reading, writing

Mese: novembre, 2014

TISANE E CANN(z)ONI

Oggi Claudio è passato in radio, per parlare un po’ con Max di questo suo curioso libro che sto leggendo anch’io, da buon curioso quale sono appunto. Il libro parla della sua vita, della vita di Claudio, di pezzi di anni settanta e ottanta e di radio e televisioni che suonavano polverose e in bianco e nero e che pian piano acquistarono i colori che conosciamo adesso. Io però non ero in radio, anzi, ero già sul divano a sbavare sul cuscino e recuperare le forze di quasi una settimana, prima di alzarmi, lavarmi la faccia e andare in onda a proclamare dischi in classifica, come tutti i venerdì sera.
Prendo il cellulare e vedo le foto di Claudio abbracciato a Daniele, a Marco e tutti gli altri. Gente che con Claudio ci ha lavorato, mica come me che lo guardavo in tv e sulle copertine delle riviste di musica. Sinceramente sarei anche rimasto a lavoro un’ora in più per incontrarlo, stringergli la mano e chiedere anch’io una foto, se mi fossi ricordato che oggi Cecchetto era ospite da noi. E invece sono talmente provato, in questi giorni, passati a dribblare ogni cosa esterna agli impegni fissati in agenda, che sono comunque tanti, e non riesco a godermi tutto il resto.
Stamattina ero in studio con De Gregori e nel pomeriggio con i Twin Atlantic (questi due ragazzi scozzesi, tranquilloni ma con un gran bel sound pop rock) e quando ci si ferma e un po’ come un gonfiabile appena staccata la spina del generatore. Ci si affloscia in pochi secondi senza possibilità di ripristino immediato. Sul divano, mentre apro gli occhi e scosto il libro di Claudio rimasto aperto in due sulla pancia, a testa in giù, guardo il soffitto e mormoro qualcosa a proposito della mia condizione di stanchezza elevata che prima o poi mi porterà ad esplodere come fossi la donna cannone, quella di Francesco che però stamattina non ha cantato, ma solo annunciato e ascoltato in cuffia mentre premeva le mani contro i padiglioni per sentirne ogni sfumatura di come suona alla radio (perché alla radio la musica suona diversa e non posso spiegarvi ora il motivo).
E mi alzo, in effetti, che l’acqua bolle, mi scuso se sono ancora assonnato e mi metto a servire biscotti secchi su piattini di porcellana giapponese dipinta, verso il tè ancora caldo e poi mi siedo scomodo sul divano, con una gamba piegata indietro a guardare e sorridere ai miei ospiti insoliti. Iniziamo a chiacchierare di musica, Claudio è emozionato quasi come stesse ascoltando quelle canzoni per la prima volta. Francesco sorride sotto ai baffi e sembra comunque abbia un’espressione sempre seria e quasi incazzata. Di là i due hipster scozzesi intanto maneggiano le chitarre dando colpetti sordi vicino ai pick-up e girando copiosamente le chiavette per accordarle. Mi sembra così strano, è tutto improvvisamente come fare un salto nel passato, iniziando dal buio. Dalle porte della notte, il giorno si bloccherà. Come un balzo che parte dallo stomaco e in un secondo salta fuori dalla bocca. E dalla bocca del cannone una canzone suonerà.
Prendo fiato. Ero ancora in apnea. Steso, dritto come un morto, con le gambe sul poggia gomiti del divano, più in alto della testa. Il libro di Cecchetto è per terra, il computer sta ancora suonando in loop l’album nuovo di De Gregori, la mia testa invece è ancora ferma al Dormire! del GiocaJouer.
Mi trascino in bagno fissando i minuti sull’orologio e trascinando i piedi uno davanti all’altro.
E con le mani amore per le mani ti prenderò. E con le mani intanto raccolgo a conca acqua ghiacciata e ci immergo il viso sforzandomi di recuperare le forze e non fare ancora ritardo, per la diretta in radio, anche questa volta.

