FACCIO IL GIRO DEL QUARTIERE

di icecamp

Il mio amore è Hiroshima. Vedete i danni che può causare la passione: si arriva quasi a citare Marguerite Duras.
Guardo una mosca che sbatte contro la finestra della mia camera e penso che è come me: c’è un vetro fra lei e la realtà.
La doppia vita è il lusso degli schizofrenici. […] E’ finita. È. F.I.N.I.T.A. E’ incredibile che io possa scrivere queste sette lettere così facilmente, mentre sono incapace di accettarle. A volte mi capita di avere crisi di megalomania: se lei non mi vuole, mi autoconvinco, allora io non la amo più! Lei non è alla mia Altezza? Peggio per lei! Povera scema! Ma questi sussulti d’orgoglio non durano a lungo perché non ho un istinto di sopravvivenza abbastanza sviluppato.
Vi prego di scusarmi, gli scrittori sono persone lagnose, spero di non annoiarvi troppo con il mio dolore. Scrivere è lamentarsi. Non c’è una gran differenza tra un romanzo e un reclamo alle Poste.

Frédéric Beigbeder

Ci sono giorni in cui mi sveglio spento, e tutto sommato provo a starci dentro. E’ la prima frase che mi è venuta in mente, non perché io abbia in mente Omar (Pedrini ndr) anche se effettivamente l’ho rivisto da poco in radio ed è stata una piacevole sorpresa. Forse però me la canto in testa per giustificare quell’immagine di me allo specchio, con gli angoli della bocca inclinati verso il basso e le sopracciglia aggrottate che disegnano una faccia triste, come a farmi sembrare quasi cattivo.
In realtà penso di essere arrabbiato davvero. Arrabbiato con me che ho mille cose da fare e altrettante migliaia che si intromettono all’ultimo secondo ma sembrano avere la priorità su me stesso, sulla mia vita privata e quasi sul mio respiro. Arrabbiato perché non riesco a ritagliare i miei momenti. Non suono e non scrivo più, e questo però lo so che è l’estate, maledetta, che brucia via silenziosa ogni possibilità così come senz’avvertire scotta le spalle che poi non ci dormi più la notte per una settimana.
Accendo il computer ché magari mi svago un attimo, fuori inizia a far buio ma non ho intenzione di alzarmi da qui per schiacciare un interruttore. Lascio che le pupille si dilatino come negli occhi dei gatti per guardare bene anche al buio più pesto, come facevo di notte da piccolo nei boschi ai campi dei boy scout. Inciampo negli articoli, leggo ancora di Giorgio (Faletti ndr) e sbuffo. Tolgo le mani dalla tastiera e dal mouse e stringo il pugno. Voglio avere il mio ricordo della gente morta, non essere tartassato da mille articoli. Io Giorgio me lo ricordo con il suo maglione a dolcevita nero a maglie larghe e la barba bianchissima, che ride e mi prende in giro per la mia pignoleria nel sistemargli il microfono davanti alla faccia prima di iniziare l’intervista in diretta. Chiudo la finestra e ne apro un’altra. A ottobre esce il nuovo album dei Pink Floyd. Senza Richard Wright. Mh. Lagnoso, ancora una volta. Sono un pianista, perdonatemi, e sono dettagli a cui io devo pensare, anche se sto finendo per pensare a persone morte una dopo l’altra. Forse sono davvero arrabbiato con me, penso, oggi non mi sopporto. E adesso ho anche voglia di prenotare subito quel disco.
Mi alzo, arrivo a prendere Wish You Were Here e lo metto su. Schiaccio play, volume basso. Prendo le chiavi e mentre la musica cresce io esco di casa. Mi chiudo il portone dietro le spalle. Scendo in strada e inizio a camminare. Faccio il giro del quartiere. Non c’è anima viva, solo qualche faro che anticipa le macchine che girano nelle vie accanto. Sono tutti a San Siro ad ascoltare Vasco.
Pur non sentendolo, canticchio nella mia testa Shine On You Crazy Diamond, anche mentre risalgo per le scale fino al piano di casa, dopo appena tredici minuti. Entro in casa ed è appena partita Welcome to the Machine. Ne avevo tradotto il testo una volta e ne ero rimasto colpito. Alcune delle frasi le ho ancora fisse in testa. Benvenuto figliolo, benvenuto nella Macchina. Cos’hai sognato? D’accordo, te l’abbiamo detto noi cosa sognare. Hai sognato una grande star, suonava una splendida chitarra. Mangiava sempre allo Steak bar.
Ho sempre immaginato la Macchina come la città, il mostro che mi risucchia tra gli ingranaggi complessi di ogni giorno. Come una sfida uomo-androide ancora più complessa del finale di Matrix. La città-macchina per me è l’incanto, e non è un incanto di fata come nei sogni di bambino con mostri, ranocchi e principesse. E’ il modo in cui ci si può sentire vivi all’interno della complessità di ogni giorno.
La città incantata è il mio letto, di notte, e lei ci dorme incastrata tra le mie braccia, mente con le gambe si fa largo tra i sogni. E vorrei esserci anch’io. Lì dentro. Adesso.
Mi faccio strada in silenzio tra le vie strette per non svegliarle entrambe, sia lei che la città. Finché la nebbia non si sarà alzata e le prime luci spuntate dietro i monti che sembrano lontani miglia, me ne starò zitto a guardarle dormire. Così.

Soundtrack: Pink Floyd – Welcome to the Machine 

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