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Mese: giugno, 2014

COSA PREZIOSA

Hai presente come nel film “Il Mago di Oz”, quella ragazza, Dorothy? Hai presente la sua fantastica avventura meravigliosamente a colori, no? Alla fine ritorna nella sua fattoria, tutta noiosamente in bianco e nero.
Ecco com’è questa donna. Prima di conoscerla sapevo esattamente come sarebbe andata la mia vita. Poi l’ho conosciuta e improvvisamente ho visto un futuro completamente diverso per me. A colori. Una volta che hai visto Oz, come fai a tornare in Kansas?

Ethan Haas

Le disse nella sua lingua appena comprensibile che per lui, lei, era una cosa preziosa. Le disegnò una pietra dal taglio ottagonale, che sembrava un diamante allo stato grezzo.
«Preziosa tipo così» le disse.
«Tu tipo così» rispose lei, indicandogli col dito il cielo.
«Una notte stellata?» le domandò.
«Sì»
«Pensa a quanti desideri potresti esprimere allora!»
«Non proprio» disse pensierosa «Sono troppi».
«Non devi esprimerli subito» la riprese «Sei sempre la solita frettolosa!»
Lo guardò incuriosita e mentre abbassava di nuovo la testa si lasciò scappare un sorriso.
Ciò che sentiva era il rumore dello sferragliare sotto i piedi, quasi come fosse un battito cardiaco scoordinato e fuori sincrono. Il rumore della velocità del treno che lo riportava a casa dopo l’ennesimo viaggio. Si ricordò quando studiava il pianoforte da piccolo, i rimproveri degli insegnanti che gli dicevano di sforzarsi a suonare lentamente per imparare ad andare a tempo, e che ci sarebbe stato il momento in cui avrebbe potuto accelerare senza sporcare e perdere la sincronia. Dettagli. Un infinito album di dettagli da sfogliare e memorizzare. Ognuno di questi dettagli sarebbe servito per migliorare, di volta in volta. Anche nella musica. Ma prima di tutto nella disciplina, nella pazienza che rende più forti rispetto a chi la testa la perde subito. Dettagli che gli avrebbero insegnato il giusto modo di aspettare qualcuno e qualcosa, godendone ogni attimo senza cercare di bruciarne le tappe.
Lui pensava a lei e sapeva che anche lei in qualche modo pensava a lui. Non se ne chiedeva la maniera o la quantità, non temeva la diversità di pensiero rispetto a quelli nella sua testa. Guardava fuori dal finestrino e in silenzio rifletteva sui propri, di desideri. Lo sapeva già, dentro di sé, che lei lo avrebbe aspettato, il prossimo incontro, e allo stesso tempo non se ne sarebbe aspettata le sfumature, così da non rimanere delusa da aspettative finte costruite dall’istinto dentro alla mente, quelle aspettative che annegano la parte bella dei momenti. E sì che le donne a tutto questo ci pensano ma sanno dare un inizio e una fine al loro desiderio, lo conservano da qualche parte totalmente segreta e lo tirano fuori, poi, quando la realtà lo sfiora davvero. Mai, se non in questi momenti, riuscireste a vedere un sorriso di donna più vero.
Quasi si addormentò, pensando a lei, con la testa poggiata sul braccio a sorreggerla. Intanto correva in avanti il serpente di ferro, tutta la notte, puntando i fari contro il buio, per arrivare a casa.
Una notte stellata?
Sì.
Una volta che hai visto Oz, come fai a tornare in Kansas?

Soundtrack: Sparklehorse – All Night Home

autoritratto in treno

A LETTO CON KANDINSKY

Guardo nello specchio. Gli occhi irrorati di sangue sembrano disegnare il ritratto di un moribondo strafatto di acidi.
La puzza nell’aria del bagno mi fa trattenere il fiato per dieci, undici, dodici secondi netti. Quindici. Immergo la faccia sotto il getto d’acqua ghiacciata. Diciannove. Non respiro ma ritrovo il sollievo perso in un vagone asfissiante, attraversando la riviera. Ventidue. Prendo fiato. Gocciolo nel lavabo alla base dello specchio. Il neon sulla mia testa sfarfalla un attimo. Mi asciugo nella felpa come fosse un asciugamani. Trascino la valigia sulla mobile che scende al binario mentre annunciano l’arrivo della freccia.
Entro. Esco da Bologna e mi perdo nei pensieri. I miei acidi, loro. M’incollo con la barba ancora umida al vetro a guardare la palla di fuoco che cade verso la parte bassa di un cielo rosa. Le nuvole strette sembrano bastoncini d’appoggio lasciati sospesi e fessure sottilissime che squarciano la tela.
Non è la prima volta che mi capita un cielo di vaniglia. In albergo queste notti dormivo con un Kandinsky sulla testa.

