reading, writing

Mese: gennaio, 2015

ME L’HANNO DETTO CHE MI IMITI

Rosario l’ho visto arrivare in radio, stamattina, cappotto scuro e occhiali da sole, a cavallo del suo destriero a pedali e due ruote. Come ogni volta, si avvicina al lato della strada su cui cammino, rallenta, esclama uagliò! o alza la mano in segno di saluto, poi continua a pedalare verso la meta. Non ci incrociavamo da un po’, in effetti. Una delle ultime volte io ero entrato in studio mentre era in onda e mi ero poggiato in fondo alla regia, come faccio sempre per non disturbare, con la schiena contro i pannelli di legno. Lui, passando dalla cabina, dove si conduce, da questa parte in regia, disse di punto in bianco «Campagnolo, ogni volta che ti vedo mi viene in mente il faro di Formentera. Non so perché ma se ti vedo penso al faro».
«Quale dei tre?» risposi di getto ma in realtà rimasi stupito. Stupito dalle parole che aveva messo insieme che suonavano bene, come una bella sensazione. Al di là della stima professionale di sempre è proprio vero che le esperienze in cui si vive totalmente a contatto miscelate ai caratteri folli di questo mestiere ampliano le nostre visioni della gente al punto da legarle a un simbolo, a un aneddoto, una di quelle cose che quando le racconti spesso iniziano con “eravamo io, Tizio, Caio e Sempronio” come se raccontassi di una cosa tra amici di sempre.
Penso che Rosario stia soffrendo particolarmente la perdita di Pino, che se n’è andato qualche giorno fa, come fosse un brutto scherzo o (e a me piace più dire così) come finisce di punto in bianco una bella canzone, che poteva benissimo sfumare lunga e invece finisce di netto. In gergo tecnico lo chiamiamo cut, taglio, proprio come la sensazione che dà quando avviene. In questi due giorni che ormai ci separano dal taglio ho letto tanto, ma solo sui pensieri di Lorenzo (Jovanotti) e Rosario mi sono soffermato davvero a pensare. Forse perché raccontano pezzi di storia, di quelle storie che si legano a un simbolo, che suonano belle, che sono cose tra amici di sempre.

L’avevo incontrato per quella che sarebbe stata l’ultima volta lo scorso novembre, Pino. Era venuto in radio per un’intervista e quando l’ho visto ero subito andato a salutarlo. Come ogni volta era accaduta una specie di magia: sapendo dei suoi problemi di vista volevo andargli molto vicino per essere sicuro che lui avvertisse la mia presenza. Ma neanche stavolta ce n’era stato bisogno, perché quando ero a tre metri da lui ecco arrivare puntuale “Uè Rosà!”, pronunciato con quella voce inconfondibile, risparmiando con indolenza una sillaba, come facciamo sempre noi nati e cresciuti da quelle parti. Sentire il mio nome scandito da quella voce era sempre un evento, qualcosa che facevo fatica a considerare reale. La imitavo quella voce, lui lo sapeva. Una volta su Radio Montecarlo lui era al telefono e io in studio. “Sei un impostore, il vero Pino sono io!” E lui: “Lo so chi sei, sei Pellecchia: me l’hanno detto che mi imiti!”
La mia vita e la mia carriera sono costellate da aneddoti legati a Pino. 1997, sono arrivato a Milano da poco. Lui viene per promuovere il suo nuovo disco e la responsabile della musica di 105 mi porta da lui e gli dice: “Pino, volevo presentarti il nostro nuovo acquisto, arriva dalle tue parti. Si chiama Rosario Pellecchia”. Lui si gira e fa: “Nientemeno? Rosario Pellecchia? Uà, chill è famosissimo!” Radio Kiss Kiss in quegli anni era un’istituzione a Napoli, e pur non avendolo mai incontrato a quanto pare sapeva chi fossi. Non avete idea di quanto a lungo quella frase abbia risuonato nella mia testa. Avevo 26 anni, ero appena arrivato a Milano per lavorare nella radio dei miei sogni, mi sentivo piccolo piccolo e quel giorno Pino Daniele mi aveva dato la sua benedizione: non potevo crederci!
È davvero complicato spiegare ciò che lui rappresenta per me, e per un sacco di altra gente: napoletani, italiani, musicofili, appassionati.
Un musicista straordinario, tanto per cominciare: uno che aveva amato musiche pazzesche e che con l’impegno e la dedizione, supportato da un talento fuori dal comune, aveva cominciato a creare la sua di musica, a quelle ispirata. E “quelle” erano il jazz, il blues, il soul: roba che in Italia in quegli anni si sentiva in maniera quasi clandestina, sulle nascenti radio private.
Pino le conosceva bene quelle musiche, erano il suo pane quotidiano, quasi la sua ossessione. Le suonava e risuonava sulla sua chitarra, tirando fuori note via via più magiche.
Il linguaggio, poi: il mio dialetto plasmato e messo al servizio di quel suono incredibile. Quasi un esperanto, nel quale confluivano il mediterraneo, l’Africa, l’America, i vicoli di Napoli e il sale del nostro mare, l’allegria e il dolore, l’Inferno e il Paradiso.
I suoi testi, lontani anni luce da un’intollerabile oleografia che troppo spesso riduce la mia terra a un ammasso di cliché, una macchietta, uno stanco susseguirsi di maschere.
“Napule a sap tutt ‘o munn/ma nun sann a verità”. Quella verità Pino invece la conosceva, e aveva urgenza di raccontarla, senza sconti, senza essere necessariamente simpatico. Lui come Massimo, due giganti inarrivabili della cultura italiana, ai quali si deve la più fedele e quasi epica distillazione del vero spirito di una terra straordinaria.
Un portavoce, un artista che col suo talento sopperiva all’impossibilità di noi comuni mortali di raccontare le nostre radici per quello che sono davvero.
Per questo ogni mio incontro con Pino era denso di emozione e gratitudine. Per questo la sua gente l’ha amato così tanto, come sta dimostrando in queste ore. Perché è una grande fortuna averlo avuto, e senza di lui sarebbe stato semplicemente diverso. Più piatto, meno interessante.
Prendere Napoli e la musica italiana e sottrarle in un colpo solo alle campane di plastica sotto le quali rischiavano di soffocare, consegnandole all’abbraccio della Verità: ecco cos’ha fatto Pino.
Grazie di tutto, dal più profondo del cuore. Non ti dimenticherò mai.

