reading, writing

Mese: aprile, 2015

STORIE DI RADIO (Parte Seconda)

La rividi circa un anno dopo, con mia grande sorpresa, andavamo con la scuola alla giornata di orientamento universitario per cominciare a chiarirci le idee sulle nostre scelte post maturità. Eravamo ancora una volta sullo stesso autobus. Quando salii a bordo e la vidi circondata dai suoi compagni di classe temetti di doverla affrontare lì, subito, davanti a tutti, in qualche modo. Dentro di me sapevo che prima o poi avrei dovuto farlo e questo mi faceva ancora più paura perché non sapevo come diamine avrei dovuto affrontare la situazione. Rimasi impietrito con lo zaino in spalla, per qualche secondo, fino a che le urla dei miei compagni di classe mi riportarono alla realtà.
«Siamo qui sopra. Sali!»
[…] Mi sentivo interdetto, non ci riuscivo, per tutto il viaggio cercavo di non pensarci per non farmi venire la tremarella ma ogni qualvolta mi trovavo a scendere per le scale lei era lì, seduta di fronte. Ci guardavamo da lontano e come ogni volta, magicamente i nostri sguardi s’incrociavano, poi, dopo un attimo, come due clandestini scappavamo da quel nostro fissarci a distanza, imbarazzati.
[…] Così a un certo punto presi coraggio, e tornai giù mentre l’autobus correva sulla statale. Mi sedetti sui gradini e cominciai a guardarla fino a che lei non se ne accorse e mi puntò incuriosita. Terrorizzato allora le sorrisi e le feci “ciao” con la mano. Pensai che di punto in bianco m’insultasse o che, peggio, mi fosse indifferente e si girasse dall’altra parte, mi passò anche per la testa che i suoi compagni si alzassero e come guardie del corpo mi picchiassero e senza saperne nemmeno il perché. Invece, in quel ronzare continuo del motore e tra le urla dei ragazzi la vidi salutarmi con lo stesso gesto, e mi sembrò che all’istante i suoi occhi diventassero più grandi.

(da “Ti Stavo Cercando” – bozza)

Ero già turbato di aver visto Emanuela così di soprassalto dopo un anno abbondante. Mi guarda. Ciao. Sbam.
Arriviamo a Catania e non capisco molto. Sono nel mio labirinto psicologico incasinato.
Entriamo in un grosso padiglione disseminato di tante associazioni studentesche universitarie, nel centro, e circondate dagli stand di varie facoltà.
D’improvviso mi ritrovo a pochi centimetri da Daniele, mio collega a Radio Antenna Iblea, ai tempi in cui facevamo le rockstar in quella radiolina fm locale. Mi era corso in contro fino a quasi inciamparmi addosso.
«Cazzo Ema – mi urla – c’è la radio! Andiamo a farci intervistare!»
Lo seguo un po’ controvoglia nel marasma di studenti finché non mi trovo davanti a uno studietto radiofonico approntato in uno stand. Vedo sull’insegna un fulmine rosso come logo e leggo “Radio Zammù”.
Mi pianto a guardare il mixer, un portatilino e un paio di microfoni. C’è un ragazzo poco dietro al banco di regia, scrive concentrato un computer. Oggi siamo colleghi, quando passo di corsa davanti agli uffici della redazione e programmazione musicale lui sta ancora davanti al computer ad ascoltare musica e controllare scalette.
Mentre sono nel mio mondo a fissare questa piccola-grande realtà mi vedo un microfono puntato alla bocca e una ragazza che velocissima e tutto d’un fiato mi chiede: «Ciao! Cosa ci fate qua ragazzi? Io sono Stefania e voi siete in onda su Radio Zammù, la radio dell’università di Catania!»
Mi inventai una risposta sul momento, forse troppo sincera e balbettante. Daniele era carico e impostò addirittura la voce, facendo una marchetta alla radio in cui lavoravamo. Ero imbalsamato. Mi è scattato qualcosa dentro.
Un anno dopo, in una notte di febbraio che non finiva più, passata sui libri prima di un esame, aprii un nuovo post sul forum di studenti che consultavo per beccare in anticipo le domande dello scritto. Scrissi in poche righe chi ero, cosa studiavo e che facevo il dj e la radio da un po’ di anni. “Siamo tutti ragazzi, con la musica dentro e tanto, tanto da dire… perché non ci interessiamo a mettere su una roba del genere??” scritto proprio con i puntini in mezzo e i due interrogativi alla fine. Inviai, e mi sentii più leggero, anche se non riuscivo a immaginarmi nulla. Senza sapere che da quel messaggio, da quel momento, un pugno di matti avrebbe seguito me e quell’idea fino alla morte.
Una cosa odiavo, ed era attendere. E ora che ci penso odiavo anche un’altra cosa: il caldo appiccicoso di Milano a luglio. Quel caldo che ce n’è pochi, di quelli che sudi anche da fermo, e si inzuppa di sudore anche il lenzuolo senza troppo impegno.
Fissavo il soffitto, dall’alto del soppalco, e mi concentravo sul rumore delle auto che entravano in Piazza Loreto, sotto la finestra enorme di camera mia.
Suona il telefono. Mi fiondo di sotto. Stacco l’alimentatore dalla corrente e schiaccio il tasto verde sotto la scritta Nokia, poi avvicino il cellulare all’orecchio e rispondo.
«Sono Lorenzo. Senti, è durata più del previsto ma… è passata in commissione! Ema! Facciamo la radio!»
Ero in mutande, ricordo che mi appoggiai al davanzale della finestra, fissai i 38 gradi lampeggianti sul megaschermo piantato al tetto del palazzo di fronte, dall’altra parte della piazza e poi mi guardai in basso. In silenzio, sicuro delle mie emozioni. Avevo appena avuto un’erezione.

