GIOCO DI DONNA (E SE DOMANI)

di icecamp

Guardo la tv sul computer, ché ne ho di lavoro da fare nel mentre. C’è il RoxyBar, quel posto che cantava Vasco quando aveva voglia di whiskey nella sua vita spericolata, quel posto col divano, il palco e il pubblico che è sempre uguale da trent’anni a questa parte.
Non lo trasmettono più alla televisione normale, così mi aggrappo a internet ogni tanto per rubarne qualche scena e qualche nota. Apro i messaggi vocali sul telefono e ascolto frasi registrate a Sanremo, qualche settimana fa, in preda al sonno alle sei del mattino. La mia voce è spezzata dalla stanchezza e profonda come i trucchi che usiamo sul suono alla radio, di quelle equalizzazioni e compressioni esagerate.

Mi piace essere osservato – mi ascolto dire – mi piace quel momento in cui cerco di capire se gli occhi che ho di fronte mi stanno studiando, perché più o meno è la cosa che faccio io quando incontro qualcuno che mi interessa.
Si dice non fare agli altri quello che vorresti non facessero a te e di conseguenza mi piace fare quello che mi piacerebbe mi facessero.
E’ strano ritrovarsi con occhi puntati addosso per qualche secondo, un sorriso e poi il nulla, per essere osservati ancora una volta, poco dopo, ed essere accompagnati da un’altra smorfia vivace.
Era da tanto che non vedevo labbra rosse e una lingua che batte sui denti e li accarezza, che si muove da una parte all’altra di un sorriso furbo. Era tanto che non vedevo questo giochetto di donna.
Ero piccolo. Mi si diceva fosse sensuale, ma da piccolo non lo capisci mica. Potrei ripeterlo ad altri, magari ad altri più piccoli di me adesso che è davvero sensuale, una cosa del genere, quanto erotica, all’idea sporca ma delicata e attraente.
Attira la mia attenzione più e più volte. Che poi io sono uno che ci cade facilmente in basso, con gli sguardi. Sono uno che non guarda tanto negli occhi ma guarda la bocca, soprattutto quando qualcun altro parla. Sono uno che ha imparato tardi a guardare in faccia la gente e ricambiare gli sguardi. Prima ho sempre fissato le labbra di una persona mentre parlava, quello spazio centrale del viso tra la bocca e gli occhi che si mette a fuoco quasi sul naso, per avere una visione totale del volto. Quanti labiali ho imparato a leggere così da riconoscere poi sul lavoro da lontano un playback fatto male o un sync sbagliato in produzione.
«Ma tu che ci fai da solo in giro a quest’ora? Vuoi venire a mangiare qualcosa con noi?» mi chiede, nel suo cappotto rosso, poi si avvicina, infila il suo braccio sotto il mio e fa un po’ di strada con me.
Mi ritrovo così al tavolo con un uomo e quattro donne. Una più bella dell’altra. Sorridono, ascoltano anch’esse. Si intrufolano nel discorso anche solo con uno sguardo, con il gesto di un dito, scuotendo la testa, facendo ciondolare capelli lisci, mossi, ricci sulle spalle.
Io sono silenzioso, al tavolo. Ascolto. Ascolto la sagra dei luoghi comuni che tra uomo e donna genera un dibattito come fosse un’esplosione nucleare che distrugge paesi interi. Cinquanta sfumature di grigio, romanzi per donne, romanzi per uomini, cose che a volte rasentano cinicamente il razzismo. Discorsi che non è che mi appartengano più di tanto.
Lo vedo, come fosse il confronto tra uomo e donna sul chi ce l’ha più grosso, quella perdita di tempo che potrebbe essere riempita con due parole, un accordo (magari musicale) o un compromesso. Un desiderio, comune ad entrambi.
Io ti voglio è il mio desiderio in quell’istante. Seguimi, fatti prendere per il polso e trascinare via di qua.
Soffro di stanchezza in questi giorni. Sanremo mi succhia l’anima e il tempo come pochi posti riescono a farlo. Quasi non desidero andare a dormire ma poi lo faccio e pochi minuti dopo suona la sveglia.
Godo di questo non-ritmo, non vivo ma scopro città, colori, rumori, profumi, persone, indigeni e stranieri come me che riempiono le strade, si incontrano, si stringono e si baciano sorridendo come se si conoscessero da una vita. Questa, la conseguenza fatale al desiderio o compromesso comune che sia, la stessa causa di essere presenti in un luogo, giorno, notte, come se mai esistesse il tempo di dormire e come se sempre fosse acceso il desiderio di un bacio che batte tra i denti e la lingua di un gioco di donna dalle labbra rosse, pochi minuti prima dell’alba.

Stop. Le mie parole nella registrazione finiscono in un fruscio strano che mi sembrano le lenzuola del mio letto in hotel mentre mi ci infilo sotto per coprire gli occhi dalla luce che inizia ad entrare dalla finestra.
La musica intanto scorre al Roxy Bar come se non si fosse accorta del mio isolarmi ad ascoltarmi blaterare. Fa da tappeto mentre scrivo e mi aiuta a mettere punti e virgole al posto giusto.
Sul palco Annalisa e Nina Zilli improvvisano in duo E Se Domani, accompagnate al piano. Sembra che le parole siano adatte al mio desiderio ritornato in testa. E ci sarebbe poco da dire sui miei pensieri di adesso, che sono proibiti e legati ad un gioco di sguardi e di gesti, ché la musica, che li amalgama insieme, è più grande vettore di emozioni.
Quello che basta all’altra gente non mi darà nemmeno l’ombra della perduta felicità. 

Soundtrack: Mina – E Se Domani

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