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Mese: maggio, 2014

SOMMA DI EMOZIONI SDRAIATI SULLA LUNA

«Com’era essere sposati?»
«Beh, di sicuro è difficile ma dev’esserci qualcosa di bello nel dividere la vita con qualcuno»
«Come fai a dividere la vita con qualcuno?»
«Siamo cresciuti insieme. Leggevo quello che scriveva per i suoi master e la sua laurea. Lei leggeva tutto quello che scrivevo. Avevamo molta influenza l’uno sull’altra»
«E come l’hai influenzata?»
«Veniva da un ambiente in cui niente era mai abbastanza. Ed era una cosa che la opprimeva molto. Ma nella nostra casa ci piaceva sperimentare le cose, anche in caso di fallimento, ed eravamo eccitati a provarci. Ero liberatorio per lei. Ed era eccitante vederla crescere. Siamo cresciuti entrambi, e cambiati, e andati avanti. Ma è stata anche la parte difficile, crescere senza allontanarsi, cambiare senza spaventare l’altro. Mi ritrovo ancora a parlare con lei nella mia mente. A rivangare vecchie discussioni o a difendermi contro qualcosa che aveva detto su di me.»
«Sai, so quello che vuoi dire. L’altra settimana ero triste per qualcosa che avevi detto sul non sapere cosa significhi perdere qualcosa…»
«Mi dispiace per quello.»
«…No, va bene, tutto ok. E’ solo che mi sono ritrovata a pensarci un sacco e ho capito che, semplicemente, lo ricordavo come fosse qualcosa di sbagliato in me. Ed era quello che raccontavo a me stessa, che ero inferiore, in qualche modo. Non è interessante? Il passato è solo una storia che ci raccontiamo.»

Her (Spike Jonze)

Finché avrai una storia da raccontare non te ne starai a bocca chiusa. Avevo sentito una frase del genere tanto tempo fa, in un film, e poi l’avevo ritrovata in un racconto. Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla. Suona come una minaccia, forse, ma in fondo è vero. Ciò che raccogliamo ogni giorno diventa un pezzo di intimo in più che mettiamo nel bagaglio di questo viaggio. E per bagaglio intendo proprio valigia, e per intimo intendo un pezzo di mutanda o un calzino, spaiato ovviamente. Gli ostacoli più forti in questa storia sono sempre due, se ci fate caso: la timidezza, ovvero il grado di rimanere zitti di fronte a qualsiasi cosa ci accada intorno mentre il nostro stomaco si contorce come un boa costrictor attorno alla preda, e le sensazioni, cioè il modo in cui reagisce la nostra pelle: diventa rossa, a pallini come quella delle oche, emana sudore come se piovesse, sbiadisce fino a diventare di quella tonalità verde evidenziatore, proprio poco prima di cadere, per terra, con tutto il corpo. Collasso o vomito. Ed è sempre colpa dello stomaco.
Non c’è nulla da fare, ci innamoriamo e ci odiamo con lo stomaco, poi deleghiamo il cervello di fare le cagate, tipo prendere e fuggire via, di punto in bianco, o tirarsi dietro piatti e bicchieri o ancora saltarsi addosso in mezzo alla gente. Come puoi non raccontare questa storia, poi? Il passato, quello, è solo la storia che ci raccontiamo. Il presente, questo, è il mezzo attraverso il quale lo facciamo, il raccontarci la storia. E non c’è timidezza e collasso che tenga, perché basta uno sguardo, a volte, una parola infilata nel posto giusto delle nostre teste distratte, che lo stomaco si spalanca e vomita la parte interiore di ognuno, e spalanca la bocca per raccontarle, le storie, quelle magliette, mutande, calzini che abbiamo lasciato per strada.
Eppure ci ritroviamo spesso a pensarci, a tutte queste storie, che potremmo quasi scriverci delle canzoni, tante storie da raccontare e qualcuna da vivere, adesso. E’ comunque uno strano modo di dividere la vita e ripartirla nei giusti cassetti, aprirli un paio per volta al massimo e recuperare i vestiti che ci servono per ripartire, stavolta, ché ogni abito è un momento e indossarlo più volte non vuol dire di certo volerlo ripetere ma trasformarlo, arricchirlo di sensazioni. E’ automatico, se ci pensate, ricordarsi che questo vestito l’abbiamo messo per la festa di tizio, ma anche quella volta che in piazza cantava caio e per quella serata in cui sono uscito con sempronio. Addizioni. Somma di emozioni che diventano ricordi, quei ricordi che poi non puoi fare a meno di raccontare, anche in solitaria, davanti allo specchio, mentre asciughi i capelli dopo la doccia alla sera o fai la barba al mattino presto. Nel primo caso la urli, la storia, per scavalcare con la voce il rumore del phon altrimenti non ti ci senti. Nel secondo caso invece te ne stai sottovoce, perché non è ancora l’alba e non vuoi svegliare lei, che dorme beata, di là, dopo aver sopportato i tuoi desideri mal sani tutta notte.
Non posso non pensare a una donna, se parlo di ricordi, di storie, di quelle raccontate e di quelle scritte, ché la donna è un po’ la mia malattia ma è l’insieme delle mie storie, l’insieme delle mie mutande e dei miei calzini: quelle di incontri nati un po’ per caso e di quelli voluti, di quelli rincorsi di giorno e di notte che non fanno sentire l’affanno e la stanchezza di ore di lavoro. Storie che non mi appartengono e in cui mi sono infilato, perché chi non le insegue, le emozioni, può vivere tutte le storie del mondo, ma non avrà il gusto in bocca per ricordarle, per raccontarle, e non avrà il tempo di viverle, neanche in futuro, forse perché questo tempo l’ha già perso in passato.
E allora va’ e prenditele queste emozioni, mi dico, per un giorno, anche solo un’ora e arriva al punto di volerne ancora un altro e un altro ancora, di attimo in più, quando il tempo di questo incontro sarà scaduto. Siamo sdraiati sulla luna, è un pomeriggio perfetto, la tua ombra mi segue tutto il giorno rassicurandomi che io stia bene e siamo a milioni di miglia di distanza.