Soundtrack: Eddie Vedder – Hard Sun

SoundsLab_Ema

Annunci

STORIE DI RADIO (Parte Prima)

Boy scout. Riunione di squadriglia. Mio fratello aveva chiesto a Gianmarco, più grande di me di quattro anni, se avesse un secondo casco e se riuscisse a riportarmi in motorino a casa.
«Si, tranquillo» aveva risposto lui.
Finita la riunione Gianmarco mi si avvicina e dice «Ti riaccompagno tra un’ora, prima ho la diretta in radio. Anzi, vieni con me, oggi intervisto un pianista!»
La-diretta-in-radio. Parole sconosciute a un ragazzino di dodici anni.
Com’è fatta una radio? Cioè, da dove si fa? E’ il posto dal quale si entra nella testa delle persone tramite l’apparecchietto col manopolone impolverato in salotto e quello con le lucette e le scritte tamarre infilato dentro l’automobile?
Così, silenzioso e incuriosito, arrivo in radio: uno sgabuzzino al piano terra della sede scout, dentro i locali inculati agli edifici della chiesa. Tutto buio, un tavolo con un tappetino verde simile a quello da biliardo con sopra un mixer scassato, un asta fatta da due assi di legno e con in punta un microfono legato con del nastro adesivo. A lato avevo riconosciuto una piastra per cassette, doppia, un giradischi e un vecchio registratore a bobine, ancora funzionante. L’unico acceso e in movimento, lì dentro.
Alle pareti c’erano tantissimi 45 giri in vinile attaccati a mo’ di decorazione anni Settanta. Trash. Tutto molto trash.
Gianmarco abbassa a metà la tapparella, si ferma all’altezza del foro che faceva passare il cavo dell’antenna verso il trasmettitore. Accende un abat-jour, dà fuoco a una sigaretta, prende il posacenere pieno di cicche spente e stoppa la bobina che suonava. Silenzio. Buco. Apre con un dito lo sportellino della piastra, mette una cassetta e schiaccia play.
«Siamo in diretta» mi dice.
«E il pianista che devi intervistare? Dov’è?» gli chiedo.
«Sei tu! Suoni il piano tu, no?» Mi dice lui. Fa un tiro di sigaretta e mi piazza questo microfonino con un asta nana davanti alla bocca. Lo fisso, se parlo lì dentro – penso – la gente mi ascolta da casa. Il mio primo verso fu un tum tum delle dita che tamburellano sulla capsula e ssa ssa… si sente? Poi iniziammo a chiacchierare per un’ora intera. Parlammo e ascoltammo musica. Da quel tinello nasceva la magia. E non me lo sarei mai immaginato così. Wow.
«Radio Insieme?» Mi chiese mia madre quando tornai a casa, quella sera.
«Tuo fratello da piccolo passava le ore attaccato al telefono con quella radio, avevamo perso da poco un cane e lui continuava a richiedere una canzone che faceva “dove sei cagnolino…”. Lì in radio lo conoscevano tutti».
Guardando un album di foto ne avevo poi trovata una di lui, seduto su una credenza di legno, in calzoncini e calzetti bianchi, con un telefono azzurro all’orecchio. Parlava con il conduttore alla radio. Mi somigliava incredibilmente.
