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Mese: ottobre, 2015

IL PLEUT SUR LES HISTOIRES DU COUCHER (Piove sulle favole della buonanotte)

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir
C’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie, ô gouttelettes!
Et ces nuages ​​cabres se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires
Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique
Écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

Guillaume Apollinaire

Partire quando Milano dorme ancora – direbbe Concato – vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella, prima che cominci a correre e ad urlare.
Avevo guardato il meteo prima di stropicciarmi gli occhi e lavarmi la faccia, mettere addosso i vestiti lasciati la sera prima sulla sedia, scambiare le prime parole con Matteo appena alzatosi dal divano, prendere valigie e attrezzature per filmare, andare in radio a raccattare tutti gli altri e correre verso il treno per Parigi, sperando di non perderlo, ché quello in effetti mica aspetta!
Andare e tornare dalla ville lumière in ventiquattro ore mi ha fatto strano. Parigi la conosco, mi ci muovo quasi come a Milano, quindi a piedi e quasi ad occhi chiusi, anche se è dieci volte più incasinata. Mai però prima d’ora era stata il mio viaggio veloce, la mia sveltina di come quando mi metto al piano e improvviso un tema che viene e che va. E magari poi non me lo ricordo più.
Un tema che chiamerei fuga (senza toccata), perché partire per Parigi di sabato mattina e tornare a Milano la domenica sera per me è come fuggire. Fuggire da qui, fuggire anche un po’ da me e dai miei pensieri, tenersi stretti solo quelli felici, che sono poi i pensieri che ti premettono ancora di volare.
Volevo scrivere di notte, a Parigi, poi uscire e passeggiare fino a perdermi lungo il Canal Saint-Martin. Però mi sono addormentato in dieci minuti, appena infilato nelle lenzuola bianche in mezzo ai letti dei miei compagni di viaggio, che già dormivano prima di me. Vederli stanchi e crollare in pochi secondi mi ha fatto pensare a quanto impegno e sacrificio ci mettono in ogni piccola avventura che poi diventa grande in pochi attimi. Un po’ come i bimbi-sperduti che combattono indiani e pirati tre volte più grandi di loro e poi la sera si accoccolano ascoltando le fiabe di Wendy. Sono guerrieri. Guerrieri dall’animo dolce e dal cuore di cioccolata. Sono forse io, che col mio musone perenne non riesco a farglielo capire, che sono importanti, uno dopo l’altro, indistintamente. Tutti loro, e questa radio, mi stanno salvando ancora una volta.
Ho un desiderio, prima di dormire, mentre mi giro sul fianco e affondo la faccia nel cuscino morbido, forse troppo: vorrei sentire il suono del campanellino che lasciavo penzolarmi sul naso e scuotevo prima di addormentarmi, sulla isla, quando dopo le giornate infinite di lavoro mi infilavo a letto e fuori era quasi l’alba.

«Se mi pensi, scuotilo. E io sentirò il suono e che mi stai cercando» mi aveva detto, sfilandosi il laccio nero dal collo e lasciandolo scivolare nella mia mano.

–Trilli non aveva affermato a chiare lettere: “lo amavo”, ma la verità traspariva da ogni parola. “I suoi capelli erano così morbidi”, aveva detto. “Mi sedevo sulla sua testa solo per toccarglieli. E il naso, poi! Mi bastava guardarglielo, per capire se stava sorridendo. Si appiattiva quando sorrideva e si arricciava quando rideva. E quando non sorrideva né rideva, era bello come… come una padella”– 

«Cos’è questa roba qui? – mi indicava ieri sera col dito puntato in alto mentre mi fissava senza batter ciglio – Dimmi che cos’è!?»
Quando mi avvicinai capii cosa indicava. Sulla parete, vicino alla mia collezione di pass degli eventi a cui lavoro, c’era un cartello bianco con un nome scritto sopra, di quelli che si attaccano fuori dalla porta dei camerini degli artisti.
Mi sono avvicinato a lei, infilandole le mie dita tra i capelli biondi e accarezzandole la nuca.  Poi ho sorriso guardandola negli occhi. Chiara è gelosa di Annalisa, anche solo del suo nome attaccato al mio muro, come Campanellino lo è di Wendy, anche solo dell’idea che ne possa esistere una’altra, di donna, per Peter.
«Shhh – mi venne da dire mentre l’avvicinavo a me – hai già vinto tu».