Soundtrack: Karen O – The Moon Song

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BLUES IMPROVVISATO

Inizio a non portare gli occhiali perché la luce di giorno è tanta e me ne libero di queste lenti che mi trafiggono la testa e le pupille che nascondo invece dietro vetri neri sfumati. Finisce sempre così d’estate, lo so ogni anno, che quando arriva, io mi spoglio, e inizio dagli occhi, per arrivare a tutto il resto. Nudo. Me ne sto nudo tra la gente. Sorrido e vado per la mia strada. Parto. Svuoto la valigia. La rifaccio. Ritorno. Cambio valigia. Riparto. Non mi fermo più. Non ci sono tanto con la testa, ché dormo poco. Faccio tanto. Penso di più. Non mi fermo. Esplodo. Bum. Penso al sesso. Quello fatto bene. Quello che non si chiede e viene da solo. E va. E parte. E si svuota come la valigia. E si rifà. E poi ritorna. E poi cambia. E poi riparte. E si dorme poco. E si fa tanto. E si pensa di più. E non si ferma. Esplode. Bum. Sento la pelle. Calda. Sotto le dita fredde. Premo massaggiando sul collo. E poi sulla schiena. E poi dovunque tranne che sul collo e sulla schiena. Penso alle mie mani. Penso alle altre mani. Sulle gambe nude. Le guardo. Le riguardo. Ci muoio sopra. E anche sotto. E preferisco morirci ancora. Ma sotto. Sempre più sotto. E voglio che stia anche sotto le mie di mani. E che ci muoia così come me. Insieme a me. Senza ritorno alcuno alla realtà. Sogno e desiderio. Uno dopo l’altro e ancora in loop. Che si amplifichino crescendo come un larsen che spacca i timpani. Senza affievolirsi. I sogni. E anche i desideri. Soprattutto gli ultimi. Non se ne stanno in silenzio gli ultimi. E neanche i primi. I desideri cantano. Ma prima di tutto suonano i desideri. Sintetizzatori. I sogni sono sintetizzatori goffi e armonici e i desideri sono melodie stridule e altezzose. Come le donne. Hanno l’aria di femmina le melodie altezzose. Le femmine sono desideri. Ho desiderio di femmina. «Vorrei che tu fossi qui. Davvero.» Lo dico. «Vorrei esserci.» Lo dice. Lo leggo. «Voglio scrivere di te. Come l’altra notte. Che nessuno ti riconosce tranne te» Lo penso da un po’. Lo scrivo. «Fallo.» Risponde. Lo leggo ancora. Non si dice di no alla musica. Quando chiama. Mi chiama. Schiaccio Play. Prima però chiudo la finestra ché gli altri non devono sentire. Alzo il volume. Mi piazzo a guardare il video. Luci. Vedo le luci della città. Hanno un senso loro. Quando si accendono. Quando si spengono. E si spengono col giorno che c’è già il sole. E si accendono alla sera che il sole sta per scendere del tutto. Si accende la città. E si spegne la città. Come la voglia. Si accende la voglia. Si spegne la voglia. Forse si spegne un po’ meno. Ha le bollette salate la voglia. Il desiderio non paga le bollette della luce. L’ho conosciuto al buio il desiderio, ché non aveva i soldi per accendere la luce. Spengo le luci. Continuo ad ascoltare. Navigo con la mente. Cerco con le mani. Trovo il desiderio femmina che vorrei fosse qui adesso e che vorrebbe esserci anch’essa con il suo desiderio maschio. Cerco di capire dove sono. Tokyo. Di notte. Di giorno. Con le luci della città. Suono un sintetizzatore. Suono i sogni e i desideri. Suono un blues. Improvviso.

