HOMELAND OF CLOUDS

di icecamp

Era una di quelle sere fredde di un inverno forse mai iniziato, quando fa buio a metà pomeriggio e la sera si fa in fretta a infilarsi sotto il piumone ché i piedi si congelano in un nano secondo. La tenda rossa era ancora avvolta di lato e la finestra mezza aperta un po’ perché altrimenti in quella stanza si muore di caldo anche con tre metri di neve fuori e un po’ perché tutti, anche da grandi, si aspettano che Peter Pan prima o poi entri di soppiatto a cercare la sua ombra perduta.
«Senti… mi sogni stanotte?» le chiese di punto in bianco mentre guardava il buco formato dalle crepe sul soffitto.
«Perché me lo chiedi?» rispose incuriosita. Era abituata a sentirsi chiedere questo tipo di cose ma rimaneva fermamente convinta che dietro ogni domanda, anche la più strana buttata lì per caso, ci fosse una motivazione particolare. Sorrise sbuffando dal naso come solo lei sa fare.
«Perché ho un sacco voglia di vederti. – Ci mise poco a risponderle, giusto il tempo di digitare il messaggio sulla tastiera – E io ti sognerò.» Aggiunse, mentre si immaginava il suo sorriso con lo sbuffo dal naso.
«Ok. Allora abbiamo un appuntamento – rispose in due righe separate da qualche secondo. – Ma… se poi non ci incontriamo?»
«Vuol dire che ci daremo altri appuntamenti, uno dietro l’altro. Io sarò sempre contento di cercarti.» Ed era sincero, quanto assurdo.
Apro gli occhi. tic tac tic tac, improvvisamente mi rendo conto che il tempo è continuato a passarmi attraverso mentre mi sono fermato un attimo sul divano, con ancora le chiavi di casa in mano e la giacca al mio fianco. Guardo la macchia di stucco umido in direzione a dove c’era il buco, il soffitto è a chiazze grigie e bianche, come il cielo se dovesse quasi piovere e arriva il brutto tempo.
Mi alzo e allungo il materasso da sotto il divano, poi inizio a spiegare le lenzuola e a sistemare i cuscini per la notte.
Penso ancora a cosa mi sia appena successo. Blackout, flashback, mi vengono in mente solo parole di un’altra lingua che sembrano indicare solamente che pezzi del mio cervello stiano andando persi per strada. L’incontro di ieri con la psicologa del lavoro per parlare di stress deve avermi un po’ condizionato. Vado in bagno, mi lavo la faccia, mi spruzzo di tiarè e mi siedo al piano. Devo augurare buon compleanno.
Le prime note e mi perdo ancora. Faccio un viaggio, stavolta. Improvvisamente mi trovo ad occhi aperti, in uno spazio che non si può descrivere. Accompagnato dai tasti bianchi e neri, sono tra le nebbie e le polveri del cielo, immerso in tutte le sfumature del rosso. E’ ancora presto per sognare, per un altro appuntamento, ma se dovessi incontrarla, stanotte, so che lo farei qui, dove nascono le nuvole.

Soundtrack: Emanuele Campagnolo – Homeland of Clouds (Piano Solo)

cosmos05_06

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