A Milano stamattina piove. Inizia di notte scrosciando e rimane silenziosa al mattino per non fare casino quando mi sveglio. E fuori è buio, i semafori sono spenti e la strada è muta. Strana Milano quando piove, strana la notte prima che arrivi la luce. Strana la pioggia d’autunno ma forse sono strano io e basta.
Intanto Parigi mi aveva regalato uno tra i suoi ultimi raggi caldi di stagione e il cielo azzurro graffiato dalle scie bianche, mentre le foglie cadono già colorate di rosso e di giallo per terra.

Soundtrack: Joep Beving – The Light She Brings

Il Pleut Tissue

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DI ROSE E DI PRINCIPESSE

«Mai nessuno si è ricordato di ciò che mi piace, soprattutto di qualcosa che ho detto per caso mezza volta!» aveva bisbigliato quasi fra sé e sé.
«Stai attenta. Che io mi ricordo anche di tante altre cose che hai detto…»
«Ovviamente ci vado con te!».
Si alzò dalle mie gambe e prese la sua agendina, quella col Piccolo Principe stampata sopra e, guardando i biglietti, andò alla fine del mese e segnò giorno e ora dell’appuntamento.
Quando mi alzai dalla sedia lei si guardava intorno, fissando le mensole piene di fumetti, film e pupazzetti di gomma.
«Devo attaccarti una cosa – disse – dimmi dove!»
«Mhmm – pensai – su! A letto.»
«Posso salire con le scarpe?»
«Sì»
E la vidi armeggiare per un po’, in ginocchio sul materasso, con delle cose che tirava fuori dall’agendina e attaccava alla parete dietro i cuscini, spostando le piume pendenti dal mio acchiappasogni come fossero una tenda davanti a una finestra.

“Tu confondi tutto… tu mescoli tutto!”
Era veramente irritato. Scuoteva al vento i suoi capelli dorati.
“Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni.
E tutto il giorno ripete come te: – Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! – e si gonfia di orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!”
“Che cosa?”
“Un fungo!”
Il piccolo principe adesso era bianco di collera.
“Da migliaia di anni le pecore mangiano tuttavia i fiori.
E non è una cosa seria cercare di capire perché i fiori si danno tanto da fare per fabbricarsi delle spine che non servono a niente? Non è importante la guerra fra le pecore e i fiori? Non è più serio e più importante delle addizioni di un grosso signore rosso?
E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora può distruggere di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non è importante questo!”
Arrossì, poi riprese:
“Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: – Il mio fiore è là in qualche luogo –  Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto a un tratto, tutte le stelle si spegnessero! E non è importante questo!”
Non potè proseguire. Scoppiò bruscamente in singhiozzi. Era caduta la notte. Avevo abbandonato i miei utensili. Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone, della sete e della morte.
Su di una stella, un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi in braccio. Lo cullai. Gli dicevo:
“Il fiore che tu ami non è in pericolo… Disegnerò una museruola per la tua pecora… e una corazza per il tuo fiore… Io… ”
Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro. Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo… Il paese delle lacrime è così misterioso.
Imparai ben presto a conoscere meglio questo fiore. C’erano sempre stati sul pianeta del piccolo principe dei fiori molto semplici, ornati di una sola raggiera di petali, che non tenevano posto e non disturbavano nessuno.
Apparivano un mattino nell’erba e si spegnevano la sera. Ma questo era spuntato un giorno, da un seme venuto chissà da dove, e il piccolo principe aveva sorvegliato da vicino questo ramoscello che non assomigliava a nessun altro ramoscello.
Poteva essere una nuova specie di baobab. Ma l’arbusto cessò presto di crescere e cominciò a preparare un fiore.
Il piccolo principe, che assisteva alla formazione di un bocciolo enorme, sentiva che ne sarebbe uscita un’apparizione miracolosa, ma il fiore non smetteva più di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera verde.
Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno. Non voleva uscire sgualcito come un papavero.
Non voleva apparire che nel pieno splendore della sua bellezza.
Eh, si, c’era una gran civetteria in tutto questo!
La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni.
E poi, ecco che un mattino, proprio al levar del sole, si era mostrato.
E lui, che aveva lavorato con tanta precisione, disse sbadigliando:
“Ah! Mi sveglio ora. Ti chiedo scusa… sono ancora tutto spettinato…”
Il piccolo principe allora non poté frenare la sua ammirazione:
“Come sei bello!”
“Vero”, rispose dolcemente il fiore, “e sono nato insieme al sole…”
Il piccolo principe indovinò che non era molto modesto, ma era così commovente! “Come fai ad essere così bello?”
“Vedi, io sono un fiore e sono una creazione della natura, e in quanto tale sono perfettamente simmetrico…”
“Non capisco” rispose il piccolo principe spiazzato dall’uscita del fiore.”
“Ora ti spiego” disse superbamente il fiore.
“In natura esistono tantissime simmetrie”
“E a cosa servono? “
“Beh, a fare i fiori belli, non c’è dubbio. Una simmetria della natura è qualcosa che il sole ci ha dato e che nessuno potrà mai imitare. 
Tutto, in natura, nasce da una simmetria. Tante cose in natura sono simmetriche, sai?”
“Cosa?”
“Ad esempio le stelle marine, i fiocchi di neve, le celle degli alveari delle api e i cristalli…l’uomo!”

