A LETTO CON KANDINSKY

di icecamp

Guardo nello specchio. Gli occhi irrorati di sangue sembrano disegnare il ritratto di un moribondo strafatto di acidi.
La puzza nell’aria del bagno mi fa trattenere il fiato per dieci, undici, dodici secondi netti. Quindici. Immergo la faccia sotto il getto d’acqua ghiacciata. Diciannove. Non respiro ma ritrovo il sollievo perso in un vagone asfissiante, attraversando la riviera. Ventidue. Prendo fiato. Gocciolo nel lavabo alla base dello specchio. Il neon sulla mia testa sfarfalla un attimo. Mi asciugo nella felpa come fosse un asciugamani. Trascino la valigia sulla mobile che scende al binario mentre annunciano l’arrivo della freccia.
Entro. Esco da Bologna e mi perdo nei pensieri. I miei acidi, loro. M’incollo con la barba ancora umida al vetro a guardare la palla di fuoco che cade verso la parte bassa di un cielo rosa. Le nuvole strette sembrano bastoncini d’appoggio lasciati sospesi e fessure sottilissime che squarciano la tela.
Non è la prima volta che mi capita un cielo di vaniglia. In albergo queste notti dormivo con un Kandinsky sulla testa.

Batonnets-dAppui

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