Soundtrack: Francesco De Gregori – La Donna Cannone (Vivavoce)

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SCORCI E DISSONANZE

Non mi fermavo a fotografare la città da un bel po’. Ho pensato di dedicarmi a scatti bassi, come la maggior parte delle teste di questi nuovi indigeni metropolitani. Abbasso lo sguardo, inquadro e scatto. Piedi, gambe, pavimentazioni di ogni genere, questi i soggetti rubati dalla strada nei miei ultimi scatti.
Poi succede che mi incazzo, di notte, ieri notte, perché a volte essere paziente e ottimista poi sfocia in ansie peggiori, quando si avvicinano gli eventi importanti. Do la colpa a me, a consapevolezze già fissate nella mia mente e a mancanze affettive forti in questi miei giorni troppo impegnati. Io sono uno che parla, nella vita, che non si stanca mai di farlo ma sono un timido per definizione, anche se poi non ci crede mai nessuno. Quando mi incazzo, quando entro in ansia, vince la parte timida e si piazza come scudo davanti alla mia bocca. Niente, non esistono parole. Invece ho sempre reputato le donne capaci di mettere bene insieme le parole nei momenti critici, di metterle insieme davvero nel modo perfetto, quasi come le incastrassero in un testo musicale ancora non finito. Come se la canzone fosse già pronta con sotto gli strumenti ancora scordati. Sono composizioni, queste, che a volte fanno male. Ma io amo le dissonanze, non sarei jazzista altrimenti.
E’ una questione di segni. Qualcosa va male, psicologicamente crolla tutto. In tutto questo appena uscito dalla doccia il mio phon ha dato improvvisamente segni di cedimento e dopo un minuto ha sputato una nuvoletta nera dal culo e mi ha abbandonato. Perdere un phon per me è capire che inizia un periodo di merda.
Prendo un respiro, punto verso l’alto, imposto ISO200 e scatto. Oggi è sereno, magicamente silenzioso. Per terra, tra le macchine, è tutto ancora una poltiglia di fango. Fa freddo sul volto che sembra già natale, come lucertole corriamo dalle zone d’ombra in cerca di sole per non iniziare a tremare. I grattacieli di vetro prendono il colore del cielo, mi meraviglio di come un respiro gelido possa passare dal naso dritto in testa e acquietare le ansie.
Avevo paura andasse tutto storto, perché se io stesso sono storto lo so che poi qualcosa finisce per andar male. Evito di parlare, siamo professionisti e non posso sbandare anche solo sbagliando una virgola. Ho passato il resto delle ore a guardarmi intorno, squadrare gli sguardi attenti dei ragazzi dietro relatori che parlano di audio al seminario per la radio, di come si comprime e di come si tratta tecnicamente il suono per fare un disco, un prodotto di qualità e di come la radio alla fine decida il come, oltre il quando, farlo suonare.
Sono nozioni di base, storia di tutti i giorni per noi, ma mi emoziona sempre fissare gli sguardi nuovi che partono socchiusi al mattino presto e pian piano si spalancano. Mi si è aperto un mondo, qualcuno mi ha detto a pranzo. Poi Max inizia il corso dicendo di Sbagliare, perché tutti abbiamo sbagliato all’inizio. E se non avessimo sbagliato non ci saremmo innamorati di tutto questo. Ha sempre saputo tirare fuori la motivazione giusta, lui. E’ la prima cosa che mi ha insegnato in questo lavoro, tanti anni fa. Motivarsi anche quando il resto va a puttane è il modo per non restare seduti, per iniziare, anche se la conseguenza imminente è quella dell’errore, del disastro. Fare, sbagliare. Innamorarsi. Dall’errore si capisce se sei realmente dentro o sei fuori.
Tornando alla musica, il phon nuovo l’ho comprato. Uguale al vecchio, perché voglio lo stesso suono. E’ il suono che mi rilassa, che ho campionato con un microfono e registrato per due ore di seguito. E’ il suono che ascolto quando scrivo, tipo adesso, e a volte quando vado a dormire. Teoria dei rumori bianchi, al prossimo seminario ve la spiego.
Entro in casa e guardo il computer spento, la tastiera, il microfono buttato nell’angolino. Ho visto che Bono, Ed, Ellie e altri ragazzotti con cui ho lavorato hanno registrato la canzone per raccogliere fondi contro Ebola ed io invece non mi sono ancora seduto nemmeno un secondo al pianoforte a scrivere la canzone di natale per la radio. Dovrò recuperare, ché tanto la notte è diventato un hobby felice, quello di pensare anziché dormire.

