reading, writing

Mese: luglio, 2014

SUMMERTIME

O siamo fisicamente e psicologicamente predisposti a combinare disastri ogni estate, oppure semplicemente sono le estati che portano cambiamenti nelle nostre vite. Se ci pensate anche voi avete almeno un ricordo ben messo a fuoco di ogni vostra estate.
Tre estati fa me ne stavo nel bel mezzo di un tour, seduto in spiaggia accanto al mio direttore artistico a bere una birra, ascoltare il dj set di fine giornata e a parlare dei dischi che programmavamo negli anni 80, ridendo dei ricordi. Poi il passo lento di Ale, a piedi scalzi sulla sabbia, che ci raggiunge con una birra in mano e ci dice a voce bassa «è morta Amy Winehouse». Incrocia le gambe e si siede per terra, lì vicino, a fissare la linea dell’orizzonte e il sole che ci cadeva dietro, nel silenzio che era calato d’improvviso.
Due anni fa io volevo tornare in tour, invece ero appena stato spedito a Jesolo a fare assistenza alla combriccola dello Zoo, una sorta di supereroe pronto a sistemare ogni danno. E’ il periodo di cui ricordo meno dettagli in verità, penso perché la mia lucidità era annebbiata dalle zero ore di sonno e le ventiquattro su ventiquattro di attività no-stop. Ricordo Pippo, che avvicinandosi la prima sera, mi diede una pacca sulla spalla chiedendomi “Sei pronto che domani si inizia?”. Poi il buio più totale. Solo il sedile del treno che mi riportava a casa dopo dieci giorni.
Un anno fa, in estate, iniziavo assiduamente a scrivere di nuovo su questo blog. Forse come ripiego all’essere rimasto single dopo una storia importante durata molto tempo, una storia a cui tenevo, e che è sfumata come tutto banalmente può sfumare nel tempo e se ne frega delle nostre sensazioni. Avevo in verità scritto qualcosa nei mesi precedenti, una sorta di promemoria a farlo più spesso dopo anni di non scrittura. Dovevo riprendere la mano, la testa e me stesso. Mi ero promesso questo. Poi, si sa, arriva l’estate, il tour, quelle cose che non ti aspetti, e di scrivere ne hai anche più volte al giorno che nemmeno Oscar Wilde era così ispirato durante la stesura del Ritratto.
Oggi voglio scrivere. Che è un po’ come avere fame in ospedale dopo un intervento. Vuol dire che stai sicuramente meglio. Vuol dire che sto soffrendo questo non avere tempo e rimanere in città senza andarmene in giro ma nello stesso tempo cercando di non perdere per strada pezzi importanti del me stesso che passa l’estate a Milano. Scrivo anche in mezzo alla lista della spesa. Ci penso, che sono matto, poi mi dico “e se mi scordo? Se le parole non tornassero più?”, allora prendo la penna e scarabocchio frasi sul fogliettino, tra latte e uova o tra yogurt e cereali, un po’ come Eminem faceva in 8Mile sui suoi pizzini per non scordarsi le rime.
Sull’ultima lista della spesa avevo scritto una frase che mi è venuta in mente salutando la cassiera dopo aver pagato.
“Raccolgo sorrisi e mi faccio nemici. Il duro compito del supereroe.”
Non avevo le monetine, ok, e solo un biglietto di grosso taglio. Ha sorriso mentre mi porgeva una mazzetta di resto per le tre cosette che avevo comprato e non avevo neanche chiesto il sacchetto per il gusto di non lasciarle altri dieci centesimi che non avevo. Tirchieria del giorno. Di solito non sono così. Ci vuole poco a farsi odiare e da buon ex-cassiere so che ci vuole ancor meno a odiare chi rifiuta il sacchetto pur avendone bisogno e ti piazza in mano il bigliettone di cui non ti farai più nulla per il resto della giornata, perché la parte difficile, per chi sta alle casse, è tenere sempre a disposizione più tagli piccoli possibili per dare il resto.
Così uscendo dal supermercato avevo appuntato quella frase sul biglietto che avevo infilato a metà della settimana enigmistica.
Strano come questi dettagli vengano in mente mentre sto seduto sul cesso a fissarmi i boxer sfilati ad altezza caviglia. Io e i boxer abbiamo sempre avuto una vita complessa, fattore di ingestibilità del contenuto per farla breve: lui, lì dentro, fa quello che vuole e io non riesco a tenerlo a bada. Dunque, guardando i boxer sfilati ho pensato alla cassiera e all’odio che mi ha certamente scaricato addosso. Mi succederà qualcosa sicuramente, magari morirò giovane.
Riempio le zone col puntino dentro colorandole precise fino al bordo, una ad una, fino a formare il disegno completo fatto di macchioline colorate in sensi diversi. Legge numero uno del colore: rispettare l’andamento e incrociare con criterio. Se fosse un film sarebbe stato “non incrociare i flussi”. Ma a me piace così, il mio scarabocchio sulla settimana enigmistica. Bello e ignorante. Confuso e felice come nella canzone. Quando sto riguardando la mia opera d’arte espressionista appena realizzata e convincendomi sempre più che devo scrivere qualcosa sui dettagli strani che mi tornano in mente parte una canzone random dall’altra stanza. Pianoforte, accenni di jazz, una voce che a me fa sempre un certo effetto. Summertime. Da fuori arriva un tuono, ecco, l’odio della cassiera che incombe. Però mi sa che intanto ho trovato un titolo.

