LA TRENTAQUATTRESIMA PIOGGIA

di icecamp

«Adoro la pioggia, guardarla, ascoltarla, sentirla vicina.»
«Anche a me piace, meno di giorno.»
«La amo di notte. E guardarla da quassù.»
«Che scrosci!»
«Mi è capitato trovarmici sotto quando ero fuori, in montagna, dentro la tenda, che non si riusciva nemmeno a parlarsi per il troppo rumore.»
«Avevi paura?»
«No. Contemplavo.
Avevo paura da piccolo, dei temporali. Poi mio fratello un giorno mi prese e mi mise contro un finestrone enorme che abbiamo in casa. Mi disse “guarda, cosa c’è? Non può farti paura. Guardala da qui dentro. Sei al sicuro”. Ho imparato a trovare il mio spazio nella pioggia, guardandola e ascoltandola in silenzio.»
«Avrei voluto vederti, piccolo e spaventato davanti al finestrone.»
«Già. Chissà com’ero.»

Trentaquattresima volta di pioggia in questo blog, come se fosse un racconto che a un certo punto deve fermarsi ad ascoltare lo srosciare dell’acqua fuori dalla finestra e debba rimettersi a tempo come in una composizione d’orchestra.
Piove. Piove da ieri, forse un po’ di più. Il fatto è che piove sempre di punto in bianco, a giugno, quando l’estate inizia davvero, ma è ancora un’estate che ci prende per il culo divertita.
Estate che è donna, come lo è la pioggia, da quella più sottile piacevole o quasi indifferente alla pelle a quella di tempesta che lascia fradicio e gocciolante, immobile sotto a un cornicione, paralizzato in attesa che calmi la furia.
So già che non vincerò contro un temporale. Potrò rifugiarmi e starmene a pensare, a cantare, a scrivere e scrollarmi di dosso vestiti bagnati e appesantiti ma dovrò comunque aspettare che sia lei, la tempesta, a decidere di andar via.
So già che non vincerò contro una donna, che è una tempesta di pensieri anche quando c’è il sole e fuori fa troppo caldo. È una doccia gelata o bollente improvvisa, che stravolge la serenità e non disseta. Affama il desiderio. Potrò rifugiarmi e pensare, cercare di essere razionale ma dovrò comunque aspettare che sia lei, donna, a lasciarsi stringere ancora.
Esco fuori e guardo una pozzanghera che sta già quasi seccando, in testa intanto ho ancora il suono dell’acqua che cade giù lenta. Prendo un centesimo dal portafogli, il più piccolo e semplice dei miei desideri, e lo lascio cadere a terra, godendo del secco splash quando tocca l’acqua e subito l’asfalto. Ripenso ai giochi da bambini di lanciare le monetine nelle fontane e nei pozzi e star lì a cercare di sentire il tonfo e contare i secondi per capire quale fosse il più profondo.
Monetine perse, ovviamente, ché si sa che quelle poi vanno lasciate lì dove sono, sul fondo, perché sono anche i desideri di qualcun altro e non solo i tuoi.

Soundtrack: Led Zeppelin – The Rain Song

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