Da quel giorno iniziai a frequentare Radio Insieme e quando Gianmarco andò via continuai per alcuni mesi a fare quello che faceva lui. Due anni dopo, sull’autobus per andare a scuola, incontrai Stefano, che giocava con me da bambino, e mi disse che conduceva un programma a Radio Don Bosco. Altra chiesa, altra radio.
Questa era più grande, con gli studi puliti, le pareti sempre bianche, senza posacenere strabordante di mozziconi, con il vetro, l’archivio e il laboratorio pieno di apparecchi smontati. Restai a trasmettere lì fino a quando fui abbastanza grande da lasciare casa per trasferirmi.
Ci ascoltavano dalle piazzette e dai parcheggi, i nostri amici che si radunavano al pomeriggio, le ragazze venivano in studio a trovarci a sorpresa. Mangiavamo le pizze in regia alla sera e facevamo impazzire il direttore cancellandogli le preghiere notturne dalla programmazione per sostituirle con i nostri mixati di musica dance che poi ascoltavamo dalle nostre amiche quando avevano casa libera e facevano festa al sabato sera.
Avevamo dei concorrenti. Simone, Luca, Andrea, Massimo e Daniele conducevano i loro programmi nel nostro stesso orario. La loro radio si distanziava di mezza frequenza dalla nostra.
Così un giorno mi decisi e scrissi una mail. Ciao Simone, sono Emanuele di Radio Don Bosco. Tu vai in onda il mio stesso giorno e mi rubi gli ascolti. Vorrei conoscerti. Ero sicuro non mi avrebbe risposto. Loro erano bravissimi, non parlavano sui dischi, velocissimi, avevano le basi, le sigle e i jingles con il proprio nome.
Ciao Ema. So chi sei. Siete forti tu e Stefano. Io ho iniziato proprio in radio dove sei tu. Incontriamoci. Vieni a vedere la radio! fu la risposta, arrivata poco dopo.
Io, Simone e Stefano siamo amici ancora oggi, a distanza di molti anni. Abbiamo iniziato a fare radio insieme da quella mia mail in poi. Quella radio, Antenna Iblea, ci ha fatto crescere.
Il direttore era uno tosto. Oggi lo definirei un personaggione. La leggenda vuole che lui abbia insegnato a far radio a Fiorello quando era ancora un ragazzino. Lui ha sempre negato ma quando incontrammo Rosario allo stadio, una volta, loro si abbracciarono vistosamente facendosi le feste. Viveva praticamente in radio, mi urlava in faccia fai cagare, non sei cosa! e mi guardava in silenzio dalla porta dello studio, in pigiama e pantofole, quando andavo in onda. Solo dopo anni mi ha confessato «Minchia Nanè, tu eri forte. E infatti ora fai la radio a Milano!».
Quando riusciamo, d’estate, facciamo ancora una cena tutti insieme e adesso lui ha altri giovani a cui urlare fate cagare! ma il tempo e l’età lo hanno un po’ smussato. Adesso si emoziona a vedere che ci sono ancora ragazzi con la voglia di trasmettere le loro passioni, quel qualcuno che non sa mettere bene in fila le parole per l’emozione ma ci mette comunque tutto se stesso.

Soundtrack: Memo Remigi – Dove Sei Cagnolino

UniversumUNAM47_16-9