reading, writing

Mese: settembre, 2014

MI RITORNI IN MENTE

L’ultimo giorno dell’estate è arrivato. La fine stagione si fa sentire sulle spiagge di Formentera. Matilda è partita senza lasciare indirizzo. Il vento s’infila nei muretti di pietra, e sotto i piedi. Il cielo è inesorabile. Gli intervalli di silenzio si dilatano, alle Baleari.
Epicuro raccomanda di limitarsi al presente, alla pienezza del piacere semplice. Bisogna preferire il piacere alla felicità? Anziché porsi domande sulla durata di un amore, godere dell’istante è il miglior modo di prolungarlo? Saremo amici. Amici che si tengono per mano, che si abbronzano baciandosi, s’interpenetrano con delicatezza contro il muro di una villa ascoltando Al Green, ma comunque amici.

Frédéric Beigbeder

Niente da fare. Sogno ancora la isla.
Non so perché (o forse lo voglio ignorare) ma entra sempre e comunque un suo pezzo dentro i miei sogni. Nei più belli mi allieta come fosse terra serena che mi accoglie, nei più brutti è invece il posto verso cui fuggire per risollevarmi.
Mi sveglio e sono sudato, come se l’avessi fatta a piedi quella corsa. Non ricordo però se ero inseguito o io stesso inseguivo qualcuno. Sembrava fosse un gioco ma allo stesso tempo una lotta contro l’altra parte di me, quella triste. Mi convinco di averla abbandonata da qualche parte, fatta a pezzettini e lasciata cadere sparsa per terra mentre me ne vado, come a lasciarmi una scia di briciole per ritrovare la strada di casa. Poi tiro su la testa e li vedo, davanti a me, i suoi occhi nascosti dai capelli mentre volta lo sguardo in avanti.
Forse ti lascia un segno, dentro, qualcosa in cui sperare. Forse è solo lo strano effetto della isla che colora ogni incontro a suo modo, che è un modo diverso dal solito. Forse è soltanto l’idea di quel faro che spunta in fondo alla via, alla fine della salita, che indica il punto da raggiungere per tuffarsi giù una volta per tutte e scoprire cosa c’è, di nuovo e bello, al di là di tutto questo che già conosco fin troppo.

Soundtrack: Weezer – Island in the Sun

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CANTASTORIE

A Mi Manera, Airport Free, Barbagianni, esterna1, Guest, Losio’s WiFi, Wifi e basta.
Scorro la lista di tutte le reti wireless salvate sul telefono. Sono tante le ultime a cui mi sono collegato. Praticamente tutte. Sulla isla era l’unico modo di sapere come va il mondo esterno. Sempre che ne avessi la voglia, di saperlo davvero. Altrimenti il cellulare non serviva praticamente a nulla, ché di telefonarci o di messaggiarci non ce n’era bisogno. Le distanze permettevano di accendere il motorino e di raggiungerci in qualsiasi parte, in qualsiasi momento, anche solo per dirci ciao. Sembra quasi com’era una volta, quando s’era ragazzini e non c’era bisogno di organizzarsi perché tanto bastava andare nei soliti posti di sempre e ci si sarebbe ritrovati. Stesso posto, stessa ora, senza fare domande.
«Dov’è che va?» chiede il tassista con la voce rauca da chili e chili di fumo accumulato negli anni.
Alzo la testa mentre con un dito chiudo il menu del wifi sul telefono.
«In Sicilia. Torno a casa per qualche giorno» rispondo appoggiandomi bene al sedile posteriore.
«Ma è già abbronzato! Non si è ancora stancato del mare a settembre?» ribatte, tossendo rumorosamente.
«In verità – sorrido – torno da Formentera, ma ci sono stato per lavoro».
«Ahhhh – e tossisce ancora – Lo sa? Io vi ascolto. Avete un modo di parlare, di raccontare, tutti quanti voi della radio, che è speciale. Tutti possono fare i tassisti ma non tutti possono fare la radio. Io non so cosa faccia lei alla radio ma se lo merita, questo mare, lo avete regalato anche a noi che vediamo solo l’asfalto tutti i giorni».
Mi fa un effetto strano ascoltare le storie della gente ma so allo stesso tempo che non potrei farne a meno di questi frammenti delle vite degli altri. Egoisticamente mi completano. E l’estate, poi, è quel periodo in cui di storie ce ne sono tante. Storie che poi si perdono tra i fumi delle città quando inizia nuovamente il freddo e se ne stanno tutti imbacuccati nelle sciarpe pesanti calate sulla bocca. Le persone attorno a noi sono cantastorie, condividono racconti ed esperienze perché ciò li rende della stessa sostanza, tutti uguali di fronte alla natura.
«Da questo momento tutti i dispositivi elettronici dovranno essere spen…»
Play. Ho il tempo di una canzone, prima di fare quello che rispetta le regole e spegne anche l’iPod, ma quante volte m’è capitato d’infrangerle e addormentarmi prima ancora del decollo, con le cuffie dritte dentro nelle orecchie.