Soundtrack: Vangelis – Blade Runner Blues

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DUEDINOTTE

Ehi tu. Dormi?
Aveva velocemente scritto sul cellulare non curante degli eventuali errori grammaticali dovuti alle ore piccole.
Era rimasto a fissare il display per tutti e tre i piani di scale, mentre saliva, verso casa.
Sì. Dormi, tu. Io mi infilo adesso a letto. Tranquilla, non faccio rumore. Aveva fatto appena a digitarle, queste parole, senz’ancora premere invio sulla tastiera, mentre con l’altra mano si sfilava il moschettone con appese le chiavi da un passante dei jeans, le faceva passare tra le dita, come fosse un giocoliere, e poi afferrava quella giusta, la direzionava e la infilava nella stoppa.
Accompagnò i due giri e aprì la porta di legno verso l’interno. Si trascinò in sala mentre si sfilava il giacchetto di pelle e la felpa di Gap. Lasciò tutto su una sedia, afferrò i lacci delle scarpe e tirò senza pietà, le sfilò con una mano piegandosi in avanti e con l’altra allentava la cintura dei pantaloni, che già scivolavano sul pavimento.
Ancora in calzini andò in bagno, prese lo spazzolino e si lavò i denti, si guardò in faccia ed esclamò «ma quanto sei brutto!» guardandosi le occhiaie allo specchio. Raccattò la maglietta lasciata vicino all’asciugamano al mattino precedente e tornò di là, mentre la indossava, alla cieca e anche un po’ alla rovescia.
Quando mise il primo piede sui gradini che portano al soppalco, verso il letto, lo sentì, subito, quell’odore che non era il suo. Rallentò il passo, come per non fare per niente rumore. Si arrampicò fin su e si fermò di colpo, quando vide il materasso occupato per metà.
Dormiva, sì, anche se mai si sarebbe aspettato nel suo letto. I capelli slegati, che così li ricordava dall’ultima volta all’aperto, una maglia che quasi ci entrava due volte e le gambe filiformi, e nude, che spingevano in basso il piumone, ché di questo tempo fa già caldo per dormirci sotto. Le mani, vicine al viso poggiato di lato sul cuscino, erano quelle che aveva guardato per attimi sfuggenti quando erano per strada e che, sapeva, erano vittime di passioni simili. Incredulo di averla lì, ad occhi chiusi, beata, aveva sorriso, immobile, prima di prendere delicatamente posto sul letto, vicino a lei.
Così si avvicinò, lento, a quel corpo ancora sconosciuto, si fece lungo, come per seguire la sua di linea sul materasso, allungò una mano e le spostò i capelli davanti agli occhi e alla guancia, con un dito, cercando di non sfiorarla e quindi solleticarla e darle fastidio. Lei si mosse lentamente e lui si concentrò sul suono che fanno le lenzuola quando ci si struscia sopra per girarsi da una parte all’altra.
Aprì gli occhi, senza spalancarli, lo mise a fuoco mentr’era ancora stupito di tutto ciò e sorrise con uno di quei sorrisi che a lui piacciono da impazzire.
«Sssht! Dormi» le sussurrò «E’ tardi. Io ero al cinema».
Lei borbottò qualcosa che suonava tipo ti stavo aspettando ma era talmente sussurrato dal sonno che alcuni suoni della frase non esistevano più. Allungò un braccio, lei, mentre si rimetteva giù, glielo poggiò su una spalla giocando con le dita sul collo scoperto. Lui si avvicino col busto, quasi fosse un boa che si sdraia vicino alla sua preda per prenderne le misure prima di mangiarla, e le afferrò un fianco, tirandola a sé tra le lenzuola.
«Stringi!» riuscì a pronunciare ancora mezz’addormentata.
Lui assecondò, e finora non si era reso conto che era tanto che non ci si accartocciava così, a letto, in due, di notte.