Soundtrack: Band Aid 30 – Do They Know It’s Christmas?

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FOTO(e)RICORDO

Oggi.
I giorni passano e le memorie rimangono salvate da qualche parte. Le mie, quelle vocali registrate sul telefono, a volte iniziano a credere di restare lì, a lungo, fino ad essere dimenticate.
E’ passata una settimana da quando ho memorizzato questo e in una settimana quasi nulla è cambiato: fuori piove ancora. E in una settimana la pioggia ha fatto sì che la città diventasse una sorta di Venezia impazzita, con l’acqua alta, gallerie allagate, emergenze un po’ qui e un po’ là. Fa strano vedere Milano in difficoltà, l’ho sempre reputata come una donna forte e prepotente, adesso la vedo sommersa e rattristata. Anche nei pensieri.

Memoria salvata sotto “
Recollection e foto”. Play.
Ci sono dei luoghi che ti restano in testa. Ma non nella parte della testa che puoi aprire sempre come il cassetto delle mutande o dei calzini e rovistarci tutti i giorni.
Ci sono quelle parti della testa dove le cose entrano e si infognano nella parte più remota, più incasinata e nascosta. Non perché non abbiamo voglia di ripescarle, quella è un’altra parte ancora. Ma perché poi ne succedono tante altre di cose e nel mucchio queste cose un po’ remote rimangono lì e non le ripeschi più. Oggi ne ho tirata fuori una ed è una di quelle cose con uno dei più bei ricordi.
Studiavo, ero ancora all’università e nella mia università, nel campus dove studiavo, quello moderno, tutto colorato con gli edifici d’acciaio, di specchi e di vetri, c’è un laboratorio, un posto in cui passavo spesso le mie giornate. Quello in cui scattavamo le foto, giravamo i video e poi editavamo foto e montavamo video.
Oggi è stato giorno di foto, anche per noi della radio. Sono rientrato, dopo tanti anni, in quel laboratorio. Con quel suo limbo bianco grandissimo, altissimo, purissimo (se volessi fare la pubblicità). Attorno a me torce appese, accese, luci, diffusori, ombrelloni strani, apparecchiature che si snodano, si svitano, si muovono, si attorcigliano, si alzano e si abbassano, e una macchina che scatta foto e altri flash che rispondono allo scatto della macchina.
Sono tornato a giocare, dopo tanto tempo, felice. Giocavo con gli oggetti sul set, facevo lo scemo, ho fatto delle foto in cui si vede proprio il mio essere scemo e ho fatto anche altri scatti per i programmi che conduco alla radio. Foto a tema, di quelle in cui sono il protagonista vestito in un certo modo, che fa certe cose e si muove in un certo spazio. Mi sono ritrovato a perdermi con gli occhi tra gli oggetti e le attrezzature di scena, di quel mestiere che volevo fare e che poi è stato sostituito da quello che faccio adesso. Da papabile carnefice a papabile vittima dei miei desideri di un tempo.
Oggi ho tirato fuori questi ricordi nascosti in basso, ho ritrovato il me bambino che si diverte a giocare coi diffusori delle luci, con le lampade, coi generatori, che si cambia una felpa e si trasforma in un super eroe, mette un giubbetto con gli occhiali da sole e il cappuccio in testa e diventa il maniaco seduto al cinema dietro le ragazze che guardano il film (non realmente, era il soggetto di una foto), che ruba i popcorn, che gioca con l’aria spingendo oggetti inesistenti.
Oggi ho preso l’ennesima pioggia di questo inverno che sta per iniziare, perché si sa che ormai l’autunno sta facendo finta di esistere, è un assente non giustificato che non risponde all’appello appena entrato in classe. E sono stato felice di prendere quest’acqua addosso prima di cambiarmi e piazzarmi sotto i riflettori e sono stato felice anche dopo, correndo mezzo fradicio in radio perché dovevo andare in diretta.
Oggi ho avuto il secondo ospite del nuovo programma, che è anche il nuovo responsabile della baracca. Luca due ore prima ha fatto la foto con me in studio. Nella foto io sono su uno sgabello e prendo nota di qualcosa su copertine di dischi in vinile e lui, seduto quasi sdraiato su una poltrona quasi chaise longue, narratore delle sue storie legate ai suoi dischi.
La nuova trasmissione è un bel salottino, ma più che salottino ho scoperto essere una sorta di camera oscura in cui sviluppiamo le nostre foto, scatti che ho fatto io ma che in parte mi portano gli altri, ancora sul rullino in negativo, come si faceva una volta. E da fotografo sviluppo tutte queste pellicole di sconosciuti che vivono le loro vite tra giorni comuni, giorni speciali e canzoni che ascoltano. Ché una fotografia la può raccontare una canzone, la può suonare, anche se non si ascolta direttamente.
Luca mi ha portato Enya, nella sua playlist. Orinoco Flow è del mio anno di nascita, e adesso vi farete tutti un po’ di conti, lo so. Luca però è molto più piccolo di me, è il mio capo e ha un ricordo di questo pezzo, e dell’album di cui ne fa parte, davvero fantastico. Glielo si sente nella voce ed il suo racconto in studio trasporta ancora di più.
Con questo nuovo programma io sono meno cantastorie e più ascoltatore, come un analista davanti ad altri che raccontano storie, che le memorizza, le interpreta e ne tira fuori domande per navigare, come fa il tipo sulla copertina del nuovo disco dei Pink Floyd, a navigare tra i ricordi di qualcun altro attraverso la musica che però tutti conosciamo già.