Something in the way she moves,
attracts me like no other lover.

Sono parentesi strane queste estati. E io le concludo sempre in spiaggia, sotto casa, con la felpa e il cappuccio sulla testa. E Milano, lontana, è anch’essa porto di mare, anche se il mare non ce l’ha. Ma alla fine (o al principio) di ogni storia e di ogni estate, bisogna sempre ritornare e attraccare, a meno che non si decida di punto in bianco di mollare gli ormeggi e salpare ancora. Intanto guardo fuori dal finestrino e vedo che sto già arrivando a casa.

Soundtrack: The Beatles – Something

finestrino_aereo_mare

EN LA ISLA

Casa Le Moult. Eccomi a Formentera per finire questo romanzo. […]
Ascolto il rumore del mare. Rallento finalmente. La velocità impedisce di essere se stessi. Qui le giornate hanno una durata leggibile nel cielo. La mia vita parigina non ha cielo. Ideare uno slogan,  faxare un articolo, rispondere al telefono, veloce, scappare di riunione in riunione, mangiare un boccone di corsa, in fretta, in fretta,  filare in scooter per arrivare in ritardo a un cocktail. La mia esistenza assurda esigeva una frenata. Concentrarsi. Non fare che una cosa alla volta. Accarezzare la bellezza del silenzio. Godersi la lentezza. Ascoltare il profumo dei colori. Tutte cose che il mondo vuole proibirci. 
[…]
Formentera, piccola isola… Satellite di Ibiza nella costellazione delle Baleari. Formentera è la Corsica senza le bombe, Ibiza senza i locali, Moustique senza Mick Jagger, Capri senza Hervé Vilard, i Paesi Bassi senza la pioggia.
Sole bianco. Paseggiata in Vespa. Calore e polvere. Vegetazione secca. Mare turchese. Profumo di pini. Canto dei grilli. Lucertole impaurite. Pecore che fanno bèèè.
“Bè, cosa?” rispondo io.
Sole rosso. Gambas a la plancia. Vamos a la playa. Stelle di cielo. Gin con limón. Cercavo la quiete, è qui, dove fa troppo caldo per scrivere frasi lunghe. Si può riposare in pace anche da vivi. Il mare è colmo d’acqua. Il cielo si muove in continuazione. Le stelle filano. Respirare aria dovrebbe essere sempre un’occupazione a tempo pieno.

