SENSI DI RAGNO

di icecamp

Scivolo sulle lenzuola senza spiegazzarle, leggero come fossi invertebrato, sento e mi soffermo su quel rumore trascinato delle gambe che si distendono strisciando sulla superficie del letto.
Perdo il viso ancora addormentato nell’acqua che sgorga dal lavandino del bagno e mi congela il naso, per quanto e fredda, ed entra nelle narici e mi toglie il respiro mentre mi rinfranca dal caldo della notte.
Gli occhi rossi, che ancora è troppo presto per svegliarmi adesso di domenica, li caverei e li lascerei riposare sul comodino mentre il resto di me avanza per strada tastando il muro come fossi un aracnide cieco.
Mi vesto, in fretta, con pezzi di ieri e cose nuove di oggi presi a caso da cassetti e da grucce difettose appese in giro per la cabina. Tintinnano tra di loro, quando si toccano, gli appendini di metallo, come fossero i sonagli di una slitta che si fa strada nella coltre di nebbia e neve.
Casa in questi giorni è piena di sorrisi e di racconti che vengono da lontano, la mia mente è qui a catturare ed ascoltare e intanto è anche altrove, e altrove è allo stesso tempo quel posto e quella persona che racchiusi in una parola sola suona come desiderio.
Avanzo sulla pietra con le scarpe ancora umide dall’acqua di ieri sera. La tempesta è finita. Lo sento nell’aria, nel sibilo del vento fresco che stuzzica l’orecchio. Ne sento il verso, ne percepisco il profumo, se schiudo appena le labbra sintetizzo il suo sapore strano che finisce dritto nello stomaco e sembra di rifare colazione.
Dicono che dopo la pioggia c’è quel momento di quiete indescrivibile. E la città riprende fiato dopo aver russato una notte intera e le strade sono ancora deserte che sembrano sconosciute. Lo sferragliare del 23, tra tutti tram fermi in stazione, è l’unico rumore distorto diverso dal silenzio e lo zompettare dei piccioni sull’asfalto sembra una linea di batteria normalizzata a meno quaranta decibel.
Ascolto il bridge di questa traccia in cui ogni strumento finisce il suo solo e va in muto. Rimane di base il feedback di una ronza elettrica come di un cavo di chitarra sbilanciato e messo a terra. Sembra scoppiettare leggermente come se l’aria umida investisse una carica di corrente ad alta tensione. Alzo la testa. Mi perdo negli scambi di ogni cavo di questa gabbia che la città tesse sulla mia testa ogni notte, come fosse una nuova ragnatela: in ogni direzione, si aggancia a un punto e corre verso l’altro capo della città, quasi non ci faccio più caso se abbasso la mira del mio sguardo verso l’orizzonte.
Non si scappa da questa tela, mi attrae e mi incolla come la donna più bella dei miei pensieri mi si disegna adesso in testa. La differenza per sopravviverne, tra questi sensi e queste trappole, è capire quanto in proporzione ci si senta più ragno o moscerino sotto questo grigio del cielo al mattino.

Soundtrack: Alva Noto & Ryuichi Sakamoto – Moon

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