RICORDI IN PICCIONAIA

di icecamp

L’una passata, adesso non ho bene in mente i minuti, che potrebbero essere sei o dodici e ventiquattro perché guardo le lancette dell’orologio e le vedo abbastanza sfocate.
Questo perché di giovedì mi mandano a Roma e mi fanno tornare da Roma, venerdì inizia il festival delle radio universitarie e dura sabato e ancora domenica. Poi inizia una settimana intensa e non ne trovo nemmeno uno, di minuto, per fermarmi e respirare.
Sono felice anche se non riesco a mettere insieme delle parole, una dopo l’altra. Quando si è talmente stanchi, ho imparato negli ultimi anni, non si riesce a gestire il proprio corpo come si vorrebbe. Diciamo che lui impazzisce e fa praticamente tutto quello che vuole e tu diventi una sorta di vittima all’interno di una scatola che non funziona tanto bene.
Sono felice perché sono stati giorni che mi hanno fatto emozionare, sono giorni vissuti con quegli amici che stanno stretto contatto con me, nel lavoro e nella passione di tutti i giorni e giorni vissuti con quegli sconosciuti di cui sai già non imparerai mai bene il nome ma che chiami con uno sguardo e sai che ne otterrai risposta con un altro, senza imbarazzo alcuno. Sono emozionato da queste esperienze, seppure strane, che mi arricchiscono di storie, di parole, di profumi e di suoni che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti.
Sono le emozioni dei giorni in cui Milano è la città delle radio di Italia, d’Europa e anche un po’ di tutti gli altri. In sei giorni sono arrivati, hanno sfiorato la città per poi fuggirne, tutti questi sconosciuti dai nomi strani che fanno di una passione personale un mondo intero che a trovarcisi in mezzo è una sorta di sogno che si riesce a toccare.
Perché nei sogni abbiamo sempre la percezione che sia tutto reale, anche la cosa più impensabile. Quando si dorme di solito si sogna l’inverosimile che però in quel momento è più concreto che mai. L’inverosimile forse non esiste, così come il caso non esiste, perché comunque è tutto reale. Diventa tale ai nostri occhi perché è ciò che realmente vogliamo.
Sono felice perché riesco ad emozionarmi come se di anni ne avessi appena 15 e la radio fosse ancora quel sogno inverosimile. Poi mi rendo conto che di anni ne ho un po’ di più e la radio qui è diventata un lavoro. Riusciamo a farlo bene, questo lavoro, ma riusciamo a farlo meglio quando ci sforziamo di inserire nel calderone quell’ingrediente segreto, come nella ricetta della Coca Cola. Quell’ingrediente che solo noi abbiamo dentro, noi che ci siamo incontrati in questi giorni, che siamo tanti e siamo più di quanto avessi mai potuto immaginare. Insieme facciamo più di quanto il prestigio del lavoro fa da sé. Forse perché quello, il lavoro, è diventato un’abitudine, ed è come nell’amore: quando ci si abitua poi si finisce per perdere lentamente ogni cosa, ogni valore, e a disinnamorarci.
Sono stanco perché non mi fermo un attimo, e ci guadagno gloria, stima e tanti grazie che appendo al muro e rileggo ogni giorno. Ma principalmente, dalla fatica, ci guadagno me, una persona che non conosco ancora abbastanza ma che percepisco di continuo anche se la incontro raramente.

Mentre mi guardo un mano, nera per aver avvolto troppi cavi e la passo sui jeans impolverati della calce sul pavimento dello studio, sento che il formicolio mi invade come se ritornassi totalmente in me, nella foto di Marty in Ritorno al Futuro, e la stanchezza dell’una di notte di ieri, mentre farneticavo romanticamente di essere felice ed emozionato, pian piano sta svanendo.
Ne uscirò in barella da qui continuo a ripetermi da un po’ di giorni, ma sono consapevole di essere ancora vivo quando mi guardo attorno e vedo i miei amici seduti qui accanto, in piccionaia, ad ascoltare storie di radio in tutte le lingue del mondo.
Forse non ti amerò per sempre ma finché avrai stelle sopra di te non hai bisogno di dubitarlo. Solo Dio sa cosa sarei senza te mi risuona in testa, mentre rimbomba nella cattedrale, la canzone dei Beach Boys che Helen Boaden manda in chiusura del suo intervento dal palco. Se per ogni grande evento dev’esserci una colonna sonora che la firma, forse a sto giro l’abbiamo trovata proprio alla fine di tutto. E la canto a voce alta, mentre ciondolo con le spalle al muro, come fossi il pendolo dell’orologio che va a tempo di musica.
Sono felice di rincontrarmi ogni tanto, di sentirmi davvero io. Sono felice di aver fatto due passi con me, in questi giorni, nella città delle radio.

Soundtrack: The Beach Boys – God Only Knows

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