2AMclock

GRILLI NELLA TESTA

Basta! Che poi finisci per ingozzarti e, per non rischiare di soffocare, le sputi tutte, le parole che stai mangiando.
Si vede lontano un miglio che continui a pensarci, che fai come un pazzo e continui a leggere come se dovessi morire stasera. Guarda che non scappa mica eh. Dosati. Fermati. Respira, poi ricomincia.
Dai, abbandona quella scrivania! Va’ a casa! Riposati, che anche oggi hai salvato il mondo. Eroe.
Vuoi il mantellino rosso? Vuoi una hostess hawaiana che ti aspetti all’uscita e ti metta al collo una corona di fiori mentre sculetta una hula?
Dai, su. Guardami almeno, che sembri solo scemo così concentrato su quelle pagine con quel sorrisetto che ti spunta ogni tanto. Non diventare patetico.
Cosa fai? Ah, scrivi pure? Riesci ancora ad impugnare una penna e buttare giù due righe d’inchiostro sulla carta? Che romantico che sei, vecchio stile proprio. Non ne fanno più come te. Tsè!
Chissà che avrai da scrivere, poi, di così importante che manco mi caghi.
Cosa c’è? Cosa vuoi? Mi porgi il foglio? Uh! Ahhh! E’ per me? Dai? Pff, pure le letterine mi scrivi ormai. Vediamo… Oh! Ops. Mh!
Oooooohhh!

Se la coscienza fosse la pura coscienza dell’amore (come lo vide Rilke), allora il nostro amore sarebbe immediato e spontaneo come la vita stessa. (Thomas Merton)

E non fu questo ch’egli scrisse su quel biglietto, sicché d’amore comunque parlava, in quelle tre parole accennate, se è così che amore può essere definito in quanto sentimento, che parte dallo stomaco e finisce dentro al naso e da lì su per ogni area del cervello. Continuava a pensare e sentirne la mancanza. Se provava a sbilanciarsi col corpo non sfiorava più i suoi fianchi o le sue braccia ma solo aria, tutt’attorno. E in tutto questo vibrare leggermente, da seduto sulla sedia, non sentiva una mancanza di quelle nostalgiche che rattristano gli innamorati cronici, bensì il desiderio di un incontro ancora, in solitaria, cui è permesso solo ai rumori estranei di esserne spettatori.
Alla fine smise di leggere, arrestò il computer, sollevò la sacca verde sulla spalla destra, poggiò gli occhiali neri sul naso e si tuffò in metropolitana.
Aveva la Coscienza pulita, sebbene fosse una coscienza chiacchierona e rompicoglioni.

