DI STORIE E DI CANZONI

di icecamp

Confessioni, private, tra me e il mio cellulare.
Mi si rimprovera spesso il fatto che io parli con le cose, con gli oggetti, che io interagisca anche con l’aria pur sapendo che non mi risponderà. Quindi premo record e, ogni tanto, per non scordarmi ciò che sto pensando, io mi registro. Play.
Tre radio, le mie, quelle in cui lavoro tutti i giorni. Nove ore.
Una radio, un’altra radio, quella che ho fondato sette anni fa e in cui bazzico quasi tutti i giorni. Altre quattro ore.
Ultima radio, per concludere, per mettere come la ciliegina sulla torta o qualcosa di simile. Quella in cui vado a salutare gli amici che ci lavorano adesso e in cui ho lavorato fino a quattro anni fa. Altre due ore.
Fai una somma. La mia giornata si articola più o meno così. E non è masochismo. E’ necessità. Passione. Necessità di viverla fino in fondo questa passione. In tutto questo sto anche preparando il nuovo programma per la radio di mezzo, quella che ho fondato e in quella in cui bazzico praticamente quasi tutti i giorni. Altre due ore a settimana che si aggiungeranno allo scontrino.
Ho bisogno di storie, di raccontarle, di ascoltarle, ho bisogno di avere delle storie dentro da sfogliare quando c’è silenzio. E allora me le vado a cercare, le storie, in giro per la città. Ché di storie, questa città, ne ha tante. E a volte ne ha troppe, anche troppo ben nascoste.

«Se ne prendi due hai una bibita in omaggio!»
«No! Ne voglio uno solo, di trancio di pizza (cara signora dietro al bancone)!». Così mi dà la pizza, io inizio a mangiare col naso spiaccicato al vetro guardando fuori i tram parcheggiati e lei nel frattempo continua, a cercare di vendere coppie di tranci di pizza con bibita in omaggio. Strategie. Come le strategie della radio e le strategie della città. Ripetere fino alla convinzione e all’accettazione. O allo sfinimento. Ancora non sono in grado di giudicare questa parte della storia ma so che per convincermi ci vuole un attimo di più dell’insistenza, dei due tranci di pizza e della bibita in omaggio.
Fare girare l’economia. E’ tutto un raccogliere, dai soldi alle storie. Solo che le storie, nel mio caso, non pagano in denaro ma pagano in pezzi di tempo che passa, di vita che si consuma e di musica che suona.
Attraverso il parco a piedi, per arrivare a casa. Sono quasi le undici di sera. C’è puzza di merda, quella dei cani vicino ai tronchi degli alberi zuppi dall’umidità. Direi che se non l’ho pestata stamattina, la merda, sentirne la puzza alla sera magari un po’ di fortuna me ne porterà.
Due sudamericani svaccati sulla panchina sotto l’unico lampione spento di tutto il parco parlano a voce alta in spagnolo, ridono con la loro voce strozzata e trangugiano vino attaccati alla bottiglia. Hanno un telefono poggiato a fianco che spara a tutto volume The Greatest di Cat Power. Un contrasto di immagini e musica. Un’altra storia che potrei raccontare, pur non capendo una parola di quello che ci si sta dicendo in altre lingue.
Di storie e di canzoni è quello di cui ho bisogno, è quello che vorrei ascoltare, è quello di cui parlerò.

Una volta volevo essere il più grande, con due pugni duri come la roccia e con un cervello che potrebbe spiegare ogni tipo di sensazione.
Una volta ho voluto essere il più grande. Nessun vento o cascata poteva fermarmi. E poi venne d’improvviso l’alluvione e le stelle della notte si ritrasformarono in polvere.

Soundtrack: Cat Power – The Greatest

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