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Mese: agosto, 2014

DONNE CON LE SPINE

La prova che la nostra generazione è mal messa è il successo delle trasmissioni che parlano di sesso alla radio e alla tv, e l’infima percentuale di ragazzi che usano il preservativo per fare l’amore. Questo attesta che sono incapaci di parlarne normalmente. E se i giovani sono ridotti così, figuriamoci i giovani borghesi… Una catastrofe.
Alice non ha frequentato ambienti marci. Lei considera il sesso non come un obbligo, ma come un gioco di cui conviene scoprire le regole prima, eventualmente, di modificarle. Non ha nessun tabù, colleziona i fantasmi, vuole esplorare tutto. Con lei, ho recuperato trent’anni di ritardo. Mi ha insegnato ad accarezzare. Le donne, bisogna sfiorarle con la punta delle dita e della lingua; come avrei potuto indovinarlo se nessuno me lo avesse detto? Ho scoperto che si poteva fare l’amore in un sacco di posti (un parcheggio, un ascensore, i gabinetti di un locale notturno, i gabinetti di un treno, i gabinetti di un aereo, e perfino fuori dai gabinetti, sull’erba, in acqua, al sole) con ogni sorta di accessori (sado, maso, frutta, verdura) e in ogni sorta di posizione (sottosopra, soprasotto, scambio dei ruoli, legato, legante, flagellante di Siviglia, giardiniere dei Supplizi, distributore di bevande, pompa di benzina, mangiatrice di serpenti, domina demoniaca, 69 e altri numeri acrobatici). Per lei sono diventato più che etero, omo o bisessuale: sono diventato omnisessuale. Perché limitarsi?
Voglio scopare animali, insetti, fiori, alghe, soprammobili, mobili, stelle, tutto quello che ci sta. Ho perfino scoperto di avere una sorprendente capacità d’inventare le storie più incredibili solo per sussurrargliele nell’orecchio durante l’atto. Un giorno, ne pubblicherò una raccolta che schioccherà chi non mi conosce bene. In realtà sono diventato un vero e proprio maniaco perverso polimorfo, in poche parole, uno che se la gode. Non vedo perché solo i vecchi avrebbero diritto a essere libidinosi.
Riassumendo, se una storia di sesso può diventare una storia d’amore, il contrario è rarissimo.

Frédéric Beigbeder

«Le ragazze con cui esco hanno tutte i mostri sotto il letto»
«Sì… e un orsetto di peluche sopra per far sembrare la caverna del drago un castello di principessa!»
«Questa citazione non la conosco… ma mi piace»
«L’ho appena inventata. Sono o no un cantastorie?»
«Eh sì, lo sei. Ma solo se non te ne vanti. Io ho il panda come peluche.»

E poi finisce così: complimento più spina. Subito. Sul dito. Ahi! E la spina guarda caso me la becco sempre io, che prima sono azzeccante, poi un cantastorie, poi nerd, superquark, milanese, hipster, ancora più hipster. Più che il dolore e il fastidio della spina a me il pungente fa sorridere. Sono gusti. C’è a chi piace il piccante, c’è a chi piace il pungente.
La storia delle donne che sono come i fiori, le piante e tutto il resto infatti è vera, mica me l’ero inventata. E quando le donne sono cactus c’è poco da fare. Forse provare ad accorgersene e basta.
Ci sono quelle più antiche, dal fusto poco succulento e legnoso, dalle foglie lunghe e attraenti, ma che in caso di siccità improvvisa si afflosciano subito e muoiono. Ci sono le più giovani, dal corpo appiattito e spine speciali quasi di forma sferica e poi quelle dal fusto corto, dalle foglie piccole e dai fiori solitari.
In generale le donne cactus prediligono terreni sciolti, aerati e leggeri. Le specie forestali amano i terricci umidi pieni di insenttini e vermetti, mentre le restanti gradiscono una componente dominante di natura minerale, il cosiddetto uomo-roccia o coso-duro, fate voi.
Insomma, non sembrerebbe ma ne siamo circondati. Un po’ come nella teoria della conquista da parte degli alieni o dell’invasione dei dinosauri riemersi dai fondali oceanici, solo che, in questo caso, ne siamo già consapevolmente soggetti e scioccamente attratti.
Alcuni lo chiamano magnetismo, chimica di coppia, attrazione fatale, eterosessualità. In fondo è banalmente il cosiddetto istinto primitivo, come quello di battere la roccia fino a farla rompere e cadere sui piedi, per poi bestemmiare. Te la cerchi e te la prendi. Causa ed effetto.
Importante che la spina, almeno in quei momenti lì (quelli da imboscamento selvaggio), non finisca sul fianco o, peggio, da qualche altra parte.

