reading, writing

Mese: luglio, 2015

DISTRAZIONI AL BAR

Come al Mattino quando attendi un buongiorno. Il mattino ha l’oro in bocca, che ho sempre immaginato come un tesoro di monete di cioccolata da mangiare. Se do un nome al tesoro, e ne scandisco ogni lettera, sento il gusto di ogni nota venire in scala veloce, una dietro l’altra, sotto le dita.

Mi ero promesso di rifarlo. Scrivere ovviamente. Perché ci sono quei periodi in cui mi sento una mina di parole vagante pronta ad esplodere e allora butto tutto giù, come fosse troppo caldo fuori da bere alla goccia anche un intero litro d’acqua congelata. Il rischio, si sa, è quello della congestione. E di congestione si può morire, lo sapevate?
E poi ci sono quei momenti invece in cui me ne sto per i fatti miei, prendo appunti, scatto foto, scarabocchio fogli e suono in giro il pianoforte. Ma non scrivo. Niente. Non una parola. E in realtà quando poi ci penso mi sento comunque una mina innescata ma pronta ad implodere. Non so in effetti cosa sarebbe meglio tra il fare Boom e il fare mooB, perché è così che fa il rumore dell’implosione, no?
Qualche settimana fa è uscita pubblicamente la mia playlist personale sul canale di spotify della radio, quella playlist fatta di canzoni nuove che però rispecchiano molto anche me. Se penso a qualche mese fa, quando l’avevamo concepita ed era ancora tutto molto vago, non avrei mai immaginato che Private Records potesse essere addirittura un nome papabile da dare al canale, ché le mie cose private, così come anche la musica che ascolto quando me ne sto da solo, di solito le lascio a casa a vagare nei cassetti tra le mutande e i calzini. Invece di punto in bianco, senza neanche aspettare che passasse l’estate, Billo un giorno mi dice che pubblicherà le playlist, il giorno dopo, facciamolo e basta.
Penso sia diventato un nuovo lavoro, quello di ascoltare decine di tracce al mattino presto mentre vado in radio in metropolitana, e poi selezionarle, dividerle per i giorni della settimana e sputarle fuori pian piano, cercando un senso logico ma soprattutto musicale. Perché sarò un disordinato cronico, nella mia testa, ma nel momento in cui qualcun altro deve starci dentro oltre me, voglio che sia un disordine chiaro, per lo meno gestibile, e sicuramente affascinante.
Il motivo è semplice, forse vanitoso da un certo punto di vista: la mia mente mi affascina, mi soddisfa e mi fa anche incazzare. La cosa bella di tutto questo è che di punto in bianco poi non mi capisco più e quel disordine controllato diventa una cameretta con tutto in giro: dai vestiti, ai pupazzi, ai quaderni, ai cavi e alla musica. E in questo caso sarebbe Boom.
Uscendo da lavoro, pochi giorni fa, ho incontrato un amico che non vedevo da tempo. Lui sta sempre in giro, ed era vicino alla radio per alcuni incontri con dei discografici. Ci siamo seduti e abbiamo preso un caffè, raccontandoci storie degli ultimi mesi.

«Ho sentito la tua playlist, c’è bella roba dentro. E pure la tua faccia c’hai messo!»
«Non potevo non mettercela – e mi ha fatto ridere – Ho capito che sono brutto ma se dev’essere mia allora è mia in tutto»
«Senti, ma come fai? Come credi possa essere quella giusta, la canzone che metti dentro? Perché lei e non un’altra? Con quale potere?»
«Non mettermi in mano poteri magici che non ho. Forse è il lavoro più difficile e facile allo stesso tempo, questo che mi tocca fare per scegliere i brani. C’è la fortuna che li giustifica il loro essere brani privati e che quindi mi piacciono.»
«Sì ma gli ingredienti quali sono?»
«Prendi il tuo giorno più bello o il più triste. Il lavoro più schifoso e più figo che hai fatto. La litigata di sempre e le lacrime. La ragazza che ti piace, gli amici che ti tradiscono e quelli che ti risollevano. La tua vacanza più serena. La nostra isola e il mare incazzato d’inverno che conosci bene quanto me. Semplicemente ascolto e mi lascio andare.»
«È come se scrivessi, o suonassi qualcosa. Tu sei così, ti conosco» e lo diceva sorridendo. Lui mi conosce.
«Quindi nelle ultime canzoni ci sono le tue storie. Le donne che ti piacciono. C’è qualcuno che ti distrae».
«Oh beh, no. Non ci sono distrazioni nella playlist»
«E allora dove? Sputa fuori!»

Mi incuriosì la sua domanda. Forse mi conosce davvero anche se non ci vediamo da un po’, pensai.
Presi il telefono, gli passai un auricolare e schiacciai play su una registrazione che avevo fatto quel mattino all’alba, al pianoforte, venuta fuori così di getto.
Ascoltò qualche secondo, poi tolse la cuffietta dall’orecchio e me la porse. Si distese indietro sulla sedia e mi guardò.
«Beh – disse a voce bassa – Lei è davvero molto bella».

