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Mese: febbraio, 2015

IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO

Accadeva oggi, un anno fa. Suzanne Vega si esibiva live in radio. Per me non è passato un giorno.
Suona Luka, anche se tutti ricordiamo il motivetto remixato da DNA che faceva tu tu turu tu tu ruru tu tu turu tutu ruru.
Impressionante, donna di grande bellezza anche adesso. Si accompagna alla chitarra, canta e sembra che gli anni non siano passati ma io sono cresciuto ed è praticamente logico che lei sia invecchiata in proporzione. Un microfono, due cavi e una d.i. box (che si legge di-ai-box): il più semplice degli acustici mai fatti finora. Le scatto una foto, la posto. Cinque minuti dopo la aggiunge ai preferiti, ritwitta e viene da me con il cellulare ancora in mano, mi ringrazia e va via. Dettagli, penserete, ma sono quei momenti che potrei ricordare fino all’estinzione della specie.
Oggi ho iniziato a mixare i Kodaline, loro sono irlandesi, giovani, con un bel tiro e ho tipo divorato i video di alcuni loro live fatti nelle radio in giro per il mondo. Mentre stiamo registrando il primo pezzo il loro manager mi si avvicina raccontandomi di quando l’hanno registrata in BBC per Live Lounge, che avevano anche la sessione di archi e i ragazzi erano tutti gasati. Così, discorsi da fare alle tre del pomeriggio, penso, come se io potessi reggerli senza una sana dose di xanax per non andare nel panico e cannare tutte le registrazioni al momento. Si chiama ansia da prestazione, lo so, e potrei soffrirne improvvisamente se mi si parla di BBC mentre sto mixando un gruppo dal vivo.
Prima di iniziare il terzo brano il fonico dei ragazzi mi chiama e mi chiede una cinghia per chitarra (che non ho) perché il cantante deve armeggiare con un mandolino, il microfono e l’armonica a bocca tutto insieme. Bene, strappo via il cordino del cappuccio di una felpa e lo lego da una parte al manico e al culo del mandolino dall’altra. E quella del culo a mandolino direi che improvvisamente diventa un’associazione di idee lecita.
Hanno suonato un mashup di Ed Sheeran e Taylor Swift. Forse gli ha portato fortuna dato che entrambi, qualche sera fa, si sono portati a casa le statuette dei Brit Awards, si sono dichiarati amore eterno sul palco durante la premiazione e sono stati trovati dalla polizia nascosti nel bagno di casa di Mark Ronson durante un party insieme a Hozier che faceva gli scherzoni da dietro la porta. E va be’, so’ ragazzi!
Quando però poi lo show finisce, quando le storie si mettono a tacere e gli artisti vanno via con una stretta di mano e ogni tanto un sorriso, è il momento che davvero preferisco. Quello in cui realizzo l’accaduto, come appena dopo aver fatto del sesso, quello sano che mette in pace i sensi. Via gli strumenti, via tutti, ci sono io e ciò che resta della musica.
Vivo tra i cavi. Mi ritrovo a recuperarli dalla matassa informe ogni volta che finisce un’esibizione. Ho imparato ad ascoltarli, anche quando non trasportano alcun suono e lo studio è una stanzetta poco illuminata e dal silenzio fin troppo ovattato.
Li scollego, li lascio in terra e li tiro via, uno ad uno, come se fosse un molle mikado abbandonato per terra. Li avvolgo uno dopo l’altro e li sistemo sul tavolo divisi per categoria, per connettore e a volte per colore che alla fine sembra una montagna di spaghetti pronti per essere mangiati.
Strana la vita dei cavi, li stendo e collego tutto il giorno, poi li raccolgo e li controllo, per evitare possano avere problemi domani e interrompersi sul più bello, e sono bestemmie. Mentre avvolgo in cerchio l’ultimo recupero una cesta, scatto una foto al mio piatto da chef pluristellato e inizio a riporli, da una parte i jack, dall’altra i cannon, poi l’elettrico e la rete e così via. Li conto man mano, come i bambini in fila che entrano in classe prima della lezione e dell’appello. I cavi degli artisti, forse non si rendono conto a che show prendono parte ogni giorno. O forse se ne rendono conto alla fine, un po’ come me, quando quelli importanti vanno via e rimaniamo soli, sdraiati sul pavimento, a mettere insieme i pezzi della giornata. Gli altri, gli strumenti e le sedie, messi ai lati nell’attesa di essere riposti in magazzino. Loro, i cavi, in attesa di essere riavvolti. E io? Io speriamo che me la cavo.