Cactus-Feltro

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UN GUSTO UN PO’ AMARO (DI COSE PERDUTE)

Ginevra fumò la sua sigaretta, fuori. Pensò di essere stata stupida a uscire solo con il camice, avrebbe dovuto mettersi il cappotto. Le nebbie non se n’erano ancora andate. Eppure, ormai ci aveva fatto l’abitudine, a guidare lungo quella strada fatta di grigio compatto, durante l’inverno, e a vedere quelle luci sbiadite, ogni tanto, le luci degli altri.
«Io suono il basso – le aveva detto Greg. – Ho anche un gruppo, che si chiama Ice and Lies. In realtà ‘sto nome qua è venuto fuori a caso. Perché non avevamo un nome. Poi una volta eravamo a un concerto e dovevano presentarci. E, a caso, il mio chitarrista ha detto: ci chiamiamo Ice and Lies. Ghiaccio e bugie. Ci sembrava una figata, come nome».
«Che genere fate?» gli aveva chiesto lei.
«Mah, così… – aveva risposto lui – Diciamo rock».
«Diciamo rock…»
«E tu – le ha detto lui – mica fai solo questo nella vita, no? Cioè voglio dire, mi sembri una tipa un po’ diversa…»
«Diversa…»
«Non si è mai vista un’infermiera con il piercing alla lingua».
«E tu cosa ne sai del mio piercing alla lingua?»
«Non è che se un mese fa stavo morendo buttandomi dal balcone di casa, allora non mi accorgo che la mia infermiera ha il piercing alla lingua…»
«In effetti…»
«Avvicinati…»
«…»
«Di più…»
«…»
«…»
«Non avevi mai baciato nessuno con il piercing alla lingua?»