grillo-parlante

A PASSO DI GATTO

Nella vita cerco spunti per scrivere. Mi osservo attorno e ascolto, spesso il silenzio, che poi silenzio non è ma un misto di rumori che hanno il nome di colori diversi. Ed è già buffo, tutto questo.
Mi sento ingordo senza emozioni, le cerco disperatamente come se digiunassi d’amore da una vita, come se mai avessi avuto addosso le mani di una femmina ed è forse per questa sensazione di fame chimica che le ricordo tutte le femmine che mi hanno accarezzato, sfiorato, afferrato per un braccio. E ne ricordo le mani: il mezzo attraverso il quale gli uomini, dopo il contatto con una femmina, finiscono in paradiso.
Sono analfabeta di sensi. Non li leggo, non li scrivo. Li percepisco appena, come fossi un musicista sordo che osa nella musica percependone le vibrazioni nello strumento, e nessuna nota. E basta.
Mi alzo che è presto e il sole non ne vuole ancora sapere di aprire gli occhi. Il cielo è di quell’azzurro scuro che si fa facile a confonderlo col violetto. Dentro, mentre infilo i calzini e sistemo le mutande, sono ancora al buio, avvolto dalle tende rosso scuro che nascondono metà della finestra.
Passione. La sento in bocca, ne assaggio tutte le lettere che la compongono, sussurrandola lentamente con un filo di voce. Ne ho voglia. Sento dentro come il risvegliarsi dei muscoli mal stesi durante la notte, come se avessi improvvisamente voglia di liberarmi di qualcosa, di sfogarmi, sputare la palla di pelo che ho incastrata in gola.
Ripenso a una lettura recente. A un’immagine disegnata nelle lettere delle parole, una dopo l’altra, in quell’unico modo che mi fa lasciare andare e mi trasporta tra le righe di un racconto. Lo cerco, lo apro. Inizio a leggere: in mente mi si srotola veloce la scena del tango in Profumo di Donna. La musica è quella e penso ieri sera avrei potuto suonare un tango, al pianoforte.
Poi improvvisamente la sensuale ironia del tango ballata con il cieco del film va via. Anche la musica sparisce.
Continuo a leggere. Non identifico i volti di questi amanti, mi soffermo sui dettagli che descrive: gambe, vita, piedi, mani, braccia, si intrecciano e si schivano come in un dialogo di istinti schizzinosi e di voglie proibite.
Vedo una scena muta e sento il rumore dei movimenti, degli abiti che sfregano tra di loro al contatto e dei piedi che strisciano a terra sul parquet. La stanza che girava attorno a me adesso si pianta. Il tango finisce. E io l’avrei voluto rileggere a voce alta, subito, per sentirlo ancora più forte.
Faccio in tempo a trascinarmi verso i jeans lasciati storti sullo schienale della sedia. Mentre li tiro sopra al ginocchio vengo interrotto da un suono stridulo che scende veloce in basso. Quasi mi spaventa. Mi volto verso il pianoforte.
Un gatto cammina a passi dissonanti sui tasti, dal Si alto verso il Do centrale.

Soundtrack: The Cat Walk (Lento Tango) – Piano Solo

cat walk piano

PENSIERI IN BUSINESS CLASS 
(STORIE DI BLOGGERS CHE SI INCONTRANO)