Batonnets-dAppui

PEPSI

Bevo Pepsi dopo tre birre.
Mi alzo. Mi siedo. Mi rialzo. Cammino. Giro attorno al tavolo. E ancora. E ancora. Ancora. Mi fermo. Mi appoggio. Trattengo il respiro. Mi siedo. Prendo un libro e lo apro senza nemmeno dar retta all’immagine di copertina. La copertina è rossa. Le pagine sono bianche. Bianche col nero delle parole scritte piccole che tra qualche anno forse non le vedo più.
Bevo Pepsi. Pepsi in lattina. Le birre, quelle di prima, erano alla spina.
Suono una scala al pianoforte. Salgo. Scendo. Risalgo veloce. Riscendo velocissimo. Dita dopo dita. Passo sopra col medio. Ancora dita. E dita dopo dita. Bianco. Nero. Bianco. Bianco. Nero. Bianco. Stecco. Entra lei, strana, in mezzo alle due note perfette.
Blues. Questo è blues. Dissonanze, sapori, mi infilo dove per tutti gli altri non c’è spazio.
Inizia a piovere. Lento. Poi forte. Poi fortissimo. Lo sento dal di qua della finestra. Però piove al di là della finestra.
Lei. C’è lei in mezzo alle mie cose. Lei non la pioggia ma fa rumore uguale, prima lenta poi forte e fortissimo.
Lei. La nota stonata in una scala monotona che la rende perfetta. La pioggia che spezza l’afa di un giornata. Bollicine dolci dopo la schiuma e l’amaro dell’ultima doppio malto. Faccio pensieri insoliti. Mastico desideri. Gioco su e giù con la linguetta della lattina.
Bevo Pepsi dopo tre birre. E canto amore alle persiane.

pepsi_edit

SENSI DI RAGNO

Scivolo sulle lenzuola senza spiegazzarle, leggero come fossi invertebrato, sento e mi soffermo su quel rumore trascinato delle gambe che si distendono strisciando sulla superficie del letto.
Perdo il viso ancora addormentato nell’acqua che sgorga dal lavandino del bagno e mi congela il naso, per quanto e fredda, ed entra nelle narici e mi toglie il respiro mentre mi rinfranca dal caldo della notte.
Gli occhi rossi, che ancora è troppo presto per svegliarmi adesso di domenica, li caverei e li lascerei riposare sul comodino mentre il resto di me avanza per strada tastando il muro come fossi un aracnide cieco.
Mi vesto, in fretta, con pezzi di ieri e cose nuove di oggi presi a caso da cassetti e da grucce difettose appese in giro per la cabina. Tintinnano tra di loro, quando si toccano, gli appendini di metallo, come fossero i sonagli di una slitta che si fa strada nella coltre di nebbia e neve.
Casa in questi giorni è piena di sorrisi e di racconti che vengono da lontano, la mia mente è qui a catturare ed ascoltare e intanto è anche altrove, e altrove è allo stesso tempo quel posto e quella persona che racchiusi in una parola sola suona come desiderio.
Avanzo sulla pietra con le scarpe ancora umide dall’acqua di ieri sera. La tempesta è finita. Lo sento nell’aria, nel sibilo del vento fresco che stuzzica l’orecchio. Ne sento il verso, ne percepisco il profumo, se schiudo appena le labbra sintetizzo il suo sapore strano che finisce dritto nello stomaco e sembra di rifare colazione.
Dicono che dopo la pioggia c’è quel momento di quiete indescrivibile. E la città riprende fiato dopo aver russato una notte intera e le strade sono ancora deserte che sembrano sconosciute. Lo sferragliare del 23, tra tutti tram fermi in stazione, è l’unico rumore distorto diverso dal silenzio e lo zompettare dei piccioni sull’asfalto sembra una linea di batteria normalizzata a meno quaranta decibel.
Ascolto il bridge di questa traccia in cui ogni strumento finisce il suo solo e va in muto. Rimane di base il feedback di una ronza elettrica come di un cavo di chitarra sbilanciato e messo a terra. Sembra scoppiettare leggermente come se l’aria umida investisse una carica di corrente ad alta tensione. Alzo la testa. Mi perdo negli scambi di ogni cavo di questa gabbia che la città tesse sulla mia testa ogni notte, come fosse una nuova ragnatela: in ogni direzione, si aggancia a un punto e corre verso l’altro capo della città, quasi non ci faccio più caso se abbasso la mira del mio sguardo verso l’orizzonte.
Non si scappa da questa tela, mi attrae e mi incolla come la donna più bella dei miei pensieri mi si disegna adesso in testa. La differenza per sopravviverne, tra questi sensi e queste trappole, è capire quanto in proporzione ci si senta più ragno o moscerino sotto questo grigio del cielo al mattino.