Soundtrack: DNA feat. Suzanne Vega – Tom’s Diner

cavi

GIOCO DI DONNA (E SE DOMANI)

Guardo la tv sul computer, ché ne ho di lavoro da fare nel mentre. C’è il RoxyBar, quel posto che cantava Vasco quando aveva voglia di whiskey nella sua vita spericolata, quel posto col divano, il palco e il pubblico che è sempre uguale da trent’anni a questa parte.
Non lo trasmettono più alla televisione normale, così mi aggrappo a internet ogni tanto per rubarne qualche scena e qualche nota. Apro i messaggi vocali sul telefono e ascolto frasi registrate a Sanremo, qualche settimana fa, in preda al sonno alle sei del mattino. La mia voce è spezzata dalla stanchezza e profonda come i trucchi che usiamo sul suono alla radio, di quelle equalizzazioni e compressioni esagerate.

Mi piace essere osservato – mi ascolto dire – mi piace quel momento in cui cerco di capire se gli occhi che ho di fronte mi stanno studiando, perché più o meno è la cosa che faccio io quando incontro qualcuno che mi interessa.
Si dice non fare agli altri quello che vorresti non facessero a te e di conseguenza mi piace fare quello che mi piacerebbe mi facessero.
E’ strano ritrovarsi con occhi puntati addosso per qualche secondo, un sorriso e poi il nulla, per essere osservati ancora una volta, poco dopo, ed essere accompagnati da un’altra smorfia vivace.
Era da tanto che non vedevo labbra rosse e una lingua che batte sui denti e li accarezza, che si muove da una parte all’altra di un sorriso furbo. Era tanto che non vedevo questo giochetto di donna.
Ero piccolo. Mi si diceva fosse sensuale, ma da piccolo non lo capisci mica. Potrei ripeterlo ad altri, magari ad altri più piccoli di me adesso che è davvero sensuale, una cosa del genere, quanto erotica, all’idea sporca ma delicata e attraente.
Attira la mia attenzione più e più volte. Che poi io sono uno che ci cade facilmente in basso, con gli sguardi. Sono uno che non guarda tanto negli occhi ma guarda la bocca, soprattutto quando qualcun altro parla. Sono uno che ha imparato tardi a guardare in faccia la gente e ricambiare gli sguardi. Prima ho sempre fissato le labbra di una persona mentre parlava, quello spazio centrale del viso tra la bocca e gli occhi che si mette a fuoco quasi sul naso, per avere una visione totale del volto. Quanti labiali ho imparato a leggere così da riconoscere poi sul lavoro da lontano un playback fatto male o un sync sbagliato in produzione.
«Ma tu che ci fai da solo in giro a quest’ora? Vuoi venire a mangiare qualcosa con noi?» mi chiede, nel suo cappotto rosso, poi si avvicina, infila il suo braccio sotto il mio e fa un po’ di strada con me.
Mi ritrovo così al tavolo con un uomo e quattro donne. Una più bella dell’altra. Sorridono, ascoltano anch’esse. Si intrufolano nel discorso anche solo con uno sguardo, con il gesto di un dito, scuotendo la testa, facendo ciondolare capelli lisci, mossi, ricci sulle spalle.
Io sono silenzioso, al tavolo. Ascolto. Ascolto la sagra dei luoghi comuni che tra uomo e donna genera un dibattito come fosse un’esplosione nucleare che distrugge paesi interi. Cinquanta sfumature di grigio, romanzi per donne, romanzi per uomini, cose che a volte rasentano cinicamente il razzismo. Discorsi che non è che mi appartengano più di tanto.
Lo vedo, come fosse il confronto tra uomo e donna sul chi ce l’ha più grosso, quella perdita di tempo che potrebbe essere riempita con due parole, un accordo (magari musicale) o un compromesso. Un desiderio, comune ad entrambi.
Io ti voglio è il mio desiderio in quell’istante. Seguimi, fatti prendere per il polso e trascinare via di qua.
Soffro di stanchezza in questi giorni. Sanremo mi succhia l’anima e il tempo come pochi posti riescono a farlo. Quasi non desidero andare a dormire ma poi lo faccio e pochi minuti dopo suona la sveglia.
Godo di questo non-ritmo, non vivo ma scopro città, colori, rumori, profumi, persone, indigeni e stranieri come me che riempiono le strade, si incontrano, si stringono e si baciano sorridendo come se si conoscessero da una vita. Questa, la conseguenza fatale al desiderio o compromesso comune che sia, la stessa causa di essere presenti in un luogo, giorno, notte, come se mai esistesse il tempo di dormire e come se sempre fosse acceso il desiderio di un bacio che batte tra i denti e la lingua di un gioco di donna dalle labbra rosse, pochi minuti prima dell’alba.