Elena Chiara Mitrani

Gli incontri, le cose nuove, le chiacchiere di circostanza per capire quanta timidezza c’è dall’altra parte del vetro, che poi dall’altra parte del vetro è una frase tipica di quelli che fanno la radio davanti al microfono che indicano noi che facciamo la radio in mezzo ai bottoni, le lucine e le ragazze che corrono con in mano fogli di carta stampati pieni zeppi di messaggi e notizie strane.
Fin quanto è alto quest’ostacolo che ci separa, due a due, da un contatto diretto, quello fatto di dita che si scoprono le une contro le altre che sembra E.T.-telefono-casa, di sguardi che si puntano come per attaccarsi da un momento all’altro e odori che si mixano come nel suono del miglior disco di sempre?
In questi giorni la radio è deserta, ci siamo noi, gli irriducibili agostini (che non c’entra niente con i De che pubblicano le robe in fascicoli poi in vendita in edicola), le stesse facce che si contano sulle dita delle mani che si alternano tra corridoi, pause pranzo e studi della diretta. Arrivo al mattino e trovo quella quiete che solo pochi giorni ogni anno esiste da queste parti, vago per gli uffici chiusi, dormo sulle panchine, mi chiudo in uno studio vuoto e sparo a palla la mia musica, la radio che vorrei. Mi sembra quasi di fare peccato ma si sa che i sogni peccato non lo siano mai.
Fuori, la città è una giungla in cui gli animali sono fuggiti, quasi come per farlo apposta a lasciarmi da solo, fino alla fine. Sole, pioggia, cieli azzurri, bianchi e neri si alternano sulla mia testa e non lo capiscono che tanto a me l’estate fresca e piovosa piace e non sono come tutti quelli che perdono tempo a lamentarsi di queste stagioni che perdono colpi e pezzi invece che prendere, partire e andare verso i tropici afosi.
Che poi non è che mancano realmente dei pezzi in questa Milano apocalittica di fin’estate. Non è che mancano sale e aceto in questa insalata di pomodori verdi fritti che è la mia vita in questo periodo.
È che forse c’è voglia di una spinta, o di un traino, di quelle che svoltano le giornate troppo uguali tra di loro. Di qualcosa che faccia girare la testa come quando da piccoli veniva il sangue al naso per i troppi sbalzi di temperatura.
Sembra più una voglia strana di abbracci, di quelli che te ne stai lì a percepirli fino in fondo che c’è dell’altro, in quell’incastro, oltre a te. Che sono pezzi di carne che si sfregano come pietruzze insignificanti che però poi fanno scintille che accendono un fuoco.
È che ho voglia di baci, di quelli profondi, di quelli che lo senti il ferro in bocca, sulla lingua e in mezzo ai denti, di quelli che ci mangi a colazione, pranzo e cena senza le pause e le pennichelle in mezzo, di quelli che quando hai finito sei pieno più che dopo un pranzo di Natale. È che ho voglia di baci, di quelli neri e di quelli colorati, di quelli che hanno tutti i sapori di tutti i colori, indelebili come la vernice. Di quelli dei giorni anche più pigri, che lasciano in bocca il gusto del sale.

Soundtrack: Gino Paoli – Sapore di sale

People at The color Run event in Milan, Italy

Photo © Tixtis | Color Run in Milan | Dreamstime.com

STASERA MANGIO SCONDITO

Se ti chiedessi sull’arte probabilmente mi citeresti tutti i libri di arte mai scritti… Michelangelo. Sai tante cose su di lui: le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il papa, le sue tendenze sessuali, tutto quanto vero? Ma scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella Cappella Sistina. Non sei mai stato lì con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto.. mai visto.
Se ti chiedessi sulle donne, probabilmente mi faresti un compendio sulle tue preferenze, potrai perfino aver scopato qualche volta ma non sai dirmi che cosa si prova a risvegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. Sei uno tosto. E se ti chiedessi sulla guerra probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia eh? Ancora una volta sulla breccia cari amici?? …ma non ne hai mai sfiorata una. Non hai mai tenuto in grembo la testa del tuo migliore amico vedendolo esalare l’ultimo respiro mentre con lo sguardo chiede aiuto.
Se ti chiedessi sull’amore probabilmente mi diresti un sonetto. Ma guardando una donna non sei mai stato del tutto vulnerabile… non ne conosci una che ti risollevi con gli occhi, sentendo che Dio ha mandato un angelo sulla terra solo per te, per salvarti dagli abissi dell’inferno. Non sai cosa si prova ad essere il suo angelo, avere tanto amore per lei, vicino a lei per sempre, in ogni circostanza, incluso il cancro. Non sai cosa si prova a dormire su una sedia d’ospedale per due mesi tenendole la mano, perché i dottori vedano nei tuoi occhi che il termine “orario delle visite” non si applica a te. Non sai cos’è la vera perdita, perché questa si verifica solo quando ami qualcosa più di te stesso: dubito che tu abbia mai osato amare qualcuno a tal punto.
Io ti guardo e non vedo un uomo intelligente, sicuro di sé, vedo un bulletto che si caga sotto dalla paura. Ma sei un genio Will, chi lo nega questo. Nessuno può comprendere ciò che hai nel profondo. Ma tu hai la pretesa di sapere tutto di me perché hai visto un mio dipinto e hai fatto a pezzi la mia vita del cazzo? Sei orfano giusto? Credi che io riesca a inquadrare quanto sia stata difficile la tua vita, cosa provi, chi sei, perché ho letto Oliver Twist? Basta questo ad incasellarti? 
Personalmente me ne strafrego di tutto questo, perché, sai una cosa, non c’è niente che possa imparare da te che non legga in qualche libro del cazzo. A meno che tu non voglia parlare di te. Di chi sei. Allora la cosa mi affascina. Ci sto. Ma tu non vuoi farlo, vero Campione?… Sei terrorizzato da quello che diresti.
A te la mossa Capo.

