IL PLEUT SUR LES HISTOIRES DU COUCHER (Piove sulle favole della buonanotte)

di icecamp

Il pleut des voix de femmes comme si elles étaient mortes même dans le souvenir
C’est vous aussi qu’il pleut, merveilleuses rencontres de ma vie, ô gouttelettes!
Et ces nuages ​​cabres se prennent à hennir tout un univers de villes auriculaires
Écoute s’il pleut tandis que le regret et le dédain pleurent une ancienne musique
Écoute tomber les liens qui te retiennent en haut et en bas

Guillaume Apollinaire

Partire quando Milano dorme ancora – direbbe Concato – vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella, prima che cominci a correre e ad urlare.
Avevo guardato il meteo prima di stropicciarmi gli occhi e lavarmi la faccia, mettere addosso i vestiti lasciati la sera prima sulla sedia, scambiare le prime parole con Matteo appena alzatosi dal divano, prendere valigie e attrezzature per filmare, andare in radio a raccattare tutti gli altri e correre verso il treno per Parigi, sperando di non perderlo, ché quello in effetti mica aspetta!
Andare e tornare dalla ville lumière in ventiquattro ore mi ha fatto strano. Parigi la conosco, mi ci muovo quasi come a Milano, quindi a piedi e quasi ad occhi chiusi, anche se è dieci volte più incasinata. Mai però prima d’ora era stata il mio viaggio veloce, la mia sveltina di come quando mi metto al piano e improvviso un tema che viene e che va. E magari poi non me lo ricordo più.
Un tema che chiamerei fuga (senza toccata), perché partire per Parigi di sabato mattina e tornare a Milano la domenica sera per me è come fuggire. Fuggire da qui, fuggire anche un po’ da me e dai miei pensieri, tenersi stretti solo quelli felici, che sono poi i pensieri che ti premettono ancora di volare.
Volevo scrivere di notte, a Parigi, poi uscire e passeggiare fino a perdermi lungo il Canal Saint-Martin. Però mi sono addormentato in dieci minuti, appena infilato nelle lenzuola bianche in mezzo ai letti dei miei compagni di viaggio, che già dormivano prima di me. Vederli stanchi e crollare in pochi secondi mi ha fatto pensare a quanto impegno e sacrificio ci mettono in ogni piccola avventura che poi diventa grande in pochi attimi. Un po’ come i bimbi-sperduti che combattono indiani e pirati tre volte più grandi di loro e poi la sera si accoccolano ascoltando le fiabe di Wendy. Sono guerrieri. Guerrieri dall’animo dolce e dal cuore di cioccolata. Sono forse io, che col mio musone perenne non riesco a farglielo capire, che sono importanti, uno dopo l’altro, indistintamente. Tutti loro, e questa radio, mi stanno salvando ancora una volta.
Ho un desiderio, prima di dormire, mentre mi giro sul fianco e affondo la faccia nel cuscino morbido, forse troppo: vorrei sentire il suono del campanellino che lasciavo penzolarmi sul naso e scuotevo prima di addormentarmi, sulla isla, quando dopo le giornate infinite di lavoro mi infilavo a letto e fuori era quasi l’alba.

«Se mi pensi, scuotilo. E io sentirò il suono e che mi stai cercando» mi aveva detto, sfilandosi il laccio nero dal collo e lasciandolo scivolare nella mia mano.

–Trilli non aveva affermato a chiare lettere: “lo amavo”, ma la verità traspariva da ogni parola. “I suoi capelli erano così morbidi”, aveva detto. “Mi sedevo sulla sua testa solo per toccarglieli. E il naso, poi! Mi bastava guardarglielo, per capire se stava sorridendo. Si appiattiva quando sorrideva e si arricciava quando rideva. E quando non sorrideva né rideva, era bello come… come una padella”– 

«Cos’è questa roba qui? – mi indicava ieri sera col dito puntato in alto mentre mi fissava senza batter ciglio – Dimmi che cos’è!?»
Quando mi avvicinai capii cosa indicava. Sulla parete, vicino alla mia collezione di pass degli eventi a cui lavoro, c’era un cartello bianco con un nome scritto sopra, di quelli che si attaccano fuori dalla porta dei camerini degli artisti.
Mi sono avvicinato a lei, infilandole le mie dita tra i capelli biondi e accarezzandole la nuca.  Poi ho sorriso guardandola negli occhi. Chiara è gelosa di Annalisa, anche solo del suo nome attaccato al mio muro, come Campanellino lo è di Wendy, anche solo dell’idea che ne possa esistere una’altra, di donna, per Peter.
«Shhh – mi venne da dire mentre l’avvicinavo a me – hai già vinto tu».

A Milano stamattina piove. Inizia di notte scrosciando e rimane silenziosa al mattino per non fare casino quando mi sveglio. E fuori è buio, i semafori sono spenti e la strada è muta. Strana Milano quando piove, strana la notte prima che arrivi la luce. Strana la pioggia d’autunno ma forse sono strano io e basta.
Intanto Parigi mi aveva regalato uno tra i suoi ultimi raggi caldi di stagione e il cielo azzurro graffiato dalle scie bianche, mentre le foglie cadono già colorate di rosso e di giallo per terra.

Soundtrack: Joep Beving – The Light She Brings

Il Pleut Tissue

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