Rosario Pellecchia

Quel giorno di novembre ero in radio, al piano terra, avevo controllato i microfoni in studio e aprii la porta per tornare di là, nella stanza di regia dove si controllano le telecamere che registrano il video e gli strumenti e voci degli artisti quando si esibiscono dal vivo. A un baffo dalla porta che aprivo di colpo abitudinariamente, c’era Pino, che aspettava in silenzio.
«E’ sempre questo lo studio dell’intervista, vero?» mi chiese quasi sottovoce.
«Certo! Accomodati. Sono tutti su nell’altro studio, un minuto e vengono giù» e fuggii verso la fine del corridoio.
I miei contatti con gli artisti sono sempre fugaci e di poche parole, quelle utili, che danno informazioni semplici e, spero, esaustive, che possano mettere a proprio agio. Non ho mai capito il perché ma, nel mio intimo, adoro questi contatti quasi invisibili.
E vivrò, sì vivrò, tutto il giorno per vederti andar via, ché in questo viaggio siamo comunque tutti destinati a vederci, viverci per poi salutarci, perderci e ritrovarci, per un breve periodo o, chi lo sa, forse per sempre.

Soundtrack: Pino Daniele – Quando

ross e pino

FADING LIGHT

Posti come casa, quelli in cui sono cresciuto, con i campi, le mucche, i recinti di legno e di fil di ferro che punge.
Il mare, distante dalla campagna ma a un battere di ciglio da ogni luogo, col gelo dell’inverno e il tepore dell’estate che arriva di punto in bianco. Una lunga riva di sassi e di terra insieme, una poltiglia alla quale non sono abituato dare il nome spiaggia.
Le onde incazzate del mare straniero d’inverno si sbattono non lontane dalla strada adornate da cabine di legno dai colori pastello. Sono silenziose, avvolte nei rumori della città che scorre e gli dà le spalle, facendole incazzare ancora di più.
Gabbiani. Uno stormo numeroso che si muove come anelli in orbita attorno al West Pier. A casa mia non ne ho mai visti così tanti, pensavo. Neanche al porto tra le barchette mezze sfatte. Incantato rimango a fissare ed ascoltare mentre passeggio, poi mi guardo i piedi, se camminano dritti o hanno già preso il vizio storto, e poi guardo ancora in aria, da una parte all’altra come se misurassi con gli occhi l’arcobaleno.
Il tempo sembra essere fermo, mi sento in vacanza in un’altra vita. Posso tornare indietro e ricordare i primi dettagli di ogni nuovo posto.
Mezz’ora prima scendo dal treno, ad esempio, trascino la valigia fin fuori dai tornelli, poi attraverso i fumi della stazione e via giù in strada. Osservo i cartelli, ascolto la gente parlare e cerco di seguirli contando le parole che comprendo come fossero fotogrammi chiave di un video che scorre velocissimo.
Proseguo dritto, imbocco la discesa. Guardo supermercati a sinistra e botteghe a destra. Mi fermo per sbirciare dietro al vetro degli studi della radio locale vicini al marciapiede, come fosse una vetrina in un negozio di giocattoli.
Passo la torre dell’orologio, all’incrocio. Mi infilo a destra per evitare di perdermi e di far tardi all’appuntamento, anche se l’idea di perdermi, in quel paese tutto nuovo e dissonante per me, iniziava a balenarmi seriamente per la testa già da un po’.
Mi passa accanto un ragazzo, incappucciato e in pantaloncini. Un altro poco avanti in magliettina e jeans, con in mano una bottiglia di jack avvolta in parte in un sacchetto di carta marrone. Mi fermo. Mi appoggio un attimo alla valigia per cercare di capire e sento il caldo inesistente dei primi giorni di novembre, così come forse non lo percepivano quelli sulla mia strada, prima di me. Alito in aria e vedo il vapore abbandonarmi la bocca, tiro su la sciarpa sul naso e continuo in avanti, consapevole che il pazzo, oggi, non sono io.
Cinquanta minuti avanti. Non sono più solo. Passeggio sotto i palazzi illuminati che dominano la costa, parlo la mia lingua davanti a pollo fritto e fagioli piccanti e racconto del viaggio e dei nuovi dischi che ho ascoltato alla radio inglese, isolato nelle cuffiette, in treno, correndo giù dalla City verso il mare.
Così mi è apparsa Brighton quando vi arrivai di sera la prima volta. Terra straniera di sapori strani, suoni indecifrabili e odori come di casa. Sensazioni che stupiscono il viaggiatore che si allontana bendato fin dove non è stato mai.