“Mai stata neve né api sul mio pianeta”
Il piccolo principe però era attirato dai discorsi del fiore.
“Tutti gli esseri viventi sono belli e simmetrici sotto diversi punti di vista… io, ad esempio, sono colorato e le simmetrie dei colori dei miei petali mi fanno bello”.
Così l’aveva ben presto tormentato con la sua vanità ombrosa. Per esempio, un giorno, parlando delle sue quattro spine, gli aveva detto:
“Possono venire i leopardi, con i loro artigli!”
“Non ci sono leopardi sul mio pianeta” aveva obiettato il piccolo principe “e poi i leopardi non mangiano l’erba”.
“Io non sono un’erba”, aveva dolcemente risposto il fiore.
“Scusami”.
“Non ho paura dei leopardi, ma ho orrore delle correnti d’aria… Non avresti per caso un paravento? Alla sera mi metterai al riparo sotto a una campana di vetro. Fa molto freddo qui da te… Da dove vengo io…”
Ma si era interrotto.
Era venuto sotto forma di seme.
Non poteva conoscere nulla degli altri mondi.
Umiliato, aveva tossito un paio di volte per mettere il piccolo principe dalla parte del torto.
“E questo paravento?”
“Andavo a cercarlo, ma tu mi parlavi!”
Allora aveva forzato la sua tosse per fargli venire dei rimorsi. Così il piccolo principe, nonostante tutta la buona volontà del suo amore, aveva cominciato a dubitare di lui.”
“Avrei dovuto non ascoltarlo” mi confidò un giorno “non bisogna mai ascoltare i fiori”.
Basta guardarli e respirarli. Il mio, profumava il mio pianeta, ma non sapevo rallegrarmene. I fiori sono così contraddittori!
Ma ero troppo giovane per saperlo amare”.

Quando mi avvicinai, iniziai a capire. E me ne restai lì in silenzio mentre lei creava la sua ennesima opera d’arte. Inconsciamente sta riempendo casa mia di sé e delle sue piccole opere d’arte. Anche lo spazzolino, la spazzola pieghevole e le lentine di ricambio in bagno sono incastrati nel posto giusto, e non posso non guardarli ogni mattina.
Mi misi in ginocchio sul materasso accanto a lei e la guardai finire. Poi si girò e mi guardò negli occhi, mentre indicava la strana composizione di adesivi fatta da stelle, pianeti, cuori, un piccolo principe e una campana di vetro con sotto il fiore.
«Ecco – mi disse – tu sei la mia rosa».