Soundtrack: Alva Noto & Ryuichi Sakamoto – Moon

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NODO PIANO

Volevo scrivere, volevo scrivere da un po’. Il che è strano perché se solo volessi scrivere basterebbe piazzarmi davanti a un computer o su un foglio di carta con una penna in mano e qualcosa butto giù, ed essendo pensieri totalmente miei poi finisce che quello che scrivo di questi pensieri mi piace anche e me ne sto a rileggerlo tre o quattro volte di fila. Capita anche ad altri, sì, di starsene a leggere le proprie cose più e più volte, capita anche ad altri, sì, di starsene a leggere le mie cose più e più volte, forse però solo perché sono un po’ meno comprensibili. Ma, d’altronde, sono cose mie, che hanno probabilmente una lingua diversa dalle cose di tutti.
Penso che se questo posto, se queste strade non si siano ancora lamentate di questi miei andirivieni, forse iniziano davvero a sopportarmi, anche se i miei viaggi sono schematici come una lista di cose da comprare al supermercato:
Arrivato di sera che il tramonto lo guardo dal treno – sceso in stazione e – fotografato il tombino, un altro, sempre diverso. Ho le mie piccole tradizioni quando sbarco in questa terra. – Controllata una cosa di lavoro, – rientrato in hotel e – dormito dopo il classico risveglio milanese delle ore 5. – Risveglio e passeggiata per ricordarmi chi sono, dove sono e perché sono. – Un incontro, e qui finisce la lista e si rompe lo schema, a mezzogiorno, uno di quegli incontri che fino a poco tempo prima non avrei nemmeno immaginato potesse accadere. – Passeggiata, perché gli incontri da fermi o sono noiosi o troppo impegnativi e sotto quaranta gradi forse la cosa migliore è proprio non restare fermi, in qualsiasi occasione.
«Hai fatto tutti doppi nodi?» chiesi guardando il lavoro certosino di strappare e rilegare tra loro i lembi di salviette inumidificate come per formare una catena di micro lenzuolini per fuggire dall’ultimo piano della torre.
«Sì» rispose guardando il lavoro maniacale appena fatto.
«Mhm, vediamo quanti sono corretti e quanti no» e avvicinai la salvietta al naso per vedere meglio l’ordine dei nodi «Piano, quadro, quadro, ancora quadro, e quadro».
«Che differenza c’è?» chiese incuriosita.
«Che il nodo quadro è il meno corretto, e incasina tutto, il nodo piano è il più resistente e bello tra i nodi. Il più adatto».
Le slegai una scarpa, e presi le stringhe nelle due mani, tra le dita.
«Maschio e femmina» una cima e poi l’altra. «Maschio su femmina, passa dentro, di nuovo maschio su femmina e passa dentro. Tira. Annodato. Resistente. E se vuoi slegarlo basta spingere verso dentro. Il nodo si allenta. Tiri e si stringe, spingi e si allenta. Ha la forma di un abbraccio, anche se un abbraccio un po’ strano. Lo chiamano anche nodo dell’amicizia, che poi a guardarlo bene dalla sua forma questa non è amicizia.
Inconsapevolmente lo fai tutti i giorni questo nodo, quando allacci le scarpe, solo che ha più la forma di un fiocco.»