Roma mi lascia il sapore di storia, di alcool e di sguardi rubati.
Roma mi lascia sempre una storia da raccontare che non si può dimenticare, che suona come musica, dopo cena, di un pianoforte scordato.
Io la vivo come tutte le cose, questa faccenda degli incontri e delle cose nuove. Scettico all’inizio che tentenno sul partire, intrepido sul provarci, ché tanto prima o poi tutti dobbiamo morire e nostalgico al momento dei saluti, che se potessi resterei ancora fino a domani.
Incollato al finestrino, me ne sto a fissare la stazione che inizia a scorrere al contrario mentre il treno parte, con un bambino seduto dietro che dice a voce alta “Roma mi mancherai! Anche tu, Papa, mi mancherai!” e scatena un sorriso generale tra i presenti e una risata un po’ più emozionata della madre seduta al fianco. Togliendo la cosa del Papa, penso, è la stessa frase che spesso mi sono detto uscendo da Termini e ritornando a Milano. E non è un attaccamento fisico, di quelli morbosi che poi diventano paranoici, semplicemente è un fattore di testa. E di stomaco. E’ un po’ come prendersi una cotta.
Mentre me ne sto seduto e la fame non mi ha ancora travolto prendo il cellulare e inizio a sfogliare blog a caso. Leggo un po’ qua e un po’ là, per cercare di colmare le lacune. Quando conosci un autore che hai già letto c’è sempre quello strano effetto tipo relazione tra studente e professore che mi fa sentire più o meno preparato all’esame. Quando invece finisci per conoscere autori che non hai letto vuoi andare a rintanarti in qualche angolo per leggerli subito. Così anche per soddisfare la curiosità e sapere di avere più o meno letto tutto. Oppure una volta letti capita di pensare che vuoi portarteli, a letto. Verbo e arredo alla fine c’entrano comunque, anche se forse a un certo punto cozzano un po’.
Penso che sia comunque strano, e allo stesso tempo affascinante, dare un volto alle parole. Come succede nei film, incontrare dal vivo gente che scrive, come me, che conosci perché hai ricevuto qualche commento ogni tanto, è un po’ come avere la soddisfazione di dare un limite fisico alla personalità dell’autore. Capire che ci sta tutto davvero dentro due gambe, due braccia, un busto e soprattutto una testa. Esseri umani, uguali o diversi a ciò che scrivono ma sicuramente vivi, che ci si può toccare. Siamo quello che scriviamo ma siamo anche tanto altro, quel tanto altro che poi ci piace scoprire guardandoci negli occhi.
Il treno ferma a Bologna. Stiro finalmente le gambe sotto il sedile di fronte ché la bionda davanti a me è arrivata a destinazione e mi lascia un po’ di spazio per sentire ancora i piedi. Iniziano a fare quel male che fa piacere, dopo i chilometri percorsi in giro per la città. Semplicemente penso, però, di non andare tanto d’accordo con i sanpietrini. Sono attento quando cammino, scelgo le scarpe adatte, viaggio leggero, calibro il peso del corpo sui passi per non soffrirne dopo. Tutte cose imparate negli anni di camminate e di corse sulla roccia, quando facevo finta di essere sportivo.
Mi ritrovo invece a calcolare le distanze percorse per Roma solo adesso, lontano dalle distrazioni di storie da raccontare e da ascoltare, mentre i piedi vanno avanti da soli sulle strade di pietra, si fermano a guardare in alto i pezzi di storia ancora intatti e ogni tanto scattano una foto a crepe, colonne tuscaniche e capitelli corinzi.
Amo questo tipo di distrazioni. Amo essere preso e portato via, con la mente. Amo le domande, di qualsiasi tipo, alle quali so rispondere o devo riflettere. Amo trascinare gli altri nei miei racconti, nelle mie risposte alle loro domande e nelle storie che mi chiedono di raccontare. Amo ascoltare, poi, perché da una storia ne viene fuori un’altra, proprio come un’idea si incastra con la successiva o l’odore della pelle assorbe quello spruzzato dalla boccetta e ne tira fuori un terzo, di profumo.
In fondo mi piace mettere un punto, poi, agli incontri, per vivere il momento del saluto e gustarmi il modo in cui ci si stringe la mano, ci si sfiora e ci si bacia. Questo è indice di un ci rivedremo presto, ritorna, voglio rivederti o tutto l’opposto.
Intanto me ne sto seduto in treno a scrivere a mente la lista della spesa su un foglietto di carta: prima di partire svuoto sempre il frigo e trascuro un po’ tutto il resto in casa, ché non si sa mai se da quel viaggio io ritorno o forse no.
Formaggi, salumi, birre, yogurt, qualche scatola di tè di quelle coi gusti strani assortiti, il detersivo per piatti e l’ammorbidente, penso e scrivo veloce come per non restare indietro e inseguire con la mano i pensieri. Che poi, si sa, noi uomini siamo allenati fin da piccoli a inseguire con la mano i pensieri.
Mi viene in mente inevitabilmente il bagno, quello di casa, colpa dei pensieri troppo veloci ai quali poi difficilmente ci si sta dietro.
«Cazzo!» esclamo ad alta voce.
Un po’ di teste si alzano, dai sedili vicini, mi guardano e poi ritornano subito chine su libri, giornali e cellulari. Improvvisamente mi ricordo che ho finito la carta igienica in bagno. Ed è un dramma, non ridiamoci sopra. Mi rendo conto di averlo scritto sul foglio, a lettere un po’ più grandi delle altre parole, quando il mio vicino di sedile guarda con la coda dell’occhio e sorride beffardo.
Forse avevano ragione quegli sguardi di poco fa. Quelli del bagno non sono pensieri carini da fare in Business Class.