Soundtrack: Lianne La Havas – Unstoppable

piccolo principe stickers

WHERE IS THE LOVE? (storie di cuffie e di emozioni che si fondono il giorno dopo)

Nel 1687, Sir Isaac Newton scoprì quella che poi divenne nota come le legge di gravitazione universale. La gravità.
Prendete due oggetti, quello più grande attrarrà quello più piccolo come se lo trascinasse verso di sé.
Una mela cade dall’albero: la Terra, l’oggetto con massa di gran lunga maggiore, trascina la mela verso il basso, molto semplice.
Però la teoria di Newton lasciò gli scienziati alle prese con un problema spinoso.
Parafrasandola, dottor Farber: “Dov’è la gravità?”
Non è qualcosa che possiamo vedere o toccare. Non è qualcosa che possiamo mettere sotto al microscopio o osservare con un telescopio.
Beh, duecentotrenta anni dopo Newton, un impiegato tedesco di un ufficio brevetti svizzero finalmente capì che gli scienziati si erano sempre posti la domanda sbagliata. Nell’immensità dello spazio non avrebbero mai trovato un oggetto chiamato “gravità”, perché si dà il caso che la gravità non sia altro che la forma dello spazio stesso.
Quell’impiegato, Einstein, postulò che la mela non cade al suolo perché la Terra esercita una qualche forza misteriosa su di essa. La mela cade al suolo perché segue le linee e i solchi che la gravità ha scolpito nello spazio.
Quando noi parliamo di sesso, non parliamo di amore, dottor Farber, perché l’amore non può essere espresso da grafici e dati incolonnati, come invece possiamo fare con la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca.
L’amore non è una forza esercitata da un corpo su un altro, è il tessuto stesso di quei corpi.
L’amore è quel qualcosa che scolpisce le linee e i solchi… La curvatura del nostro desiderio.

William Masters at Washington University (Masters of Sex)

La domanda di quel dottor Farber fu strana e provocatoria. Egli si alzò in piedi e si complimentò con il dottor Masters e brandendo il suo libro tra le mani gli chiese «Ma in tutto questo, dov’è l’amore?»
Perché dunque paragonare sesso e amore alla radio? Perché questa relazione scientifico-filosofica se si parla di radio?
Perché in fondo la radio è la mia donna. Anche quando non lo sapevo e facevo solo musica, la radio era già la mia donna, anche se non era ancora arrivata. Certo, non è la mia donna reale, quella fisica, terrena. Che poi quella donna io saprei anche chi è. E credo lo sappia anche lei.
È venuta a casa, lei, questa sera.

«Ema, passo cinque minuti a salutarti, poi devo scappare»
«Ok».

A me piacciono i suoi cinque minuti che diventano due ore, e quando capita questa frattura spazio temporale lei si maledice ma poi vuole restare. È una sorta di fuso orario strano che secondo me non riusciremo a capire mai. Bisognerebbe capire però se questo fuso orario sia giusto o sbagliato, al di là di essere una piccola meraviglia inspiegabile.
Appena è entrata, si è trovata le cuffie d’oro, esposte in centro sul tavolo e si è incantata lì davanti.

«Sono bellissime!» e lo disse quasi emozionata, col naso che fiutava orgoglio attorno a lei e le dita ovunque ad accarezzarle e sentirne sotto il freddo del metallo.
Allora mentre stava lì a guardarle, io ho rimesso la giacca di ieri sera, le ho tamburellato sulla spalla e quando si è girata mi sono ri-premiato.
Lei non c’era ieri sera, non poteva esserci. Io non sono esibizionista ma credo che nei momenti importanti ci debbano essere le persone importanti e, se non possono esserci, tanto vale replicare appena possibile.

«Sai cosa vogliono dire queste cuffie? – le ho detto scuotendole davanti alla sua faccia. E lei spalancò gli occhi e sorrise.
– Queste… vogliono dire otto anni di…» e mi si è rotta la voce.
Allora lei mi ha abbracciato. E la voce rotta di solito è l’inizio dello sfogo di tensione e di felicità. Perché è vera quella storia che inizi a realizzare dopo, con calma, e magari da solo o con le persone che ritieni speciali. Quelle persone che ti guardano in un altro modo e sanno cosa fare quando non escono più le parole.
Quando Chiara è andata via, dopo i suoi cinque minuti allargati, ho ripreso il telefono e avevo mille messaggi da leggere, ricevuti nel frattempo. Amedeo, uno dei miei tecnici più bravi di qualche anno fa che oggi gestisce una radio locale qui a Milano, mi aveva scritto.