Spinsi in dentro le cime del nodo piano, si allentò e lo slegai. Poi presi ancora le due stringhe tra le dita e le riannodai la scarpa nel modo normale, nodo e doppio nodo. Mi accorsi allora che era rimasta attenta a tutto, ogni parola e ogni movimento delle stringhe che da libere si intrecciavano e poi si slegavano e poi ancora facevano un altro nodo. E in quel momento improvviso di silenzio me ne stavo seduto lì accanto e guardavo avanti cercando di mettere a fuoco la pioggia che sembrava non esserci per quanto fine. Nel mentre mi perdevo nello scrosciare dell’acqua e capivo che a pochi metri da lì, fuori dalla tettoia del portico, diluviava ancora, per strada. I miei pensieri non si frenano, davanti alla pioggia, e i ricordi di bambino diventano desideri di adulto, e si mischiano, come sulla tavolozza di legno, e sono dipinti dei colori del gioco insieme ai colori della passione e degli istinti più primitivi. Colori che rimangono, come per gli affreschi nel tempo, e che quasi non è necessario farne manutenzione ché restano già da soli ben saldi al muro.
La lista e lo schema sfaldati si ricompongono e così come nell’incoscienza di partire ci si ritrova nella coscienza di dover tornare.
In treno, disperso da qualche parte mentre ritorno a casa, un signore, seduto due sedili di fronte a me, risponde al telefono e riceve la brutta notizia di una perdita.
«È morto?» ripete ad alta voce.
Intorno a me si alzano delle teste incuriosite e ci guardiamo tutti un attimo sperduti e preoccupati. Mi affaccio dal sedile e guardo poco più avanti a me.
«Va bene, grazie!» conclude il tipo, attacca il telefono e si attacca alla bottiglietta dell’acqua ghiacciata. La beve tutta, occhi lucidi e lacrime pronte a sgorgare. La commozione non si nasconde, così come la tristezza interiore e la mia curiosità infinita.
Che buffo, penso, il tema della morte che ritorna in me quando meno me lo aspetto. E io non ho paura, ho imparato a capire di tenersi strette le persone che vogliamo, anche nell’impossibilità di farlo totalmente, perché perderle o lasciarle andare sarebbe un’inutile sofferenza, se davvero non riusciamo a farne a meno. Guardo il telefono e faccio partire un brano, uno di quelli che conoscono tutti ma che a me suona da viaggio, cioè perfetto mentre si guarda fuori dal finestrino e si corre veloci come fanno i ricordi: Loro non, non parlavano per lei. Io sceglierò una vita tranquilla, una stretta di mano al monossido di carbonio. Niente sorprese. Niente allarmi e niente sorprese, per favore.
La pianura verde, le balle di fieno e i campi lasciati a maggese prima di rientrare in città hanno comunque i profumi di casa, mi rilassano e mi fanno perdere la concezione del tempo. Quasi non riesco a crederci che a pochi metri dalla campagna, la ferrovia si incanala in un imbuto di muri di cemento e poi finisce sotto la volta di ferro e vetro della Stazione Centrale. Lì attorno di verde e balle di fieno non è rimasto nulla, solo case su case catrame e cemento.
Sei già arrivato leggo in un messaggio con la coda dell’occhio mentre recupero valigia con una mano e sacca con l’altra, carico in spalla e mi avvio per il binario, verso l’uscita della stazione. E’ un messaggio senza punteggiatura, lì al centro del display, e penso di sapere che tono possa assumere tradotto in voce.
Diventa nostalgia quello che mi frulla in testa, improvvisamente, una grossa mancanza dentro di tutte quelle cose e di quei dettagli che raccolgo nel viaggio e che caratterizzano vuoti dentro di me, come quei pezzi di puzzle persi sotto al letto da bambini mentre si stava sopra a lottare coi cuscini.

Soundtrack: Radiohead – No Surprises

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PENSAVO FOSSE AMORE… INVECE ERA UN CALESSE

Volete dire allora che per esempio, non so se mi spiego, che il mondo intero, no?, il mondo intero proprio, dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole… è la metafora di qualcosa?