Stop. Le mie parole nella registrazione finiscono in un fruscio strano che mi sembrano le lenzuola del mio letto in hotel mentre mi ci infilo sotto per coprire gli occhi dalla luce che inizia ad entrare dalla finestra.
La musica intanto scorre al Roxy Bar come se non si fosse accorta del mio isolarmi ad ascoltarmi blaterare. Fa da tappeto mentre scrivo e mi aiuta a mettere punti e virgole al posto giusto.
Sul palco Annalisa e Nina Zilli improvvisano in duo E Se Domani, accompagnate al piano. Sembra che le parole siano adatte al mio desiderio ritornato in testa. E ci sarebbe poco da dire sui miei pensieri di adesso, che sono proibiti e legati ad un gioco di sguardi e di gesti, ché la musica, che li amalgama insieme, è più grande vettore di emozioni.
Quello che basta all’altra gente non mi darà nemmeno l’ombra della perduta felicità. 

Soundtrack: Mina – E Se Domani

anna_nina_roxybar

MARE E MUSICA

Stazione di Albenga. Uscendo da qui il binario è dritto, al filo col mare. Il sole è già sceso e il cielo è di un azzurro intenso che contrasta il verde chiaro dell’acqua increspata. Mi allontano da Sanremo con due sconosciuti e un collega addormentato, in un vecchio scompartimento di un treno che ci mette quanto mezza Italia per rientrare a Milano. Tutte le stazioni, una dopo l’altra, per caricare e scaricare, come se nessuno oggi avesse fretta.
Ho in cuffia i dischi di quest’ultimo festival appena finito. Li riascolto e soprattutto in un ordine che non ho deciso io. Queste scelte altrui, in questo caso del titolatore della playlist su spotify, mi incuriosiscono sempre e inizio quindi a perdermi in questa storia fatta di musica, lenta e poi veloce e ancora lenta, triste, speranzosa, buffa e impegnata. Mi sento come su una montagna russa di emozioni, riscopro i testi, tutte le parole che mi ero perso in questi giorni perché Sanremo è una macchina che non si ferma, accende il motore e fa rumore e copre ogni cosa, parole comprese: un off show pieno di tutto che non ha tempo di riposare. Il mio primo vero sonno, infatti, è quello che mi avvolge in questo istante, su un sedile scomodo di prima classe di un InterCity anziano e goffo che corre avanti e fa ancora tumtum e ciufciuf.
Pavia. Tutte uguali le stazioni al buio che mi era sembrato già di essere quasi a casa. Ritornerai nelle orecchie. Chanty, che la canta, ha due occhi profondissimi e attenti in un mio scatto di qualche giorno fa.
«Non sto tanto bene ma ci vediamo domani a mezzanotte» mi aveva detto, doveva suonare sul nostro palco mercoledì sera, poi un malore annullò lo spettacolo all’ultimo minuto.
«Niente, è al ristorante e sta vomitando l’anima, col cazzo che la portano qui a cantare, cerchiamo di allungare i tempi» mi avevano detto innervositi in produzione.
«Come stai? Mi hai fatto preoccupare!» Le dissi la mattina dopo quando ritornò in studio.
«Non avvicinarti, non voglio contagiarti! Ho ancora la febbre» e sorrise come solo lei riesce a fare e mettere in pace i sensi.
Milano. Avrò scritto interi trattati sulla Stazione Centrale, se solo mettessi insieme i vari pezzi sparsi che parlano di questo posto.
Baciarti e poi scoprire che l’ossigeno mi arriva dritto al cuore, solo se mi baci te, e non sentire bisogno più di niente. Annalisa mi canta dentro la testa. Tolgo un auricolare e ripenso alle storie, episodi di vita che mi hanno saturato in dieci giorni che forse non ne ero pronto. La bronchite di Raf, la merenda in terrazzino vista mare tra foto e torte di pere e cioccolato, pizza, hamburger e patatine fritte alle quattro del mattino e il toast di Annalisa alle quattro del pomeriggio divorato in hotel. Cose che voi umani fate ma su cui non vi soffermate. Sfumature del comune quotidiano che banalmente non riusciamo a conservare dentro come un prezioso momento.
Disegna una finestra tra le stelle da dividere col cielo, da dividere con me, e in un istante io ti regalo il mondo è il primo riff che mi è entrato in testa, nulla di personale seppure ci sarebbe da confessare un amore. Quattro giorni fa mi sono seduto al pianoforte di Casa Sanremo e la prima melodia che è uscita è stata quella, in Fa diesis che non è nemmeno il più semplice giro da gestire.
Vuoi andare a salutare Anna? recitava un messaggio delle 3:07 sul mio telefono ma la mia non-resistenza fisica dell’ultima notte a Sanremo ha predominato sul desiderio e il letto ha avuto la meglio, almeno per un paio d’ore.
I miei micro sonni da treno finiscono e mi sveglio quando Fabio entra in cabina e mi chiede «Ma domani chi fa apertura in radio?».
Ecco. Rientrare in città fa questo effetto, tutti sull’attenti ma con gli occhi puntati verso dietro, per non dimenticare, per cercare da qualche parte quel microcosmo che hai appena abbandonato.

