I GIORNI DEL CANTIERE

di icecamp

«Bella vero? Vediamo se riusciamo, questa è già pronta per Andrea ma vorremmo trascriverla in francese per Charles e in inglese per Stewie…».
Che poi finisce sempre così, a chiamare gli artisti per nome come fossero amici fraterni. Andare a Sanremo vuol dire anche ritrovarsi in treno a leggere in anteprima il testo di una canzone di Bocelli prima ancora di essere incisa e sapere già che la canteranno anche Aznavour e Wonder. È sempre un fattore di incontri, casuali o ricercati, questa cosa che ti arricchisce di punto in bianco la giornata.
La città dei fiori è poco fiorita nei giorni prima del festivàl, che con la A accentata, si sa, suona sempre meglio, perché in fondo ci piace essere tradizionalisti.
Pioveva a dirotto quando sono arrivato, già quattro giorni fa e, mentre in tivù passano solo interviste e spot in cui la gente canta anche per strada, qui il festival è già in moto, tutto è un cantiere. Architetti, carpentieri, meccanici, massaggiatori, parrucchieri, tecnici del suono, delle luci, dei computer, dei frigoriferi, degli aspirapolveri, degli estintori, dei lacci di scarpa… È tutto un mondo di artigiani che costruiscono una macchina assurda fino all’ultimo secondo e la mettono in moto in quell’istante esatto in cui credi di essere spacciato perché è tutto troppo tardi. Gli artisti sono ombre e fantasmi che provano rinchiusi al teatro fino a tarda notte, poi spariscono dalla faccia della terra e ciò che ne resta sono solo selfie su facebook che testimoniano che ci sono, sono qui a due passi ma non si vedono. E in effetti non si vede nessuno, nemmeno gli abitanti di questo paesello sul mare, e la notte ci si ritrova per strada, con il venticello bastardo in faccia, a salutarsi con gli orchestranti che escono da teatro e imbracciano custodie di violini, di trombe, flauti, clarini e oboe. Ho incrociato lo sguardo di una violinista, tornando indietro dal casinò l’altra sera. Si allontanava a passo svelto dai colleghi come per fuggire dalle ore di massacro e venendo dalla mia parte guarda incuriosita nascondendosi dentro la sciarpa che le copre parte del volto, si avvicina e mi fissa, ancora. E ancora.
«Buonanotte» le dico piano quando ci incrociamo, lei si scopre il viso e sorridendo sussurra Grazie.
Sono distrutto anch’io, noi uomini di cantiere non ci fermiamo da settimane, abbiamo montato, apparecchiato e osservato costruirci attorno questa nostra casa in cui vivremo, giorno e notte, tutta questa strana settimana.
Sono qua, che è mattina, e il sole sorge adesso, a seguire la prima diretta in radio con la casa vuota, i bar ancora chiusi, i divani abbandonati e le luci spente. Salgo sul palco, mi avvicino alle percussioni, mi invento un ritmo. Poi mi siedo alla batteria, lo risuono su piatti e tamburi, mi avvicino al pianoforte e a una mano ci costruisco sopra una melodia.
Ho sonno, me ne accorgo dalla smania di fare mille cose in una senza fermarmi, come per mantenermi a forza sveglio senza premere un attimo il tasto di pausa. Il mio pubblico è composto da due uomini con l’aspirapolvere in mano, che raccolgono briciole e bicchieri vuoti lasciati in giro.
Reduce da giorni di pannelli di legno da pitturare e moquette impacchettate nel cellophane, mi sembra strano vedere questo salone prendere vita e colore, le strade popolarsi e diventare rumorose. Me l’avevano detto, A Sanremo c’è tutto un mondo, ma non ci credi se non lo vedi, tutto questo nazionalpop. La parte bella poi di questo ritratto dell’Italietta nostalgica rimane comunque il poter godere del ricordo di un sorriso solitario scambiato nella notte, da solitari per quanto lo si è, nella quiete prima della tempesta della canzone italiana.

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