Il postino

Mi ero detto di non scrivere niente o di citare solo qualche riga su bianco, parole che da questa mattina ho in mente e mi fanno sorridere perché mi fanno ricordare.
Io e Napoli non abbiamo mai avuto tanto a che fare. Lo dico da terrone, senza alcun risentimento, anzi, avrei voluto viverla un po’ di più e a mio modo. Ne sento i profumi nei ricordi degli sbarchi al porto nei viaggi con mamma e papà, da bambino, nelle voci di qualche amico e collega di oggi, nel sapore della pizza che penso non andrà più via, nelle albe di Capri passate a tirare cavi audio per andare in diretta alle 9 del mattino e nel caffè lasciato pagato la mattina al bar.
E poi c’è Massimo, o per lo meno c’era, in casa mia, spesso, quando ero piccolo.
«Hanno finito di lavorare alle scene del film e lui doveva essere molto stanco, è andato a dormire e non si è più svegliato». Così cercò di spiegarmi mio fratello quando appresi della notizia e sputai fuori, senza alcun pudore, la domanda meno opportuna al momento. Ma come ha fatto a morire? E ne restai elettrizzato, forse impressionato ma non impaurito, perché in cuor suo anche un bambino che inizia a comprendere le dinamiche strane della vita ha un suo pensiero riguardo la morte. Ricordo che mandavo indietro decine di volte il nastro della videocassetta per rivederle, le ultime scene del film in cui il postino è inquadrato solo di spalle perché magari qui era già morto e hanno usato un altro, dicevo tra me e me.
E poi d’improvviso resto senza parole, pieno di pensieri, devo alzarmi e girare per casa, sedermi al piano e suonare qualche nota con una mano sola.
Tu dimmi quando quando, dove sono i tuoi occhi e la tua bocca, forse in Africa che importa accompagno con una voce un po’ strozzata e mentre mi allontano dai tasti la fischietto ancora. Silenzio. Pensavo fosse amore… invece era un calesse, codice C23, tra i VHS registrati in casa: C per Commedia, il numero per la sequenza crescente. Avevo imparato a riconoscerli così i film e ancora oggi alcuni li ricordo a memoria. Anche i nuovi, quando inizio a vederli in casa o al cinema, hanno davanti una lettera per il loro genere e un numero a tre cifre disperso da qualche parte nella mente.
«Che soddisfazione! Scrivi una cosa e canta Pino Daniele!» diceva Massimo ascoltando le prime note alla chitarra di Quando, in una camera d’albergo, seduto su una poltrona che sembra vecchia a guardarla oggi. Non posso che rimanere affascinato, dalla musica, dalle persone normali e dalle emozioni.
Dove sono le tue mani ed il tuo naso, verso un giorno disperato 
E ritorno al piano, appoggiando un accordo di LA Settima. Mi schizza in testa il pensiero di una donna, e quasi m’acceca, accompagnato da un desiderio forte. DO Settima. SOL Settima Aumentata.
Ma io ho sete, ho sete ancora.

