STORIE DI RADIO (Parte Prima)

di icecamp

Boy scout. Riunione di squadriglia. Mio fratello aveva chiesto a Gianmarco, più grande di me di quattro anni, se avesse un secondo casco e se riuscisse a riportarmi in motorino a casa.
«Si, tranquillo» aveva risposto lui.
Finita la riunione Gianmarco mi si avvicina e dice «Ti riaccompagno tra un’ora, prima ho la diretta in radio. Anzi, vieni con me, oggi intervisto un pianista!»
La-diretta-in-radio. Parole sconosciute a un ragazzino di dodici anni.
Com’è fatta una radio? Cioè, da dove si fa? E’ il posto dal quale si entra nella testa delle persone tramite l’apparecchietto col manopolone impolverato in salotto e quello con le lucette e le scritte tamarre infilato dentro l’automobile?
Così, silenzioso e incuriosito, arrivo in radio: uno sgabuzzino al piano terra della sede scout, dentro i locali inculati agli edifici della chiesa. Tutto buio, un tavolo con un tappetino verde simile a quello da biliardo con sopra un mixer scassato, un asta fatta da due assi di legno e con in punta un microfono legato con del nastro adesivo. A lato avevo riconosciuto una piastra per cassette, doppia, un giradischi e un vecchio registratore a bobine, ancora funzionante. L’unico acceso e in movimento, lì dentro.
Alle pareti c’erano tantissimi 45 giri in vinile attaccati a mo’ di decorazione anni Settanta. Trash. Tutto molto trash.
Gianmarco abbassa a metà la tapparella, si ferma all’altezza del foro che faceva passare il cavo dell’antenna verso il trasmettitore. Accende un abat-jour, dà fuoco a una sigaretta, prende il posacenere pieno di cicche spente e stoppa la bobina che suonava. Silenzio. Buco. Apre con un dito lo sportellino della piastra, mette una cassetta e schiaccia play.
«Siamo in diretta» mi dice.
«E il pianista che devi intervistare? Dov’è?» gli chiedo.
«Sei tu! Suoni il piano tu, no?» Mi dice lui. Fa un tiro di sigaretta e mi piazza questo microfonino con un asta nana davanti alla bocca. Lo fisso, se parlo lì dentro – penso – la gente mi ascolta da casa. Il mio primo verso fu un tum tum delle dita che tamburellano sulla capsula e ssa ssa… si sente? Poi iniziammo a chiacchierare per un’ora intera. Parlammo e ascoltammo musica. Da quel tinello nasceva la magia. E non me lo sarei mai immaginato così. Wow.
«Radio Insieme?» Mi chiese mia madre quando tornai a casa, quella sera.
«Tuo fratello da piccolo passava le ore attaccato al telefono con quella radio, avevamo perso da poco un cane e lui continuava a richiedere una canzone che faceva “dove sei cagnolino…”. Lì in radio lo conoscevano tutti».
Guardando un album di foto ne avevo poi trovata una di lui, seduto su una credenza di legno, in calzoncini e calzetti bianchi, con un telefono azzurro all’orecchio. Parlava con il conduttore alla radio. Mi somigliava incredibilmente.
Da quel giorno iniziai a frequentare Radio Insieme e quando Gianmarco andò via continuai per alcuni mesi a fare quello che faceva lui. Due anni dopo, sull’autobus per andare a scuola, incontrai Stefano, che giocava con me da bambino, e mi disse che conduceva un programma a Radio Don Bosco. Altra chiesa, altra radio.
Questa era più grande, con gli studi puliti, le pareti sempre bianche, senza posacenere strabordante di mozziconi, con il vetro, l’archivio e il laboratorio pieno di apparecchi smontati. Restai a trasmettere lì fino a quando fui abbastanza grande da lasciare casa per trasferirmi.
Ci ascoltavano dalle piazzette e dai parcheggi, i nostri amici che si radunavano al pomeriggio, le ragazze venivano in studio a trovarci a sorpresa. Mangiavamo le pizze in regia alla sera e facevamo impazzire il direttore cancellandogli le preghiere notturne dalla programmazione per sostituirle con i nostri mixati di musica dance che poi ascoltavamo dalle nostre amiche quando avevano casa libera e facevano festa al sabato sera.
Avevamo dei concorrenti. Simone, Luca, Andrea, Massimo e Daniele conducevano i loro programmi nel nostro stesso orario. La loro radio si distanziava di mezza frequenza dalla nostra.
Così un giorno mi decisi e scrissi una mail. Ciao Simone, sono Emanuele di Radio Don Bosco. Tu vai in onda il mio stesso giorno e mi rubi gli ascolti. Vorrei conoscerti. Ero sicuro non mi avrebbe risposto. Loro erano bravissimi, non parlavano sui dischi, velocissimi, avevano le basi, le sigle e i jingles con il proprio nome.
Ciao Ema. So chi sei. Siete forti tu e Stefano. Io ho iniziato proprio in radio dove sei tu. Incontriamoci. Vieni a vedere la radio! fu la risposta, arrivata poco dopo.
Io, Simone e Stefano siamo amici ancora oggi, a distanza di molti anni. Abbiamo iniziato a fare radio insieme da quella mia mail in poi. Quella radio, Antenna Iblea, ci ha fatto crescere.
Il direttore era uno tosto. Oggi lo definirei un personaggione. La leggenda vuole che lui abbia insegnato a far radio a Fiorello quando era ancora un ragazzino. Lui ha sempre negato ma quando incontrammo Rosario allo stadio, una volta, loro si abbracciarono vistosamente facendosi le feste. Viveva praticamente in radio, mi urlava in faccia fai cagare, non sei cosa! e mi guardava in silenzio dalla porta dello studio, in pigiama e pantofole, quando andavo in onda. Solo dopo anni mi ha confessato «Minchia Nanè, tu eri forte. E infatti ora fai la radio a Milano!».
Quando riusciamo, d’estate, facciamo ancora una cena tutti insieme e adesso lui ha altri giovani a cui urlare fate cagare! ma il tempo e l’età lo hanno un po’ smussato. Adesso si emoziona a vedere che ci sono ancora ragazzi con la voglia di trasmettere le loro passioni, quel qualcuno che non sa mettere bene in fila le parole per l’emozione ma ci mette comunque tutto se stesso.

Soundtrack: Memo Remigi – Dove Sei Cagnolino

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