Soundtrack: Norah Jones – Summertime

Summertime

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E LA CHIAMANO ESTATE

Non ho mai capito cosa succeda il lunedì mattino per essere ipotizzato, definito e poi concretizzato come giorno totalmente out di tutta la settimana, che poi, povero lui, è anche il primo di tutta la serie e da buon apri-fila direi che ha la responsabilità maggiore. Sulla settimana e anche su di me. Credo però che se il lunedì lo guardiamo storto in partenza, qualcosa di storto sicuro poi arriva: causa ed effetto, auto convinzione, effetto placebo, chiamiamola pure come volete.
Più che la settimana storta io però direi che è proprio la stagione che è arrivata col piede sbagliato. E qui le cose sono due: o magicamente ci siamo teletrasportati in qualche zona vicino la foresta amazzonica oppure ci siamo impegnati talmente tanto a pregare che non arrivasse il caldo estenuante degli scorsi anni da scatenare tutto l’effetto opposto.
Un po’ di grilli si fanno largo nella mia testa in questi giorni perché come il natale quando arriva arriva e i supermercati si riempiono di panettoni, l’estate porta qualcosa con sé: storie, amori strani, lavori, proposte e telefonate improbabili. E pare che io stia rispondendo a tutte quante. Un tempo me ne stavo con l’attesa dell’ultima campanella di scuola, che voleva dire da domani in spiaggia a impanarmi nella sabbia e sguazzare in acqua tipo pesce palla. Oggi a quanto pare di campanelle non se ne sentono più e il mare lo vedo col cannocchiale, nei calendari dei fornitori appesi al muro in ufficio. La mia follia è arrivata al culmine, tanto da farmi scaricare un file di quattro ore in cui è campionato il suono delle onde dell’oceano, e la mattina alle 7, dopo aver dato il via alle trasmissioni in radio, lo metto in play e alzo a palla il canale del mixer per ascoltarmelo, in privato, ad occhi chiusi, dandomi del cretino ogni minuto consapevole del fatto che mi sto solo tirando la zappa sui piedi.
Io non sono uno che soffre il mare. In entrambi i sensi: sia a stare sulla barca, che di barca ne ho fatta un po’, a vela, e di traghettate su navi un po’ più grosse altrettante; sia a stare lontano dal mare, e questo da isolano verace quale sono posso capire che potrebbe suonare un po’ più strano. Mi piace la città, mi dà quel senso di vita che non si ferma, ed è il senso di cui ho bisogno per andare avanti, però mi piace anche ritagliare il mio spazio di relax, in cui posso pensare per me e staccare la testa dalla spina metropolitana, un po’ come il mega jack dalla nuca di Keanu Reeves quando usciva da Matrix.
Mi sono detto di non pensare almeno per un po’ alle possibilità sui vari fronti che quest’estate mi può offrire, e di capire se sono io principalmente pronto a dire sì o no a qualcosa che di certo può cambiare le carte in tavola, anche se non cambierebbe me in ogni caso. Forse il suono delle onde al mattino può farmi da mantra, o forse può farmi addormentare sul posto di lavoro e farmi pentire, al risveglio, di non essere in spiaggia a sorseggiare spritz e mojito.
Intanto Milano viene sommersa dalle acque del diluvio universale, ché lui in ferie pare non volerci andare quest’anno.
E la chiamano estate, quest’estate, senza estate?

Soundtrack: Bruno Martino – E la chiamano estate

sapore di mare_un anno d'amore_isabella ferrari_pioggia

FACCIO IL GIRO DEL QUARTIERE

Il mio amore è Hiroshima. Vedete i danni che può causare la passione: si arriva quasi a citare Marguerite Duras.
Guardo una mosca che sbatte contro la finestra della mia camera e penso che è come me: c’è un vetro fra lei e la realtà.
La doppia vita è il lusso degli schizofrenici. […] E’ finita. È. F.I.N.I.T.A. E’ incredibile che io possa scrivere queste sette lettere così facilmente, mentre sono incapace di accettarle. A volte mi capita di avere crisi di megalomania: se lei non mi vuole, mi autoconvinco, allora io non la amo più! Lei non è alla mia Altezza? Peggio per lei! Povera scema! Ma questi sussulti d’orgoglio non durano a lungo perché non ho un istinto di sopravvivenza abbastanza sviluppato.
Vi prego di scusarmi, gli scrittori sono persone lagnose, spero di non annoiarvi troppo con il mio dolore. Scrivere è lamentarsi. Non c’è una gran differenza tra un romanzo e un reclamo alle Poste.