Soundtrack: Enya – Orinoco Flow

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PROFUMI DA CHIMICA

Accompagno amici in stazione, mangiamo una cosa insieme in un bar e poi da bravo ingordo, prima di tornare verso casa, mi rintano in un McDonald’s. Non entravo in un McDonald’s dalle dieci e trenta del mattino di quel mercoledì di fine ottobre scorso, a Roma, a due passi da Piazza di Spagna, ancora vestito come la sera prima e senza aver toccato il letto dell’hotel, con addosso ancora il profumo di Lei ed in mano il cellulare con il messaggio di Fabio che mi ricorda l’appuntamento in redazione delle undici. Faccio colazione, mi cambio e arrivo. Sono in chimica! avevo velocemente riposto. A me Lei mi manda in fame chimica. Niente da fare. Poi entravo diretto al McCafé indicando da lontano un donut con glassa al cioccolato.
Il McDonald’s di Stazione Centrale a Milano ha i tavolini fuori, vicino alle rampe mobili che vanno ai binari, e le macchinette per fare i biglietti dentro, una sorta di scambio civile o di strano incesto social-culturale. Questa cosa mi fa sorridere.
Prendo un menu di quelli dai nomi strani che stanno in vendita poche settimane e poi spariscono e mi siedo a un tavolino per due, in mezzo ad altri tavolini per due. Alla mia sinistra, una coppia di sudamericani mangiano mille mila panini e patatine immerse in mille mila tipi di salse diverse; davanti a me due ragazze thailandesi si attaccano violentemente alle cannucce dei loro bicchieri di coca cola e alla mia destra ecco una signora, anch’ella sola, con il suo vassoio, che si siede e inizia a mangiare fissando il muro.
Arriva una ragazza, spingendo un carrellino promozionale per raccogliere offerte destinate a bambini in giro per il mondo meno fortunati di me, quando lo ero io bambino. Inizia a spiegare ai tavoli accanto l’iniziativa e riceve qualche moneta che imbuca nel salvadanaio di plexiglass.
Quando arriva il mio turno si avvicina chiedendo se parlo italiano. Le rispondo che sì, lo parlo e ho sentito di cosa si tratta. Tiro su una patatina dal ketchup e la butto in bocca. Poi prendo il portafogli.
«Grazie! – inizia lei – mi eviti di ripeterlo ancora una volta! Sai che arrivo a fine giornata che a ripetere sempre la stessa frase poi mi fa malissimo la gola? Mi viene la tosse!»
«So bene, è il mio mestiere. Non dovresti parlare di gola ma spingere col diaframma, altrimenti ti si secca tutto e poi fa male» le rispondo.
La ragazza mi è carina: molto alta, magrissima che quasi scompare, capelli legati e un tatuaggio sul polso destro. Mi fa sorridere la divisa che indossa, camicia a quadri e pantalone marrone, mi riporta con la mente a quando ero a Disneyland e squadravo memorizzando ogni giorno le divise dei miei colleghi che lavorano lì, sempre diverse, come i loro ruoli. Perché a Disneyland un giorno sei alle casse, quello dopo all’accoglienza vip, ai tornelli delle attrazioni quello dopo ancora e così via.
«Parlare col diaframma?» mi chiede.
«Sdràiati, metti la mano sulla pancia e parla. Sentirai il diaframma che si muove. Poi fallo anche in piedi. Vedrai che andrà meglio» chiarisco. Altra patatina. Immersa nella maionese a sto giro.
Le porgo tutto il resto del mio pranzo in monete, la ragazza mi ringrazia ancora e poi sorridendo mi lascia sul vassoio una tazzina da caffè espresso.
«Questa è per te, per ringraziarti. E’ carina. Buona giornata!» e va via.
La guardo, la tazzina, non la ragazza, e se fino a qualche minuto prima fissando i binari immaginavo di prendere treni e andare da qualche parte adesso la destinazione ce l’avevo davanti. Grammaticalmente scorretta ma era lì, ripetuta decine di volte sulla tazzina. Due parole attaccate, senza spazio, come spesso piace scrivere a me, con l’hashtag davanti. Improvvisamente mi viene voglia di fame chimica, e non proprio di quello, ma di tutto quel resto prima che mi lascia addosso il profumo di Lei.
AROMA. Che mi sa essere anche un profumo, però, tipo quello del caffè.