Robin Williams (Will Hunting)

«Sono stato bravo a recitare lo spettacolo della mia vita?» diceva il teatrante alla fine dell’opera, a scena aperta, quasi volesse come esorcizzare la morte del personaggio e la magica apparizione della persona. Quella vera. L’involucro smagrito e sudato di cotanta emozione appena vissuta.
Quando certi personaggi diventano parte della tua vita, che tutti i giorni ti si intrufolano in casa per regalarti un sorriso o un momento di riflessione, quando è parte di queste piccole cose quotidiane che ti generano emozioni dentro senza chiedere permesso né bussare, allora è l’involucro di questi personaggi stessi che diventa un po’ come l’amico ritrovato dopo tempo che sei felice di rivederlo anche se non lo esterni. Come se la sua mancanza fosse durata meno di qualche ora come quando s’era ragazzini e si giocava insieme in cortile prima e dopo mangiato, di giorno e di notte. Diventa il vicino di casa che saluti incrociandolo sulle scale senza nemmeno darne peso ma che ti citofona a mezzanotte per chiederti se hai delle cartine ché è disperato e le ha finite e ha due amiche in casa che hanno portato da bere. Lui, il vicino che ti presta il sale quando il disperato invece sei tu e stai per buttare all’aria la migliore cenetta romantica del secolo, con lei che magari aspetta, di là, davanti al mezzo bicchiere di bianco.
Ecco. non c’è rumore sul pianerottolo, questa sera. Non c’è festa, non servono cartine e nessuno ha portato da bere.
Non rido, non applaudo, non chiudo più il sipario ché non c’è fretta di far sgomberare la platea che si deve dormire ché domani si va a lavoro presto a tirare su le tende.
Stasera niente applausi a scena aperta. Non ho fame, non ho sete. M’imbocco meccanicamente come fossi un bambino senza voglie nemmeno della cioccolata. E guarda te se non doveva venire a piovere, stasera, a Milano, a metà agosto.
Suono a un campanello sordo, e muto. Stasera mangio scondito.