Pino Daniele e Massimo Troisi – “Quando”
Soundtrack: Luis Bacalov – Il Postino

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PENTATONICHE APNEE

Si era svegliato con ancora la voglia di dormire ché oggi non si lavora e dovete mollarmi tutti. Era il suo classico pensiero del sabato e della domenica mattina, quando poteva starsene a casa e dedicarsi a sé, eliminare dalla faccia della Terra ogni orologio e concepire realmente la dimensione del tempo. Ovvero nulla.
Mosse le gambe sotto al lenzuolo e percepì un ostacolo nel loro cammino: liscio, caldo, che si sfregava contro di lui. Si girò e lo vide, il suo viso appena sveglio, che gli sorride, chissà da quanto mi sta guardando, pensò. A lui piace un sacco quando è appena sveglia, con i segni della notte ancora addosso che ci mettono le ore ad andare via ma gli piace guardare gli occhi svegli da poco, che hanno un’altra luce, leggera, che si sta accendendo appena.
Gli si avvicinò, lasciando uno strascico di capelli sul cuscino, gli mise le mani addosso e lo accarezzò, prima, poi iniziò a sfilargli la maglietta, lentamente, cercando di non tranciargli il mento e poi il naso, tirando fuori l’imboccatura dalla testa. Si alzò sulle ginocchia nude lasciando scivolarsi addosso le lenzuola e, prima un braccio, poi l’altro e la testa, indossò lei la maglia. Un furto, ma a lui è sempre piaciuto questo suo fare da ladra.
«Se hai freddo te la rimetto!» aveva detto fissandolo con il suo sguardo furbo.
«Naa, non fa freddo qui» gli rispondeva mentre iniziava a ricambiare il furto martellando con le dita sulla maglietta fino a raggiungere il lembo in basso. Le aveva già infilato le mani sotto, a contatto con la schiena, e l’aveva tirata a sé, in basso, su di lui, lungo tutto il suo corpo scoperto. Sentiva la differenza netta tra l’odore delicato di lei sulla pelle e il proprio, più forte, di cui era pregna la maglia.
«Si sta bene qui dentro» gli aveva appena sussurrato mentre, come in una cerca al tesoro, le mani di uomo si lasciavano pressare sulla pelle di lei dalla maglia che si piegava sulla sua schiena. Era uno che le muoveva spesso, le mani, forse perché a tenerle ferme si era accorto fin da piccolo che inaspettatamente iniziavano a tremare impercettibili o forse perché la sua principale donna, la musica, lo incatenava tutti i giorni al pianoforte e le sue dita erano soggette al ritmo e alle melodie anche quando i tasti riposano.
Mentre lei incastrò la sua testa tra il mento e la spalla di lui, appoggiandosi sul suo collo, iniziò come a sentirsi suonare lungo il corpo da mani esperte e veloci, delicati martelletti sulla pelle che non fanno vibrare le corde d’acciaio armonico ma quelle dei sensi, sotto la superficie pallida e tiepida del corpo. Il suo volto se ne stava immobile, con gli occhi che puntavano e cercavano di mettere a fuoco il collo di lui che mostrava a momenti le vene, si contraeva e poi si rilassava. Nel mentre sentiva scivolare polpastrelli lungo la schiena, dalle spalle ai fianchi, come se inseguisse scale pentatoniche sui tasti, mangiando i semitoni e coprendo con una falcata l’intera ottava in pochi secondi.
Si sentì afferrare la coscia e tirarla in alto, fece come per scavalcarlo e sedercisi sopra, avvinghiandolo per non farlo scappare. Lui percepì la morsa che iniziava a stringerlo e il suo respiro sul collo diventare più profondo. Risalì lungo la tastiera di carne fino al costato, lo afferrò e lo avvicinò ancora di più a sé, come se già non ci fossero abbastanza parti di pelle, tra i due, appiccicate quasi fino a sudare. Accompagnò le dita lungo il suo braccio, sottile e liscio, si incastrò nella sua mano e la portò al collo. Premette con le dita sulle sue, più affusolate, per farsi afferrare. Era come se la incitasse a suonare con lui, a fare un quattro mani.
Tornò a suonare un accordo su una spalla con una mano, e sul collo con l’altra, a suonare la dominante, premette la sua nuca verso di lui, le accarezzò una guancia e le afferrò il viso. Piantò il suo naso contro l’altro, schiacciandone la punta morbida di cartilagine, iniziò a respirarle contro la bocca, ad appena un centimetro di distanza. La fissò negli occhi, tutto il tempo di questo andante lungo il corpo, si concentrò fino a sincronizzare il fiato. Quando si è così vicini i respiri iniziano a suonare allo stesso tempo.
«Chiudi gli occhi» delicatamente le consigliò «Cosa senti?»
«Tutto! Sento tutto te!» rispose con un filo di voce mentre socchiudeva le palpebre.
Il contatto era inevitabile: pancia contro pancia, la pelle delle braccia che sfregava contro il collo e i capelli, le gambe intrecciate senza ormai nessun senso logico, la mano di lui che le stringeva il viso, due respiri che vanno all’unisono insistenti e lenti.
D’improvviso, quello che lei sentì fu il silenzio, totale, come quell’attimo in cui tutta l’aria intorno viene risucchiata via per fare un sottovuoto. Capì che era ancora viva, forse più di prima, quando sentì premere le sue labbra, ancora asciutte per pochi attimi, contro il morbido, appoggiate alle altre, di lui, che le rubavano un bacio.
L’ultimo suono ch’ella percepì distintamente fu il suo naso che espirava profondamente, dopo una fatale apnea, mentre si lasciava totalmente andare verso l’ignoto.

Soundtrack: Debussy – Arabesque #1 – Piano Solo

morning bed

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