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GIORNI DI FIERA E DI AUTUNNO CHE ARRIVA

Ricomincia la fiera. E’ già passato un anno e quasi non sembra. Guardo una foto scattata in un momento di noia, con il fonico di palco che è poi diventato mio amico giramondo e la hostess bionda simpatica che si faceva le canne nelle pause di palco fuori dal padiglione. E le offriva anche, le canne. Quel giorno era successa una cosa un po’ sconveniente, tipo che qualcuno aveva rovesciato della birra su una cassa e durante il live di Andrea e gli altri proprio quella cassa aveva iniziato a fumare. Non le canne. Aveva proprio preso fuoco. Panico e adrenalina, sono le cose che ci vogliono e sono anche un po’ rock’n’roll come piace a noi. Così a fine live c’eravamo seduti sui gradini del palco, lato backstage, e ci eravamo fatti un selfie, sdrammatizzando dei momenti morti come facevano Sandra e Raimondo a letto, la sera, prima di dormire. Che barba che noia che noia che barba.
Domani inizia la fiera. E domani ho il primo ospite del nuovo programma alla radio. Vuol dire anche che domani sarà la prima puntata e un po’ come ai primi appuntamenti cercherò di arrivare puntuale, preparato, vestito bene e con un mazzo di fiori. Il mazzo di fiori sarà per me, ovviamente.
Avere un primo ospite vuol dire avere una prima playlist personale, e personale vuol dire non per me. Avere un primo ospite vuol dire che oggi ho ricevuto la sua lista di tracce con accanto frasi che legano i brani a ricordi, cose come il mio primo giorno di scuola o la musica di quando ero bambino.
Da non-ficcanaso la cosa mi fa sorridere, da curioso la cosa mi stuzzica, da musicista l’insieme di diversi titoli, generi e suoni mi si sfoglia in testa come con le copertine di dischi di in un enorme jukebox prima di mettere dentro la monetina e schiacciare il bottone.
Piove fuori, e piove, ci penso adesso, l’ho usato mille volte in mille altre cose che ho pensato e poi scritto. E’ la prima pioggia ufficiale d’autunno, le altre scherzavano ed erano ancora estive. Oggi fa freddo, Milano mi costringe a vestirmi pesante e a mettere in tasca un ombrellino (che so già non aprirò comunque).
E’ colpa del rumore, della pioggia, vicino all’insieme di quei rumori che a me piacciono da impazzire, che mi rilassano e dai cui mi lascio circondare prima di abbandonarmi ai miei pensieri. Con il sottofondo della pioggia continuo ad ascoltare una traccia dopo l’altra, cercando di costruire nella mia mente un dialogo tra me, le storie e la musica. Abbandono, lo chiamerei così se fossi un altro, totale abbandono al piacere. Ma mi aiuta a concentrare, a tenere ferme le energie che di me sarebbero già sparse, lasciandomi addormentato con la bavetta sul cuscino.
Non so come sarà domani, come andrà il primo giorno di fiera e come sarà la prima nuova trasmissione alla radio, se prenderà fuoco un’altra cassa o se sbaglierò io a prendere le intro sulle tracce, in diretta. So solo che io sarò lì, ad alzare la mano e dire Presente!, anche se nella mia mente so già di essere impreparato per l’interrogazione a sorpresa.