Ciao Ema, complimenti per la vittoria a tutta Poli.Radio ma con un complimento particolare a te. L’impegno che stai mettendo in tutti questi anni è davvero qualcosa di IMMENSO, da totale stima. È stata davvero una figata vedervi vincere. Queste persone sono la radio del futuro. Queste persone saranno la radio, queste sono le figate della radio. Quando ai posti di comando delle radio BIG ci saranno personaggi come te sarà davvero una RADIO tutta nuova. Per ora, purtroppo subiamoci i chiacchieroni da bar domenicale che nel 2015 stanno ancora a farsi la guerra sfidandosi a suonare di “io so più di te”, “io sono più bravo”, “iooo farei di meglio” e a litigare su cosa sia meglio tra fm o web invece di pensare a fare la radio, quella vera. Ancora complimenti.

Mi ha commosso. Deo è stato fondamentale nella squadra di Poli.Radio e quella casetta nell’angolino del campus resterà sempre anche casa sua. Le sue parole mi hanno riportato per un attimo a ieri, seduto in seconda fila, al freddo, sotto la pioggia di Expo.
Al mio fianco, a ritirare il premio, c’è stata una persona che ha fatto un grande cambiamento, anche in me. E anche lui spesso dice che dovrà cambiare. Mi ricorda me, perché quel tipo di cambiamento di cui parla è il mio stesso. Questa persona mi ha convinto, con la creatività, con la passione, con la curiosità, a lasciargli fare da solo, senza mettere becco. Billo, con la sua direzione artistica, è riuscito a creare quel cambiamento che io avevo sempre immaginato ma che non riuscivo a fare. E allora ho imparato a pensare dal punto di vista della cazzuola. Ogni muratore ha la sua cazzuola, e da ogni cazzuola viene su un muro diverso. Ma tutti i muri alla fine reggono, se sono costruiti con la giusta forza di volontà. Billo è un testone, ma arriva dove vuole arrivare. Condivido le sue scelte e sono onorato di aver condiviso un palco e una serata importante con lui vicino e con tutti gli altri lì, dietro le transenne, sotto la pioggia.
Quindi, questo amore, in fondo, dov’è? Noi sappiamo che il sesso e l’amore sono una gioia così come sono un sacrificio, ne vediamo sempre gli aspetti positivi, per primi, perché gli aspetti negativi poi ci fanno soffrire. Ma per ottenere un risultato, quello che ci fa dire adesso sto bene, è quello che voglio, bisogna unire il bello e il brutto ed essere fieri di aver sbagliato e poi di aver recuperato. E soprattutto di averlo trovato, questo amore, anche dopo aver cercato dentro al cespuglio di rovi ed essersi fatti male.
Qualcosa prima o poi accadrà, siamo spettatori del nostro stesso show, sia nella vita che dietro a un mixer o davanti a un microfono.
Non smettere di amare ciò che ami e di innamorarti ogni volta come il primo giorno. Così faremo qualcosa di grande, se ne avremo la possibilità. E se anche solo per un attimo togli quel “se” davanti alla frase, hai già una risposta importante da darti. 

*Where is the love, you said was mine all mine, till the end of time. […] If you had a sudden change of heart I wish that you would tell me so don’t leave me hangin’ on the promises […] I guess it must have been my fate to fall in love with someone else’s love all I can do is wait (that’s all I can do).
– Roberta Flack

Soundtrack: Roberta Flack / Donny Hathaway – Where is the Love

cuffie d'oro2015_premiazione

BORA

«Come si sta lì? Qui freddissimo»
«C’è la bora ma si sta bene, soffia solo tantissimo. Fa freddo a Milano?»
«Sì, freddo. Ma la bora è fredda!»
«Sì ma non mi dà fastidio. Mi ricorda il vento invernale siculo e Trieste è molto simile a casa mia, ma col mare in più»
«…e con quindici gradi in meno!» e sorrise, una di quelle sue risate che per messaggio non si possono ascoltare ma nella mia testa sì.