Frédéric Beigbeder

Strade sulla terra polverosa che non conosco in cui potei perdermi solo a pensarci. Strade nel cielo che non me ne vengono nemmeno le parole ma è come se le conoscessi da una vita al solo alzare lo sguardo per cercare di capire dove vanno a finire.
La isla mi dà energie così come poi me le succhia. Tutto ciò che mi regala se lo riporta via, può sembrare una triste condizione ma in verità è una meraviglia senza impegno: un mix continuo di emozioni che viene digerito non appena ingoiato, senza passare per lo stomaco. Sono queste le sensazioni che mi lasciano senza fiato e allo stesso tempo mi rilassano totalmente.
Dire non andiamo più via di qua sarebbe ipocrita e patetico ché, come tutte le abitudini poi, si finisce per odiarle, le cose. E io invece ho un sano bisogno di amare, adesso. Forse di amare più me che un contesto grande come la isla. Ma nello stesso tempo in cui lo nego io lo so già di esserne perdutamente innamorato, di questo posto, di questi panorami e scorci di terra e cielo diversi dal resto del mondo, che mi ricordano quasi casa ma hanno allo stesso tempo un sapore diverso. E mentre cerco di dire di no, che ora andiamo avanti senza guardarci indietro, potrei benissimo confessare di esserci rimasto pesantemente sotto, a questa isla, in un modo strano, come quando ci si innamora dopo un rapporto occasionale. Sconosciuta è la isla, bella e seducente, una delle donne più affascinanti che abbia mai scoperto e violato. Sorprendenti i luoghi, i personaggi che la popolano e gli amici con cui divoro queste briciole sparse sulla tavola come fossimo affamati di vita.
Me ne sto seduto fuori, in mezzo alla strada, sotto un ombrellone, a due tavolini accostati che fanno un tavolino per quattro. Occupo la mia metà parte ma nessuna delle ragazze che servono in sala, anche quando il bar si riempie di affamati per la colazione, mi chiede di spostarmi. Loro passano, mi guardano, aspettano che io ricambi, mi sorridono e passano oltre. «Hola, ¿qué tal? – Buongiorno, volete ordinare?» chiedono in giro. A volte passandomi dietro mi sfiorano poggiandomi le mani sulle spalle. Mi piace essere stuzzicato e accarezzato da mani sconosciute, e sono certo che loro questo non lo sanno ancora.
Questa mattina sono uscito presto di casa, con due ore di sonno sulle spalle, ho chiuso la valigia e lasciata insieme alle altre pronte per partire. Ho abbandonato tutti mentre dormivano, preso il motorino e sfrecciato verso Sant Francesc per fare l’ultima colazione dal Losio. È naturale per me avere un posto in ogni parte del mondo in cui mi ritrovo, un posto in cui mi senta libero, che mi faccia sentire davvero me stesso. A Formentera ne ho trovati due: uno totalmente selvaggio, al faro di Cap de Barbaria a strapiombo sul mare, e uno più conviviale, immerso nel paseo del capoluogo della isla: il bar di questo personaggio singolare che ai tempi fu manager di Lorenzo (Jovanotti ndr) ma fu anche tante altre cose e tante altre persone. Se sei sulla isla non puoi non innamorarti di questo luogo e non puoi non innamorarti del Losio che gira tra i tavoli e sta dietro al bancone.
Leggo, mangio yogurt, toast e divoro frutta e centrifughe. Distendo le gambe sotto il tavolino alla francese e prendo appunti guardandomi attorno. La strada è totalmente bianca, sia per terra che sulle pareti degli edifici bassi, il sole che è quasi in centro riflette ovunque e acceca come fossero dieci fari da posa accesi in studio. Godo del venticello che arriva sul collo e che non mi fa pensare al fatto che mi stia scottando la pelle, ancora una volta. Silenzio tutto attorno, si sente solo il brusio in varie lingue impastate della gente che mi mangia attorno. Questo posto fa fermare il tempo nella mia mente e anche l’orologio di uno dei due cellulari poggiati sul tavolo, l’altro mi ricorda a un certo punto che devo andare al porto, prendere un traghetto e fare quello che abbandona.
Mi alzo, pago, lascio tutto il resto nel barattolo delle mance, senza guardare nemmeno quanto sia. Il Losio mi fulmina con lo sguardo e mi insulta. «Che cazzo fai? Sei matto? Riprendili subito!». Mentre scoppia a ridere viene ad abbracciarmi e gli dico la solita frase fatta del tipo non facciamo quelli che si perdono di vista.
«Mi sa che ci vediamo in radio da voi, che tanto L, quell’altro, ha già messo una taglia sulla mia testa» mi risponde ironicamente.
Abbraccio i ragazzi, che promettono di venirci a trovare nella città, appena rientrano dal paradiso. Esco fuori con lei, ché ho voglia di un saluto diverso, e non posso non ammettere di aver perso un po’ la testa per quegli occhi e per tutto quanto.
Si siede sul divano, mentre le sto in piedi davanti, questa posizione mi imbarazza tanto quanto mi fa pensare oltre i limiti di quel che sta accadendo. Lei tira fuori la penna e scrive qualcosa che mi piazza in mano. Poi ripone tutto nella tasca del grembiule e mi abbraccia mentre mi bacia, e sorride.
Vado via ché non amo gli addii, cammino per la piazza con la chiesetta bianca facendo ruotare sul dito il portachiavi della radio con la chiave del motorino. Mi tocco le tasche per essere certo di aver preso tutto prima della partenza. Tiro fuori il portafogli e mi fermo a sorridere un secondo, in piedi, con il casco appena allacciato sotto il mento. Di una cosa mi rendo conto e rimango affascinato totalmente, mentre guardo il biglietto piegato insieme allo scontrino tra le dita: le ragazze belle e con gli occhi chiari scrivono ancora il numero di telefono su un fogliettino di carta.

Big Store Formentera - Losio

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