Soundtrack: Al Green – How Can You Mend a Broken Heart

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IL CIELO SUL PONTILE

Esco, faccio due passi – penso – che di solito mi fa bene quando sono fuori casa: svuoto la testa, brucio calorie, libero e raccolgo i pensieri ribelli.
Quest’estate è strana, ma è comunque nomade, almeno per me che finisce che non me ne sto mai fermo, prendo e parto anche per un giorno solo. Faccio serata con i colleghi, non dormo, salgo su un treno di prima mattina e vengo a Jesolo a montare una console, accertarmi che funzioni, fare un collegamento e tornare a Milano ché anche ad agosto c’è bisogno dei supereroi che salvano il mondo.
Esco dall’hotel dalla parte del mare: questa passerella sul retro mi ha sempre affascinato, a due passi dalla spiaggia come casa mia lontana, in Sicilia.
Imbocco il lungomare piastrellato da motivi sinusoidali e mi sembra, come tutte le volte, di ritrovarmi sul sentiero dorato che porta al palazzo del mago, nel regno di Oz. Mi balenano in mente Judy Garland, lo spaventapasseri, il leone, Uomo-di-latta, i tacchetti rossi e Somewhere over the rainbow.
Rallento, guardo la spiaggia, gli ombrelloni sono tutti chiusi con il loro cappuccio colorato in testa, sono arrivato che anche qui è stato brutto tempo. La spiaggia è deserta, il cielo ancora carico di nuvole semi-scure, il mare ha un colore tipo acciaio che non mi mette serenità. Per niente.
Combattuto, affaticato, spezzato, come il rumore del trattore che mi passa a pochi metri per lisciare la sabbia prima che tramonti il sole. Sono io.
Guardo in alto, il mare porta con sé sempre quel fascino del vuoto, incazzato e idilliaco allo stesso tempo, che mi spinge a sollevare lo sguardo sopra la linea di orizzonte e concentrarmi sul cielo, tornare a considerarlo, dargli una parte importante in tutto questo.
Tocco la tasca dei jeans che nasconde il telefono, infilo due dita e lo tiro fuori: guardo l’ora. Sblocco. Apro la fotocamera. Inquadro. In alto, poi in mezzo, poi in basso. Non mi convince. Scendo in spiaggia. Mi avvio verso il pontile, lo stesso delle notti a guardare il faro e la luna dell’anno scorso e ridere di cose stupide e romantiche quasi fino all’alba. Una coppia gioca a racchettoni poco distante, sul bagnasciuga. La borsa di stoffa a righe colorate di lei è abbandonata sulle prime tavole di legno che si staccano dalla sabbia.
Continuo dritto, la scanso e la supero, ancora tre passi, un cartello davanti ai miei piedi mi ferma, dice che è rischioso proseguire ché il pontile è pericolante.
Lo calpesto, strafottente, avanzo di qualche metro. Mi inginocchio. Guardo attraverso la lente. Scatto. Ancora. E ancora. Poi mi alzo e torno indietro.
Proseguo per il sentiero fino al chiosco di amici che continuano a fare il gioco di chi è più veloce ad urlare «oggi offro io!» ogni volta che mi vedono apparire. Sorrido rumorosamente, mi avvicino e mi siedo sullo sgabello bianco più comodo, che è il mio, metto un biglietto sul bancone e offro io, a sto giro.
«Ciao cattivo ragazzo! – esclama la ragazza coi capelli legati alti e gli occhi da cerbiatto, mentre prepara due cocktail – Bentornato!» e accenna a uno sguardo furbo e fulmineo. Uno dei suoi. La ragazzina bionda, invece, la cameriera nuova dell’anno scorso, dietro di lei, mi fissa e sorride, muta, come se avesse visto un fantasma dopo mesi.
Freddiamo i bicchieri con l’acqua ghiacciata, ridendo ch’è giorno di festa ogni volta che ritorno qui, spilliamo la bavarese e brindiamo a un’altra estate, anche se quella di quest’anno non arriva ancora. Ricordiamo insieme ch’era degli stessi colori, il cielo, il giorno in cui lasciai Jesolo l’anno scorso. Forse un cielo triste, forse un cielo di cambiamento. Poi inizio a sorseggiare, alzo la testa e affogo nella birra, mentre ascolto in silenzio la poesia delle onde.

Seduta sul molo mi lascio cullare dalla brezza marina e dall’infrangersi delle onde sulla scogliera.
Ormai il tramonto ha inghiottito anche gli ultimi raggi di sole e lì, sola sul molo insieme ai miei pensieri, guardo l’immensa distesa del mare come se cercassi quelle risposte che io non riesco a trovare.
Soltanto i gabbiani accompagnano i miei pensieri poiché liberi di volare scrutano da parte mia se dalle profondità del mare è in arrivo una qualche risposta.
Tutto tace, tutto è silenzio e quando la schiuma delle onde lambisce il molo capisco che è ora di andare,
tornerò la mattina seguente.