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DI STORIE E DI CANZONI

Confessioni, private, tra me e il mio cellulare.
Mi si rimprovera spesso il fatto che io parli con le cose, con gli oggetti, che io interagisca anche con l’aria pur sapendo che non mi risponderà. Quindi premo record e, ogni tanto, per non scordarmi ciò che sto pensando, io mi registro. Play.
Tre radio, le mie, quelle in cui lavoro tutti i giorni. Nove ore.
Una radio, un’altra radio, quella che ho fondato sette anni fa e in cui bazzico quasi tutti i giorni. Altre quattro ore.
Ultima radio, per concludere, per mettere come la ciliegina sulla torta o qualcosa di simile. Quella in cui vado a salutare gli amici che ci lavorano adesso e in cui ho lavorato fino a quattro anni fa. Altre due ore.
Fai una somma. La mia giornata si articola più o meno così. E non è masochismo. E’ necessità. Passione. Necessità di viverla fino in fondo questa passione. In tutto questo sto anche preparando il nuovo programma per la radio di mezzo, quella che ho fondato e in quella in cui bazzico praticamente quasi tutti i giorni. Altre due ore a settimana che si aggiungeranno allo scontrino.
Ho bisogno di storie, di raccontarle, di ascoltarle, ho bisogno di avere delle storie dentro da sfogliare quando c’è silenzio. E allora me le vado a cercare, le storie, in giro per la città. Ché di storie, questa città, ne ha tante. E a volte ne ha troppe, anche troppo ben nascoste.

«Se ne prendi due hai una bibita in omaggio!»
«No! Ne voglio uno solo, di trancio di pizza (cara signora dietro al bancone)!». Così mi dà la pizza, io inizio a mangiare col naso spiaccicato al vetro guardando fuori i tram parcheggiati e lei nel frattempo continua, a cercare di vendere coppie di tranci di pizza con bibita in omaggio. Strategie. Come le strategie della radio e le strategie della città. Ripetere fino alla convinzione e all’accettazione. O allo sfinimento. Ancora non sono in grado di giudicare questa parte della storia ma so che per convincermi ci vuole un attimo di più dell’insistenza, dei due tranci di pizza e della bibita in omaggio.
Fare girare l’economia. E’ tutto un raccogliere, dai soldi alle storie. Solo che le storie, nel mio caso, non pagano in denaro ma pagano in pezzi di tempo che passa, di vita che si consuma e di musica che suona.
Attraverso il parco a piedi, per arrivare a casa. Sono quasi le undici di sera. C’è puzza di merda, quella dei cani vicino ai tronchi degli alberi zuppi dall’umidità. Direi che se non l’ho pestata stamattina, la merda, sentirne la puzza alla sera magari un po’ di fortuna me ne porterà.
Due sudamericani svaccati sulla panchina sotto l’unico lampione spento di tutto il parco parlano a voce alta in spagnolo, ridono con la loro voce strozzata e trangugiano vino attaccati alla bottiglia. Hanno un telefono poggiato a fianco che spara a tutto volume The Greatest di Cat Power. Un contrasto di immagini e musica. Un’altra storia che potrei raccontare, pur non capendo una parola di quello che ci si sta dicendo in altre lingue.
Di storie e di canzoni è quello di cui ho bisogno, è quello che vorrei ascoltare, è quello di cui parlerò.

Una volta volevo essere il più grande, con due pugni duri come la roccia e con un cervello che potrebbe spiegare ogni tipo di sensazione.
Una volta ho voluto essere il più grande. Nessun vento o cascata poteva fermarmi. E poi venne d’improvviso l’alluvione e le stelle della notte si ritrasformarono in polvere.

Soundtrack: Cat Power – The Greatest

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