Chanty_Radio-Monte-Carlo_CasaSanremo
(Chanty @ Radio105, Casa Sanremo Lancôme 2015)

I GIORNI DEL CANTIERE

«Bella vero? Vediamo se riusciamo, questa è già pronta per Andrea ma vorremmo trascriverla in francese per Charles e in inglese per Stewie…».
Che poi finisce sempre così, a chiamare gli artisti per nome come fossero amici fraterni. Andare a Sanremo vuol dire anche ritrovarsi in treno a leggere in anteprima il testo di una canzone di Bocelli prima ancora di essere incisa e sapere già che la canteranno anche Aznavour e Wonder. È sempre un fattore di incontri, casuali o ricercati, questa cosa che ti arricchisce di punto in bianco la giornata.
La città dei fiori è poco fiorita nei giorni prima del festivàl, che con la A accentata, si sa, suona sempre meglio, perché in fondo ci piace essere tradizionalisti.
Pioveva a dirotto quando sono arrivato, già quattro giorni fa e, mentre in tivù passano solo interviste e spot in cui la gente canta anche per strada, qui il festival è già in moto, tutto è un cantiere. Architetti, carpentieri, meccanici, massaggiatori, parrucchieri, tecnici del suono, delle luci, dei computer, dei frigoriferi, degli aspirapolveri, degli estintori, dei lacci di scarpa… È tutto un mondo di artigiani che costruiscono una macchina assurda fino all’ultimo secondo e la mettono in moto in quell’istante esatto in cui credi di essere spacciato perché è tutto troppo tardi. Gli artisti sono ombre e fantasmi che provano rinchiusi al teatro fino a tarda notte, poi spariscono dalla faccia della terra e ciò che ne resta sono solo selfie su facebook che testimoniano che ci sono, sono qui a due passi ma non si vedono. E in effetti non si vede nessuno, nemmeno gli abitanti di questo paesello sul mare, e la notte ci si ritrova per strada, con il venticello bastardo in faccia, a salutarsi con gli orchestranti che escono da teatro e imbracciano custodie di violini, di trombe, flauti, clarini e oboe. Ho incrociato lo sguardo di una violinista, tornando indietro dal casinò l’altra sera. Si allontanava a passo svelto dai colleghi come per fuggire dalle ore di massacro e venendo dalla mia parte guarda incuriosita nascondendosi dentro la sciarpa che le copre parte del volto, si avvicina e mi fissa, ancora. E ancora.
«Buonanotte» le dico piano quando ci incrociamo, lei si scopre il viso e sorridendo sussurra Grazie.
Sono distrutto anch’io, noi uomini di cantiere non ci fermiamo da settimane, abbiamo montato, apparecchiato e osservato costruirci attorno questa nostra casa in cui vivremo, giorno e notte, tutta questa strana settimana.
Sono qua, che è mattina, e il sole sorge adesso, a seguire la prima diretta in radio con la casa vuota, i bar ancora chiusi, i divani abbandonati e le luci spente. Salgo sul palco, mi avvicino alle percussioni, mi invento un ritmo. Poi mi siedo alla batteria, lo risuono su piatti e tamburi, mi avvicino al pianoforte e a una mano ci costruisco sopra una melodia.
Ho sonno, me ne accorgo dalla smania di fare mille cose in una senza fermarmi, come per mantenermi a forza sveglio senza premere un attimo il tasto di pausa. Il mio pubblico è composto da due uomini con l’aspirapolvere in mano, che raccolgono briciole e bicchieri vuoti lasciati in giro.
Reduce da giorni di pannelli di legno da pitturare e moquette impacchettate nel cellophane, mi sembra strano vedere questo salone prendere vita e colore, le strade popolarsi e diventare rumorose. Me l’avevano detto, A Sanremo c’è tutto un mondo, ma non ci credi se non lo vedi, tutto questo nazionalpop. La parte bella poi di questo ritratto dell’Italietta nostalgica rimane comunque il poter godere del ricordo di un sorriso solitario scambiato nella notte, da solitari per quanto lo si è, nella quiete prima della tempesta della canzone italiana.

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