Frédéric Beigbeder

Ci sono giorni in cui mi sveglio spento, e tutto sommato provo a starci dentro. E’ la prima frase che mi è venuta in mente, non perché io abbia in mente Omar (Pedrini ndr) anche se effettivamente l’ho rivisto da poco in radio ed è stata una piacevole sorpresa. Forse però me la canto in testa per giustificare quell’immagine di me allo specchio, con gli angoli della bocca inclinati verso il basso e le sopracciglia aggrottate che disegnano una faccia triste, come a farmi sembrare quasi cattivo.
In realtà penso di essere arrabbiato davvero. Arrabbiato con me che ho mille cose da fare e altrettante migliaia che si intromettono all’ultimo secondo ma sembrano avere la priorità su me stesso, sulla mia vita privata e quasi sul mio respiro. Arrabbiato perché non riesco a ritagliare i miei momenti. Non suono e non scrivo più, e questo però lo so che è l’estate, maledetta, che brucia via silenziosa ogni possibilità così come senz’avvertire scotta le spalle che poi non ci dormi più la notte per una settimana.
Accendo il computer ché magari mi svago un attimo, fuori inizia a far buio ma non ho intenzione di alzarmi da qui per schiacciare un interruttore. Lascio che le pupille si dilatino come negli occhi dei gatti per guardare bene anche al buio più pesto, come facevo di notte da piccolo nei boschi ai campi dei boy scout. Inciampo negli articoli, leggo ancora di Giorgio (Faletti ndr) e sbuffo. Tolgo le mani dalla tastiera e dal mouse e stringo il pugno. Voglio avere il mio ricordo della gente morta, non essere tartassato da mille articoli. Io Giorgio me lo ricordo con il suo maglione a dolcevita nero a maglie larghe e la barba bianchissima, che ride e mi prende in giro per la mia pignoleria nel sistemargli il microfono davanti alla faccia prima di iniziare l’intervista in diretta. Chiudo la finestra e ne apro un’altra. A ottobre esce il nuovo album dei Pink Floyd. Senza Richard Wright. Mh. Lagnoso, ancora una volta. Sono un pianista, perdonatemi, e sono dettagli a cui io devo pensare, anche se sto finendo per pensare a persone morte una dopo l’altra. Forse sono davvero arrabbiato con me, penso, oggi non mi sopporto. E adesso ho anche voglia di prenotare subito quel disco.
Mi alzo, arrivo a prendere Wish You Were Here e lo metto su. Schiaccio play, volume basso. Prendo le chiavi e mentre la musica cresce io esco di casa. Mi chiudo il portone dietro le spalle. Scendo in strada e inizio a camminare. Faccio il giro del quartiere. Non c’è anima viva, solo qualche faro che anticipa le macchine che girano nelle vie accanto. Sono tutti a San Siro ad ascoltare Vasco.
Pur non sentendolo, canticchio nella mia testa Shine On You Crazy Diamond, anche mentre risalgo per le scale fino al piano di casa, dopo appena tredici minuti. Entro in casa ed è appena partita Welcome to the Machine. Ne avevo tradotto il testo una volta e ne ero rimasto colpito. Alcune delle frasi le ho ancora fisse in testa. Benvenuto figliolo, benvenuto nella Macchina. Cos’hai sognato? D’accordo, te l’abbiamo detto noi cosa sognare. Hai sognato una grande star, suonava una splendida chitarra. Mangiava sempre allo Steak bar.
Ho sempre immaginato la Macchina come la città, il mostro che mi risucchia tra gli ingranaggi complessi di ogni giorno. Come una sfida uomo-androide ancora più complessa del finale di Matrix. La città-macchina per me è l’incanto, e non è un incanto di fata come nei sogni di bambino con mostri, ranocchi e principesse. E’ il modo in cui ci si può sentire vivi all’interno della complessità di ogni giorno.
La città incantata è il mio letto, di notte, e lei ci dorme incastrata tra le mie braccia, mente con le gambe si fa largo tra i sogni. E vorrei esserci anch’io. Lì dentro. Adesso.
Mi faccio strada in silenzio tra le vie strette per non svegliarle entrambe, sia lei che la città. Finché la nebbia non si sarà alzata e le prime luci spuntate dietro i monti che sembrano lontani miglia, me ne starò zitto a guardarle dormire. Così.

Soundtrack: Pink Floyd – Welcome to the Machine 

lambrate_milano

 

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