Soundtrack: Emanuele Campagnolo – M. (Piano Piece)

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INCUBI E RICARICHE A MOLLA

Sappiamo cosa si fa in camera da letto, ma si può anche riflettere su quel che ci capita. 
Ma soprattutto è dove ci si può stendere, lasciar perdere tutto e infine solo dormire. 
O non dormire.

(J.D. – Scrubs)

Ieri notte ho avuto un incubo. Era una di quelle sere in cui mi sono messo a letto presto ed ero anche soddisfatto di aver pensato finalmente che potevo dormire le giuste ore prima di svegliarmi all’alba e correre in radio a tirare su le tende.
Poi, di punto in bianco, apro gli occhi come in un senso di fuga e mi ritrovo col cuore a mille, al buio, e il soffitto bianco ad appena un metro dal materasso sul soppalco. La sensazione è quella di sentirsi immobile, impotente con dentro tutto che va a mille e fuori pesante e incatenato al letto. Nell’incubo avevo un problema e chi mi stava attorno non mi aiutava. Guardava, restava immobile e non faceva un cazzo. Il mio opposto. La mia nemesi.
Non ho incubi da anni, non ci ero più abituato, mi conosco e mi lascio scivolare addosso le ansie, mi concentro su me stesso e mi lancio ogni attimo in ogni attività necessaria a completare i miei impegni presi.
Allungo un braccio, prendo il telefono e riesco a scrivere un messaggio.

“incubo io”
è tutto a posto. Non sei solo. Mai. Mai. Non aver paura” 

Quella risposta mi ha rallentato, permesso di rimettere a posto i pensieri e di disegnarli su un foglio di carta, seppure il sonno fosse già svanito e la mia notte irrimediabilmente accorciata. Nel disegno, quadrati incrociano un poligono inscritto in una circonferenza circondata da spirali che diventano piccole nuvole.
Ci sono molti momenti in cui mi sento solo: alcuni di questi sono proprio ciò che cerco, per ristabilire un equilibrio con me. Altri invece, sono quelli in cui vorrei stabilire un equilibrio diverso con qualcun altro.
Vorrei condividere i miei attimi al cento per cento e invece sono soggetto al tempo. Alcune volte è proprio questo che mi rattrista e mi fa riflettere.
Così oggi, tornando a piedi dalla radio, ho cercato sul vocabolario ansia e tristezza: il mio ieri e il mio dubbio di adesso.

ansia [àn-sia] s.f. (pl. -sie)
1 Agitazione affannosa dell’animo per grave incertezza, forte desiderio, paura: essere, stare, vivere in a.
PSICOL Condizione nevrotica determinata da insicurezza e paura persistente e generalizzata o legata a precise circostanze, situazioni,

tristezza [tri-stéz-za] s.f.
1 Condizione di chi è triste, addolorato, afflitto: aveva appreso con t. la morte dell’amico
Stato di intensa malinconia: quella giornata piovosa riempiva l’anima di t.
estens. Che dimostra tale condizione d’animo: la t. del suo sguardo, delle sue

Di ansia e di tristezza si muore. Lo sapevate? È un po’ come farsi mordere da un cobra e godersi lentamente spasmi e paralisi e poi alla fine restarci secchi. Ma nel tempo in cui accade ci si rende conto effettivamente cosa ci succede, come restiamo deboli e intrappolati dal veleno per una cosa così semplice, un gioco fatale: aver sfidato l’incoscienza. Le ansie sono simili, solo che sono loro che sfidano te e tu che, cazzo, devi reagire.
Ho imparato a conoscere i veleni per poi sintetizzarne l’antidoto. Se le paure vogliono mordermi adesso spero di averle già conosciute a fondo da aver trovato una soluzione, come ai problemi tecnici di tutti i giorni alla radio, ma qui, in fondo, a mordermi realmente sono solo le zanzare che mi rimangono attaccate addosso per la troppa umidità di fine giugno.
Mentre taglio via Teodosio, a pochi passi da casa, a semaforo giallo che non dà il tempo di respirare, in cuffia partono incazzati gli Arctic Monkeys. Penso sia uno di quei dischi che non ascoltavo da anni e che poi cadono sempre nel momento giusto, quando servono. Mi sento improvvisamente uno di quei pupazzi con la chiavetta da inserire sulla schiena per dare carica quando rallento. Fisicamente instancabile ma meccanicamente debole.
Quindi torno a casa così, consapevole che dei miei pensieri non avrò, adesso, quello voglio. Perché semplicemente non riesco a convincermi ad affrontare me stesso e le situazioni che mi girano attorno. Perché non so affrontarmi, in realtà, non so affrontare loro. Perché maturo sogni, parole che non dico, silenzi. E silenzi ottengo.

Soundtrack: Arctic Monkeys – Crying Lightning

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