Partire per Trieste non è stato semplicissimo, in questi ultimi giorni. Giorni di silenzio dentro, per me, silenzio come quando finisce la canzone in radio e non parte niente dopo. In gergo tecnico si chiama buco. E ancora oggi giochiamo a urlarcelo, tra tecnici, quando qualcuno combina la cagata in regia e buca in diretta. Un gioco cinico e umiliante. Il segreto è recuperare il prima possibile senza farsi distrarre da mille persone che ti urlano BUCO! nelle orecchie. Carini e simpatici, insomma.
BORA! Io ho urlato questo, scendendo dal treno e andando incontro a Enrico, che mi aspettava a fine binario.
Bora. Che vuol dire vento. Vento forte che ti fa camminare inclinato come Michael Jackson nel video di Smooth Criminal, altrimenti vieni spazzato via.
«Primo giorno di vento, sei fortunato!» mi dice Enrico.
«Beh un bel benvenuto, non me la ricordavo quasi più» gli rispondo sorridendo e tirando la sciarpa sul naso e tossendo nel mentre.
«Fatto buon viaggio?»
«Sì, dai! Ho dormito tutto il tempo».
Dormito tutto il tempo fino alle ultime gallerie. E poi mentre mi stropicciavo gli occhi è sbucato fuori il mare, dietro l’ultima galleria. Era Trieste, ed erano anni che non passavo di qua.
Ho improvvisamente avuto un flashback. Il ricordo di una galleria, in un pomeriggio di luglio, che lasciava vedere il mare subito dopo. Ero in macchina con Moko e Phil, direzione Genova. Una di quelle follie di fare Milano-Genova e ritorno in poche ore per raggiungere la Vale e festeggiare il suo compleanno in riva al mare, di notte.

«Ema, adesso ti faccio ascoltare una storia triste, magari oggi non ti dice niente ma prima o poi ti ci ritrovi. E lo capirai subito quando sarà…»
E dal lettore cd fa partire L’Astronauta di Lorenzo. Un racconto di fantascienza a fumetti in bianco e nero, per parlare di lontananza, per parlare d’amore.

Fai tornare indietro il tempo
Fammi rivedere il mondo
Fammi vivere la vita fino all’ultimo secondo
Il segnale è debolissimo
Rispondigli
E ditele che sto pensando a lei
Che l’ultimo pensiero è solo lei, soltanto lei

E, a finestrini abbassati, col vento che entrava in gola, il ritornello andava a palla anche fuori in autostrada. E quello era vento caldo, di quelli appiccicosi di metà luglio.
Pochi giorni prima avevo incontrato Chiara. Chiara era bella, solare, matta e gelosa di Annalisa.
In quel momento ho pensato che avrei fatto se l’astronauta che sta per schiantarsi contro l’asteroide fossi io e, no, se non ci fosse proprio niente da fare. A me è venuto in mente l’immagine di quella ragazza che sorrideva davanti alla granita al limone ghiacciata mentre si raccontava. Mentre ci raccontavamo per la prima volta.
Riparto da Trieste, oggi, con una scaletta da sistemare in poche ore perché stasera si va in diretta mondiale. Apro le mail e inizio a leggere, memorizzare, contare, rispondere al telefono e organizzare blocchi e turni. Ogni mail e telefonata inizia con frasi del tipo “Lo so che ti sto stressando”, “non mi odiare”, “giuro che questa è l’ultima”. Mi fanno sorridere e mi fanno capire ancora di più che questo gioco della radio, che amo, è diventato il mio impegno che non mi fa dormire neanche in treno.
Metto le cuffie per distrarmi mentre scrivo e lancio spotify in modalità radio. A sorpresa Lorenzo parte a cantare L’Astronauta.

«A Ragusa fa freddo d’inverno eh!»
«Non mi distruggere un mito. in Sicilia fa caldo. Punto :P»
«Ahahah. Fa anche caldo. Anche»
«Solo».

Chiara è una canzone. Di quelle a botta e risposta. Quella che forse non ho ancora scritto e che lei ha ancora vergogna di cantare. Ma è il pensiero che ritorna quando tra una galleria e l’altra vedo ancora il mare, prima di abbandonare il vento freddo e lanciarmi a velocità contro le montagne e tornare a casa.

…il segnale è debolissimo
Rispondigli
E ditele che sto pensando a lei
Che l’ultimo pensiero è solo lei, soltanto lei.

Soundtrack: Jovanotti – L’astronauta

train windows

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