Silvia Grandi

Soundtrack: Editors – Camera

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A PROPOSITO DI

Davide si infilò la felpa più pesante che aveva e si sedette a gambe incrociate sul balcone. Guardava le nuvole nere, fuori, nella notte. Accarezzava il gatto che aveva trovato, abbandonato, come se stesso. Sapeva che le sue cure non lo avrebbero salvato.
«Anch’io continuerò solo ad aspettare, – pensò – Proprio come questo gatto che aspetta di morire e non ha nemmeno un nome».
E allora, forse, invece che a Dio, Davide cominciava a credere nel destino. Al fascino indescrivibile del caso e delle coincidenze. Che potevano dipingere un affresco impressionante, di mille colori. Un’aureola. E in centro noi. Vittime, privi della possibilità di decidere, ma propensi all’errore. E inclini al rischio di vivere una vita in cui i giorni siano tutti l’uno uguale all’altro.

Elena Chiara Mitrani

E’ notte, l’ennesima in cui l’orologio è già troppo avanti rispetto al mio solito e la sveglia è già pronta a suonare prima che prenda davvero sonno. Sono giorni che non dormo praticamente più, che arrivo a lavoro ch’è appena diventato giorno e ne esco ch’è appena diventato sera. Giorni che torno a casa che mancano due o tre ore e devo rimettermi in piedi a vedere ancora l’alba. Forse l’unico di quei momenti che riesco ancora a godermi. Però ci sono piccoli dettagli di cui godo in quest’ultimi tempi, dettagli che partono al risveglio e finiscono qualche ora dopo, dettagli che hanno sguardi, parole, trecce, pensieri e movimenti ancora rallentati dal sonno. Non posso fermare il cervello, non posso fermare i pensieri perlomeno. Non posso frenarli, i miei, ma vorrei poter scavare profondo in quelli di chi osservo. Non mi accorgo mai di come il mio sguardo possa cadere su qualcuno, se mosso da interesse, affascinato, corrucciato o semplicemente curioso. Spesso non mi rendo conto dell’incanto di uno sguardo che si posa su di me, lo vedo e basta, lo raccolgo e lo chiudo nel cassetto di ciò che mi piace e mi rende geloso. Un po’ come quando mi salta in mente il pallino e penso alla vita. Senza contare che le nostre vite cambiano in fretta, in queste notti, così; queste notti abitate dagli incubi e dalla nostra incoscienza, che sono gli uni le nostre paure più pesanti e l’altra i desideri più proibiti.
Ho ripreso a leggere il romanzo di Elena, negli ultimi giorni, era una promessa fatta e la manterrò. Lo sto riscoprendo come in una serie tv guardata a piccoli episodi. Lo leggo appena sveglio mentre corro a lavoro e mezzo stanco quando rientro in casa. Lo leggo sottoterra, mentre mi sposto veloce e lo stoppo forzatamente quando riemergo in superficie, per guardarmi attorno e non perdermi l’attimo.
Ieri mattina c’era il cielo di vaniglia, su Milano, quel cielo carico di nuvole rosa che macchiano l’azzurro leggero dell’alba e che portano lente la pioggia. C’era quel fresco che s’infila sotto la felpa che fa piacere e che non è per niente tipico di agosto. Mi sento a metà, forse un po’ stanco. A metà coi pensieri, i desideri, e qualcosa che non riesco a definire o a dare un nome. Però so che l’aspettavo, questo senso di vuoto in me, che sarebbe dovuto arrivare per farmi cambiare. Come il cielo di vaniglia può trasformare una giornata di quiete in una tempesta.
Mi fermo a due passi dal portone d’ingresso della radio e mentre cerco il badge in borsa, ravanando alla cieca, alzo lo sguardo e fisso sventolare appena la bandiera degli Stati Uniti. Penso alle partenze, ai viaggi e ai posti lontani in cui adesso me ne andrei. Improvvisamente mi viene ancora voglia di quei dettagli e di quegli sguardi ancora rallentati dal sonno. Forse ricomincio a credere nel destino. Al fascino indescrivibile del caso e delle coincidenze.

Soundtrack: U.N.K.L.E. – Lonely Soul (feat. Richard Ashcroft)

vanilla sky Milano

 

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