reading, writing

Mese: ottobre, 2014

E INTANTO SEI ANCORA QUI

Lo so di non avere lunghe aspettative di vita ma non puoi vincere sempre tu. Sempre a fare i tuoi giochetti strani con me.
Ogni sera è così. Tu arrivi, fai i fatti tuoi, mi punti ma non mi consideri. Vuoi solo quella tua parte, non chiedi mai a cosa sono disposto io. Sempre che in fondo io sia disposto, a qualcosa di tutto questo.
Ti vedo sulla sedia, lì, immobile a guardarmi, come se aspettassi il momento per farlo ancora, il tuo passo strafottente, la tua mossa falsa in questa partita a scacchi che giochi da sola.
Non mi coinvolgerai, non lotterò per resisterti, semplicemente non mi avrai. Mai. Mai più. E lasciami le mani, non provare più ad avvicinarti!
Reagisco, basta far finta di dimenticare tutto e andare avanti in questo modo. Facciamola finita e non se ne parla più. Finisce qui.
Ti ammazzo, zanzara.

HandsS

INCONTRI RAVVICINATI

La cosa buffa è che non ho forza di slacciarmi le scarpe, di sfilarmi la sciarpa dal collo, di tirare su la testa dal bracciolo del divano per guardarmi attorno.
Me ne sto con gli occhi chiusi, seduto, così svaccato, come si suol dire da queste parti, sul divano, quasi inerme e senza forze, così come da quando sono entrato in casa, un paio d’ore fa ormai.
Mezzanotte e venti. E’ già martedì. Vuol dire che tra quattro ore mi suona la sveglia e devo andare a lavoro. Faccio sempre tardi, dormo sempre meno, dovrò smetterla prima o poi di fare il cattivo ragazzo.
Ché l’autunno non è come l’estate, che ci si perdona tutto, che giorno e notte non hanno confini né limiti e ci si può riempire dentro che tanto non si esplode. Il cassetto dei desideri si apre con i primi fiori e si richiude con le foglie gialle appiccicate sotto ai piedi, con le suole delle scarpe umide. Mi chiedo scettico quando riaprirò l’ombrello, sotto la prima pioggia di quelle toste, che un po’ fanno incazzare ma decolorano la città come in una foto in bianco e nero pesante dopo aver giocato troppo con la saturazione su Photoshop.
Rimango in mutande, consapevole che qui, sul divano, non mi ci addormenterò, almeno stasera. Ci vuole forza di volontà anche per arrampicarmi sul soppalco e raggiungere il letto. Poi, una volta arrivato in cima, guardando di sotto, mi dico che dovrei smetterla di fare il pigro anche per cinque gradini di legno. Ché poi da quassù la vista è sempre la più bella di tutte. Senza protezioni, la tana sembra profonda ma non mi fa paura, non me ne ha mai fatta. Io da qui non ci cado. Ci domino.
Mi lascio cadere sulle lenzuola rosse, ancora sfatte da due notti come fossero capricciose e non volessero sistemarsi più, per far finta di credere che non è ancora passato, questo tutto. Crollo senza speranza e mentre chiudo gli occhi sento un prurito al naso che viene dal cuscino. Ne apro uno, di occhio, quello più sano, e lo vedo, ancora lì, imperterrito e sinuoso. Se ne sta lì, intrepido e spavaldo, a partire dal mio naso disteso verso il muro. Non ha paura, lui, in segno di sfida mi punta e so che non batterà ritirata. Un capello, lungo, scuro. Di quelli che lasciano le donne, senza dirtelo, per non essere dimenticate.

lenzuola rosse

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