianchi e un po’ di neri. Ho appena finito di lavorare a delle melodie di violini e violoncello per il tema di un video pubblicitario girato da un amico. Il mio accordo va a fondo, è un Do minore, o C min per come dovrebbe essere scritto. Giro il volto verso la finestra che dà sul cortile di questi tre palazzi incastrati e sulla strada illuminata di arancio dell’isolato a fianco: vedo la stanza, vuota, con ancora in mezzo la valigia di Roma di qualche giorno fa, aperta, con un paio di scarpe buttate dentro a caso che non c’entrano neanche più di tanto. Poco dietro, sul divano, due asciugamani bianchi, appena stirati e abbandonati ché non avevo voglia di portarli subito in bagno. Accanto a questi un gioco di ombre mi mostra come una figura di donna, seduta nell’angolo del divano e sembra tenere uno dei cuscini beige sulla pancia, lo abbraccia e guarda verso di me incuriosita. Sembra stia aspettando qualcosa. Appoggio le dita sui tasti, le lascio camminare lentamente come se impaurite volessero accorciare ogni centimetro di distanza tra di noi fino a strapparle quel cuscino di dosso e sostituirmi io stesso all’abbraccio.
Mi perdo nella melodia, con un orecchio più vicino alle mani e l’altro in attesa di una parola, di questa figura dal quale non stacco lo sguardo. Suono come se le chiedessi qualcosa, come se cercassi con le note di pronunciare il suo nome. Inciampo nel desiderio e cado indietro in un pensiero.
Mi osservo intorno e mi accorgo di esserci io, e basta, nel centro della camera, con un indice sollevato e il medio sul mi bemolle che chiude il giro. Mi capita spesso di innamorarmi di questa stanza, la vivo da solo ed è come la mia donna: la vedo di notte quando vado a dormire e la lascio al mattino quando esco di casa prima dell’alba. Lei dorme e pare attendermi ogni volta. C’è un po’ di tutto sparso in giro per la stanza, che sembra tutto a posto ma in un ordine discutibile. Li ho sempre raccolti e conservati per bene , quel po’ di me e le mie cose intime, il ricordo di donne straniere e il sentore di ogni loro passaggio.
Mi alzo dal piano e con le mani avanti cerco nell’aria la strada per raggiungere la scala che porta su, al letto. Svolto a sinistra facendo attenzione a non prendere gli spigoli del tavolo con i fianchi e d’improvviso quasi mi trattengo dal tirare un urlo per non svegliare il mondo: prendo in pieno la valigia con un piede. Lei, se ne stava lì, ferma, e io, uomo, a suonare per un’altra nella mia testa. Che si sà, la valigia è comunque donna e vuole vincere lei a tutti i costi. Ma io la amo proprio perché è così: donna e gelosa, ogni volta.

Soundtrack: Nocturne In A Room (Piano Solo)

nocturne in a room

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