PEPSI

di icecamp

Bevo Pepsi dopo tre birre.
Mi alzo. Mi siedo. Mi rialzo. Cammino. Giro attorno al tavolo. E ancora. E ancora. Ancora. Mi fermo. Mi appoggio. Trattengo il respiro. Mi siedo. Prendo un libro e lo apro senza nemmeno dar retta all’immagine di copertina. La copertina è rossa. Le pagine sono bianche. Bianche col nero delle parole scritte piccole che tra qualche anno forse non le vedo più.
Bevo Pepsi. Pepsi in lattina. Le birre, quelle di prima, erano alla spina.
Suono una scala al pianoforte. Salgo. Scendo. Risalgo veloce. Riscendo velocissimo. Dita dopo dita. Passo sopra col medio. Ancora dita. E dita dopo dita. Bianco. Nero. Bianco. Bianco. Nero. Bianco. Stecco. Entra lei, strana, in mezzo alle due note perfette.
Blues. Questo è blues. Dissonanze, sapori, mi infilo dove per tutti gli altri non c’è spazio.
Inizia a piovere. Lento. Poi forte. Poi fortissimo. Lo sento dal di qua della finestra. Però piove al di là della finestra.
Lei. C’è lei in mezzo alle mie cose. Lei non la pioggia ma fa rumore uguale, prima lenta poi forte e fortissimo.
Lei. La nota stonata in una scala monotona che la rende perfetta. La pioggia che spezza l’afa di un giornata. Bollicine dolci dopo la schiuma e l’amaro dell’ultima doppio malto. Faccio pensieri insoliti. Mastico desideri. Gioco su e giù con la linguetta della lattina.
Bevo Pepsi dopo tre birre. E canto amore alle persiane.

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