Pantheon

HOMELAND OF CLOUDS

Era una di quelle sere fredde di un inverno forse mai iniziato, quando fa buio a metà pomeriggio e la sera si fa in fretta a infilarsi sotto il piumone ché i piedi si congelano in un nano secondo. La tenda rossa era ancora avvolta di lato e la finestra mezza aperta un po’ perché altrimenti in quella stanza si muore di caldo anche con tre metri di neve fuori e un po’ perché tutti, anche da grandi, si aspettano che Peter Pan prima o poi entri di soppiatto a cercare la sua ombra perduta.
«Senti… mi sogni stanotte?» le chiese di punto in bianco mentre guardava il buco formato dalle crepe sul soffitto.
«Perché me lo chiedi?» rispose incuriosita. Era abituata a sentirsi chiedere questo tipo di cose ma rimaneva fermamente convinta che dietro ogni domanda, anche la più strana buttata lì per caso, ci fosse una motivazione particolare. Sorrise sbuffando dal naso come solo lei sa fare.
«Perché ho un sacco voglia di vederti. – Ci mise poco a risponderle, giusto il tempo di digitare il messaggio sulla tastiera – E io ti sognerò.» Aggiunse, mentre si immaginava il suo sorriso con lo sbuffo dal naso.
«Ok. Allora abbiamo un appuntamento – rispose in due righe separate da qualche secondo. – Ma… se poi non ci incontriamo?»
«Vuol dire che ci daremo altri appuntamenti, uno dietro l’altro. Io sarò sempre contento di cercarti.» Ed era sincero, quanto assurdo.
Apro gli occhi. tic tac tic tac, improvvisamente mi rendo conto che il tempo è continuato a passarmi attraverso mentre mi sono fermato un attimo sul divano, con ancora le chiavi di casa in mano e la giacca al mio fianco. Guardo la macchia di stucco umido in direzione a dove c’era il buco, il soffitto è a chiazze grigie e bianche, come il cielo se dovesse quasi piovere e arriva il brutto tempo.
Mi alzo e allungo il materasso da sotto il divano, poi inizio a spiegare le lenzuola e a sistemare i cuscini per la notte.
Penso ancora a cosa mi sia appena successo. Blackout, flashback, mi vengono in mente solo parole di un’altra lingua che sembrano indicare solamente che pezzi del mio cervello stiano andando persi per strada. L’incontro di ieri con la psicologa del lavoro per parlare di stress deve avermi un po’ condizionato. Vado in bagno, mi lavo la faccia, mi spruzzo di tiarè e mi siedo al piano. Devo augurare buon compleanno.
Le prime note e mi perdo ancora. Faccio un viaggio, stavolta. Improvvisamente mi trovo ad occhi aperti, in uno spazio che non si può descrivere. Accompagnato dai tasti bianchi e neri, sono tra le nebbie e le polveri del cielo, immerso in tutte le sfumature del rosso. E’ ancora presto per sognare, per un altro appuntamento, ma se dovessi incontrarla, stanotte, so che lo farei qui, dove nascono le nuvole.

Soundtrack: Emanuele Campagnolo – Homeland of Clouds (Piano Solo)

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