GIU’ DENTRO AL BOSCO

Mi sveglio che è già domenica, metà giornata di domenica, come se tutte le mattine e le albe che vivo durante l’anno spariscano completamente nel weekend quando non lavoro. Forse è uno strano modo per disintossicarmene, ché non farebbe mica male, o forse solo un modo per ricordarmi di dormire veramente una volta tanto.
Recupero il cellulare sulla mensola al mio fianco ed è spento. Scarico. Morto. Anche lui ha deciso di dormire fino a tardi oggi. In verità dovevo essere talmente stanco che non ho controllato la percentuale bassa della batteria e quindi attaccato al cavo di carica prima di andare a dormire. Nel mio mondo, questa notte ero nel mio mondo. O in quello di qualcun altro che non è comunque quello reale.
Sarà che l’orologio contava quasi le tre del mattino o saranno stati i colori troppo accesi del Grand Budapest Hotel a trasportarmi lontano da qui. Mi piace, nei giorni in cui non si deve correre per fare qualcosa, restare in silenzio, nella penombra, a concentrarmi, leggere, osservare, scrivere, e incontrare.
Si accende il telefono, quasi mi rimprovera con il suo uno per cento in bella vista e inizia ad illuminarsi e gemere suoni fastidiosi mentre ancora mi rotolo sotto le coperte.
«Sì, ho capito. Stai zitto adesso!» e mi giro dall’altra parte.
Una notte di messaggi catapultati qui tutti in un attimo. Mi sveglio, esco dal letto ancora in mutande e inizio a parlare, in giro per il mondo, mentre scendo appena, per la scaletta di legno, giù dal soppalco.
In soli cinque gradini oggi ho visitato una pista di pattinaggio sul ghiaccio, sono passato a bere un cappuccino sfogliando riviste di moda, e soffermato a chiacchierare di pagine spente di qualche social network che non ci ha reso ultimamente la vita facile; poi ho chiuso whatsapp, ho aperto il rubinetto dell’acqua fredda e ho lavato il viso. Effettivamente, ho pensato, presentarmi poco fa in pista, a colazione e poi in salotto in mutande non dev’essere stato tanto carino. Difetti del risveglio brusco. Forse è una condizione trascurabile la domenica mattina.
Tra una settimana ricominciano i programmi alla radio, non realizzo ancora che ho davanti una stagione intera di incontri e di racconti da ascoltare, in diretta. Spesso arrivo impreparato, solo concentrato sul momento, e inizio ad ascoltare i miei ospiti, a scrivere di punto in bianco una storia che non conosco accompagnato dai loro aneddoti e dalla musica che mi consigliano. In quei casi vivo totalmente, mi immergo per due ore in qualcuno che non sono io, divento, come nelle fiabe lette prima di dormire, prima lupo, poi principe, poi cacciatore, strega, ranocchio, anatroccolo e cigno.
È prezioso parlare, ricordare, raccontare. Senza racconti siamo maschere rigide come nel teatro di una volta, con una sola misera espressione. A cosa una persona deve credere? Ai sogni? Certamente ma deve comunque renderli concreti. L’uomo non ha le ali per volare ma può sognare di averle.
Inizia un anno, adesso, dopo le ultime feste che spezzano la quotidianità rapsodica. Spero che in questi nuovi giorni riesca a ritrovare il modo di prendere e partire, cercare dentro e fuori di qui racconti da annotare e tenere come scontrini ammucchiati in tasca che non ricordi mai di avere e che saltano fuori all’improvviso, sbiaditi ma intellegibili. Spero in una musica nuova, affascinante che mi faccia dimenticare i buoni propositi astratti e mi faccia fare, concretamente, proprio come suona il gioco di parole.
Spero che quest’anno mi porti anche nel bosco, a perdermi un po’ tra fagioli, funghetti e fate, e trovare dietro l’angolo una Taylor Swift vestita da Cappuccetto Rosso col cestino pieno di focacce calde. Lasciatemi qualche fantasia, per lo meno, che sono umano anch’io. Adesso potete non tirarmi fuori mai più.

Soundtrack: Taylor Swift – Out of the Woods (live @Jimmy Kimmel)

intothewoods_concept

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